DIAMO I NUMERI/ Le imprese artigiane perdono 27 miliardi ma assumono più delle grandi

- int. Enrico Quintavalle

Fatturato in caduta libera e prospettive di ripresa dei livelli pre-crisi solo a ottobre 2021. Ma molte imprese artigiane non licenziano. Anzi, c’è chi va in controtendenza

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Un artigiano al lavoro

Rappresentano il “sistema nervoso” del tessuto produttivo, imprenditoriale e occupazionale del nostro paese, eppure in questi mesi di emergenza Covid delle imprese artigiane si è parlato poco. I riflettori si sono puntati soprattutto sulle imprese in generale, sul commercio e sul turismo. In base, però, a un questionario condotto da Artigiano in Fiera presso alcuni espositori, è emerso come nel corso di quest’anno tre realtà artigiane su quattro abbiano perso oltre il 30% del proprio fatturato rispetto al 2019 e il 65% intraveda spiragli di ripresa solo nel 2021. Nonostante il colpo da ko sferrato dal lockdown, la sorpresa arriva dal fatto che oltre il 70% abbia comunque deciso di resistere nella salvaguardia del patrimonio umano, senza ricorrere a licenziamenti. “In effetti – commenta Enrico Quintavalle, responsabile dell’Ufficio studi di Confartigianato – dalle micro e piccole imprese (Mpi) arrivano segnali di resilienza: tenuta delle assunzioni nelle micro imprese della manifattura e delle costruzioni, saldo positivo di assunzioni-cessazioni nell’apprendistato. È un segnale positivo per l’artigianato dalla demografia d’impresa”.

Come valuta i dati emersi dal questionario presso gli espositori dell’Artigiano in Fiera?

Questi dati sono in linea con quanto emerge da nostre rilevazioni su micro e piccole imprese (Mpi) e imprese artigiane, che elaboriamo con Licia Redolfi dell’Osservatorio Mpi di Confartigianato Lombardia. Il puzzle che otteniamo congiungendo i dati chiave delle nostre survey ci mostra infatti che dopo la caduta più ampia del fatturato registrata ad aprile, con flessione superiore al 60%, nei mesi successivi, quelli della ripartenza (maggio-agosto), il calo si riduce costantemente. Nel tempo osserviamo anche una riduzione della quota di imprese incerte rispetto all’andamento futuro del mercato: dal 54,6% al 39,9%. Si allunga, invece, il percorso di recupero previsto dalle imprese: a inizio maggio le Mpi prevedevano di riuscire a raggiungere livelli di fatturato pre-crisi entro maggio 2021, oggi invece spostano la data un po’ più in là: ottobre 2021.

Che cicatrici ha lasciato l’emergenza Covid sul tessuto delle imprese artigiane italiane e nelle Mpi in termini di fatturato e produzione?

Nei primi sette mesi del 2020 si stima una caduta del fatturato delle Mpi attorno al 17%. In valore assoluto si tratta di cifre che non hanno precedenti: solo nella manifattura si tratta di 27 miliardi di euro di mancati ricavi. Le imprese micro-piccole si sono trovate in tempi brevi con fatturato in caduta libera a causa di una riduzione della domanda estera ed interna senza precedenti. Non hanno tempo oggi per guardare e contare le cicatrici, ma nel mondo attuale i cui confini sono stati ridisegnati dalla pandemia è per loro tempo di capire come ripartire velocemente. Prima, però, di intraprendere il percorso di risalita, è importante individuare gli ostacoli da dover superare, tra quelli maggiormente segnalati dalle Mpi: trovare nuovi clienti e raccogliere nuovi ordini; far fronte alla mancanza di liquidità e adeguarsi alle nuove abitudini dei clienti.

Quali sono le prospettive?

Le prospettive rimangono difficili, anche sui mercati internazionali. Nei 32 maggiori paesi con maggiori contagi in rapporto alla popolazione si concentra il 30% del made in Italy: parliamo di mercati chiave come Francia (10,5% del made in Italy), Stati Uniti (9,9%) e Spagna (4,7%).

Quali sono i settori più colpiti? E quelli più resilienti?

I più colpiti sono i settori maggiormente connessi alla sfera del turismo (trasposto persone, ristorazione eccetera) e degli eventi, comparti messi a dura prova dall’emergenza, ma anche le imprese del settore moda e del legno-arredo vedono il fatturato registrare riduzioni più consistenti. Nonostante ciò, tra le imprese più resilienti, maggiormente propense ad attivare strategie per rispondere alla crisi coronavirus – attivare nuovi canali di vendita (28,1% delle imprese rispondenti alla domanda) cambiare l’organizzazione interna, cioè orari, modalità di lavoro eccetera (26,9%), ampliare il numero di committenti (22,3%), entrare in nuovi mercati (18,5%) e attivare nuove relazioni tra imprese (18,2%) – troviamo proprio quelle che operano in settori che il Covid-19 ha messo in difficoltà maggiore. Si conferma, ancora una volta, nella terza pesante recessione nell’arco di dodici anni, lo spirito combattivo delle Mpi.

