DIAGNOSI COVID/ Pregliasco: test fai da te, usiamoli per non riempire gli ospedali

- int. Fabrizio Pregliasco

I test di autodiagnosi per i quali è partita la sperimentazione in Veneto saranno un utile strumento di scrematura per efficientare la diagnostica ospedaliera

bertoletti
Tampone Covid (Web, 2020)

Negli stessi giorni in cui si rincorrono gli annunci sui vaccini per il Covid, il Veneto dà il via alla sperimentazione di test per l’autodiagnosi. Un esame che sarà possibile effettuare in autonomia a casa, con un risultato più rapido anche rispetto al test antigenico. Secondo Fabrizio Pregliasco, virologo, direttore sanitario dell’Istituto Galeazzi di Milano, i test di autodiagnosi sarebbero un utile strumento di scrematura per indirizzare e orientare in maniera più efficiente la diagnostica ospedaliera. Nel frattempo occorre mantenere la cautela. E portare avanti lo sviluppo dei trattamenti, assieme all’implementazione dei vaccini.

 Professor Pregliasco, in questi giorni si parla dei vaccini, ora arrivano i test per l’autodiagnosi. Su cosa deve concentrarsi di più il nostro sforzo?

Sono plurime cose, è un lavoro a tenaglia, dobbiamo immaginare da un lato lo sviluppo dei test e dei vaccini e dall’altro uno sviluppo dei trattamenti. Interessanti su questo sono gli anticorpi monoclonali, un’opzione di trattamento sicuramente degna di attenzione perché ad oggi sappiamo più come assistere il paziente che come propriamente curarlo.

Una terapia che al momento è un lusso.

Gli anticorpi monoclonali adesso sono cari, bisognerà verificare l’industrializzazione, la fattibilità nel tempo, è qualcosa che dovrà essere gestito nel prossimo futuro.

I tempi per il vaccino corrono più veloci?

Il vaccino non sarà immediato, anzi i vaccini, perché in realtà ce ne sarà più di uno a disposizione. Poi si tratterà di stabilire quali saranno i criteri, però le tempistiche per ottenere un risultato di sanità pubblica con un 60-80% di copertura della popolazione non sono proprio brevi.

I test per l’autodiagnosi contribuiranno al contenimento della pandemia?

Sui test di autodiagnosi sta iniziando una valutazione di comparazione per capire qual è la performance, si sta facendo uno studio seguendo le norme dei trial clinici. Anche qui, bisognerà aspettare e vedere il risultato di questa valutazione fatta su grandi numeri in modo da avere informazioni solide. Io credo che il principio comunque sia sempre lo stesso: più positivi troviamo, più li controlliamo, meno infettano.

La diagnostica fai da te è affidabile?

È chiaro che ha dei margini di minore sensibilità con dei falsi negativi, questo è un po’ il problema dei tamponi rapidi, anche quelli disponibili ad oggi. Ovviamente devono essere fatti con buon senso. E poi deve esserci una gestione dei tamponi diagnostici fatta come si deve, almeno così i tamponi diagnostici verrebbero fatti alle persone giuste: adesso in coda per il tampone ci sono persone che magari hanno visto due giorni prima l’amico che tre giorni prima ne ha visto un altro. Se risultano negative pensano che sia finita lì, sono convinti di averla scampata, non so se rendo l’idea.

Quindi questo test sarebbe una sorta di scrematura per i tamponi da effettuare in ospedale o comunque col personale sanitario?

Una prima scrematura per poi avere una conferma.

Però in questo caso non c’è l’Asl che controlla e fa scattare le comunicazioni e le cautele del caso.

L’unico elemento è proprio questo, la responsabilità del singolo. Però è anche vero che quel singolo adesso magari non fa neanche il tampone, quindi in ogni caso è un passo avanti.

Come verranno distribuiti?

È da vedere, probabilmente si compreranno in farmacia.

