Di Matteo contro Bonafede “Dica chi non mi voleva al Dap”/ “Mi fece intendere che…”

- Silvana Palazzo

Nino Di Matteo contro Alfonso Bonafede: “Dica chi non mi voleva a capo del Dap”. A proposito dell’incontro col ministro della Giustizia: “Mi fece intendere che c’erano stati dinieghi”

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Nino Di Matteo durante una seduta del Csm (LaPresse)

Quando Antonino Di Matteo andò il 19 giugno 2018 a parlare col ministro della Giustizia Alfonso Bonafede per comunicargli che aveva deciso di accettare la direzione del Dap, il Guardasigilli aveva già deciso di nominare Francesco Basentini per quel ruolo. Lo rivela il consigliere del Csm nel corso della sua audizione in Commissione Antimafia in cui ricostruisce quanto dichiarato a Non è l’Arena di Massimo Giletti. «Effettivamente ho visto che la richiesta di collocamento fuori ruolo di Basentini è del 19 giugno», ha dichiarato l’ex pm protagonista del processo sulla trattativa Stato-mafia. A proposito della conversazione avuta con Bonafede, Di Matteo ha spiegato che «con sorpresa il ministro cominciò a dire che quello del Dap era importante ma non lo vedeva molto attinente al mio lavoro precedente». Voleva mandarlo alla direzione degli Affari penali, «il posto che fu di Falcone». Quando Di Matteo il giorno dopo negò la sua disponibilità al ministro, Bonafede gli disse: «Ci sto rimanendo male…sappia solo che per la direzione degli Affari penali non ci saranno dinieghi o mancati gradimenti che tengano». Questa frase per Di Matteo va chiarita. «Non è compito mio sapere a chi si riferisse, potrebbe dirlo solo Bonafede, ma ritengo che la vicenda non sia più personale, ma istituzionale».

DI MATTEO RICOSTRUISCE INCONTRO CON BONAFEDE

La ricostruzione di Antonino Di Matteo è precisa. Secondo quanto riportato da Repubblica, il 18 giugno 2018 riceve una telefonata dal ministro Alfonso Bonafede, che gli propone di diventare capo del Dap e in alternativa gli offre il posto di direttore degli Affari penali. Non ebbe alcun dubbio sull’accettare il Dap, convinto che «una gestione corretta ed efficace del sistema penitenziario potesse servire per la lotta alla mafia e al terrorismo, e volevo dare un contributo perché l’esecuzione della pena non è un capitolo separato». Il giorno dopo va da Bonafede per accettare l’incarico. «Dissi subito a Bonafede che accettavo l’incarico di direttore del Dap, glielo dissi meno di 24 ore dopo la sua proposta». Ma il Guardasigilli si tira indietro. Lui insiste, ricordando quanto «fosse fondamentale la direzione del Dap per l’azione di contrasto a 360 gradi nel contrasto alle mafie». Ma Bonafede insiste per gli Affari penali. «Io ero veramente sorpreso. Ero stupito dal ridimensionamento di Bonafede rispetto alla proposta del Dap». Il ministro gli fa il nome di Basentini, la cui richiesta di collocamento fuori ruolo guarda caso è del 19 giugno 2018. Dopo l’incontro torna nel suo ufficio alla Procura nazionale antimafia, da dove chiama Bonafede per chiedergli di riceverlo il giorno dopo.

DI MATTEO VS BONAFEDE “DICA CHI NON MI VOLEVA AL DAP”

Il giorno dopo Antonino Di Matteo comunica al ministro Alfonso Bonafede di non essere disponibile per gli Affari penali. Dopo varie insistenze, il Guardasigilli dice: «Ci sto rimanendo male perché per quest’altro incarico non ci saranno dinieghi, o mancati gradimenti che tengano». A tal proposito oggi Di Matteo, come riportato da Repubblica, commenta: «Non mi sono mai sognato di chiedere a Bonafede cosa fosse avvenuto in quelle 22 ore, chi gli avesse prospettato un diniego o che volesse dire con mancati gradimenti». Ma non ha dubbi sul fatto che la retromarcia non sia legata alla reazione dei mafiosi. «Se l’avessi pensato sarei andato subito a denunciarlo alla procura della Repubblica». L’ex pm parla della vicenda a più persone, tra cui il giornalista Saverio Lodato, ma non concede interviste. Quando poi arrivano le scarcerazioni di quest’anno, si torna a parlare di un suo incarico come capo del Dap. Ne parla anche Non è l’Arena, che gli aveva chiesto un’intervista, poi sente parlare di mancato accordo e decide di intervenire. «Ho sentito il bisogno di raccontare la verità, perché a questo punto la vicenda non è solo personale, ma per me diventa istituzionale».



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