Sul fronte dell’occupazione, l’artigianato ha perso o rischia di perdere molti posti di lavoro? E come stanno andando i contratti di apprendistato?

Persiste una forte incertezza sul mercato del lavoro, i cui andamenti vanno letti alla luce dell’ampio utilizzo degli ammortizzatori sociali e del divieto di licenziamento, prorogati dal recente decreto Agosto. Pur con tali cautele, l’analisi degli ultimi dati mensili pubblicati dall’Istat evidenzia che a luglio, dopo quattro mesi di flessioni consecutive, l’occupazione torna a crescere, mentre, a fronte del calo dell’inattività, prosegue l’aumento del numero di persone in cerca di lavoro. Inoltre le assunzioni previste dalle imprese nel mese di settembre cedono del 28,7% rispetto allo stesso periodo del 2019, in peggioramento rispetto al -17,7% rilevato ad agosto. Il calo di assunzioni previste per le medie e grandi imprese (-33,3%) è di quasi otto punti più ampio rispetto a quello registrato dalle micro e piccole (-25,5%). In chiave dimensionale e settoriale sono in controtendenza solo le micro imprese nell’Industria – aggregato statistico composto da Manifatturiero esteso e Costruzioni – nelle quali a settembre 2020 le assunzioni salgono del 4,5% rispetto a un anno prima. In questo comparto un’impresa con dipendenti su due (54,8%) è artigiana, quota più che doppia rispetto alla media (26,1%).

Cosa potrebbe succedere da qui alla fine dell’anno?

Dai dati dell’ultima survey si evince che la quota di imprese che da settembre a dicembre prevedono di utilizzare ammortizzatori sociali risulta inferiore alla quota di quanti ne hanno fatto ricorso nei mesi precedenti (febbraio-agosto). Inoltre, si rileva che oltre l’80% delle Mpi non prevedono di ridurre il personale della propria impresa nonostante le difficoltà che le attanagliano.

I piccoli imprenditori e artigiani italiani come vedono il 2021?

L’Osservatorio Mpi di Confartigianato Lombardia sta elaborando i risultati di una survey realizzata a settembre su oltre 1.700 Mpi e imprese artigiane lombarde, da cui emerge che le imprese che non esprimono incertezza rispetto al futuro valutano mediamente di riuscire a recuperare i livelli di fatturato pre-crisi entro ottobre 2021: mancano tredici mesi alla fine del tunnel. Guardando avanti, tra un anno, una quota maggiore di Mpi non prevedono di cambiare la configurazione attuale dell’impresa, mentre un 14,6% prevede che registrerà una contrazione (riduzione personale e/o mercati di riferimento e/o prodotti/servizi offerti) e un 10,1% di espandersi (aumento personale e/o mercati di riferimento e/o prodotti/servizi offerti).

Quali possono essere gli interventi nazionali ed europei a sostegno dell’economia e delle imprese?

Lo sforzo fiscale in corso è straordinario: in pochi mesi del 2020 ha assunto dimensioni superiori a quello cumulato dalle ultime quattro Leggi di bilancio. Gli interventi per le imprese, peraltro, hanno coperto solo una parte delle enormi perdite subite nella crisi Covid-19. Alcuni ritardi hanno fortemente penalizzato le micro e piccole imprese, come nel caso del trasferimento dei fondi per gli ammortizzatori sociali. Gli interventi anticiclici avranno pesanti ricadute su deficit e debito. In questa prospettiva i progetti da finanziare con il Recovery fund dovranno privilegiare gli investimenti, per avere maggiore crescita, grazie ai più elevati moltiplicatori fiscali, e ridurre il rapporto debito/Pil.

Gli investimenti sono cruciali?

Vanno rilanciati, dato che sono stati maggiormente penalizzati nella crisi Covid-19: nel secondo trimestre 2020 il Pil è sceso del 17,8% rispetto al quarto trimestre 2019, il livello pre-crisi, la spesa delle famiglie cede il 13,5%, mentre gli investimenti sono crollati del 22,6%. Secondo le Mpi, la ripartenza dovrà essere sostenuta da interventi che pongano in primo piano lavoro, sanità e istruzione/formazione/educazione: davanti a tutto, il capitale umano della nostra società.

(Marco Biscella)

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