Su quale meccanismo si basa il funzionamento?

Sono come quelli rapidi, hanno solo una maggiore velocità nell’evidenziazione del riscontro.

Il rischio è più di falsi negativi che di falsi positivi?

Sì. Sostanzialmente la specificità è buona, il falso positivo è comunque legato alla modalità dell’esecuzione del test, mentre il falso negativo si rifà a una scarsa sensibilità nel riscontro. Il falso positivo è legato alla specificità, cioè al fatto che nel test s’intercetta qualche cosa che non è però specificamente legata al virus, il falso negativo a una sensibilità che non è completa, per cui il test può non riscontrare la positività di un soggetto.

La strategia di controllo quindi deve puntare ancora sui test; dall’altro lato ci sono invece i vaccini. Richiederanno ancora tempo?

Per i test antigenici inizierà lo studio in Veneto, poi si vedrà il risultato. Probabilmente il vaccino arriverà davvero presto come sembra, è chiaro che la sua distribuzione richiede del tempo organizzativo, per la parte contrattuale, gestionale. Per la somministrazione si tratterà di verificare le caratteristiche specifiche. Ci saranno trial clinici per i bambini o per gli anziani, bisognerà vedere le indicazioni per ogni singolo vaccino. Ad esempio, anche nel caso del vaccino antinfluenzale ci sono preparati che si possono utilizzare sui bambini, altri sugli adulti dai 65 anni in poi, dipende dalla casistica utilizzata. La registrazione del vaccino è conseguente alla tipologia dei soggetti esaminati nello studio del vaccino stesso.

Quando torneremo alla normalità? E quando si dice che non sarà il vaccino a riportarci alla normalità a cosa ci si riferisce in particolare?

Non sarà immediato riuscire a proteggere il 60-80% della popolazione, anche se un’efficacia del vaccino al 90% o addirittura maggiore, se confermata, è più che buona.

Sarà consigliabile per tutti vaccinarsi?

Direi di sì, si comincerà dai soggetti a rischio e via via si andrà sulla popolazione generale, l’obiettivo è di copertura generalizzata.

Idem per il tampone.

Sì, non vedo controindicazioni.

Quanto queste cose entreranno nella nostra normalità? Fra quattro anni dobbiamo immaginare che avremo ancora i test per la diagnostica in farmacia e i vaccini contro il Covid?

Penso che ci farà compagnia, noi convivremo con questo virus e ci darà ancora da fare.

I meccanismi delle chiusure per regione hanno funzionato?

È un tentativo per cercare di limitare gli effetti economici-sociali insistendo sulle aree più a rischio, un tentativo interessante che però è stato vissuto all’inizio male perché è stato interpretato più come un giudizio sulla regione. Non c’è un manuale di gestione, ogni nazione ha fatto delle prove. Ci sono solo pochi articoli adesso di revisione delle misure di efficacia che però sono ancora stime rispetto a singoli interventi, non è una scelta facile, anche perché non è chiaro come si torna indietro e quali sono le conseguenze del tornare indietro, soprattutto se sarà un tornare indietro a macchia di leopardo, per cui tutti quelli che vorranno fare la movida andranno magari in una città piuttosto che in un’altra.

Ci sono regioni che premono per cambiare colore.

Per la Lombardia ho sentito poco fa il presidente Fontana, che diceva: aspettiamo, sentiamo i sindaci. L’importante è che ci sia un accordo a monte e che venga comunicata una decisione concorde.

Che Natale sarà il Natale 2020?

Sarà un Natale sobrio, non possiamo dire: “liberi tutti”. Vediamo cosa succede, adesso bisogna lavorare un po’ come si dice ai ragazzi prima degli scrutini di fine anno: “Studia, così ti farai l’estate sereno, senza debiti”. Dipenderà da quanto avremo studiato, ma comunque sarà un Natale sobrio.

 (Emanuela Giacca)



© RIPRODUZIONE RISERVATA