DIARIO ARGENTINA/ Le poche (e brutte) certezze sul mandato di Fernandez

- Arturo Illia

Si avvicina il 10 dicembre, giorno in cui inizierà il mandato presidenziale di Alberto Fernandez alla guida dell’Argentina

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Alberto Fernandez (Lapresse)

Mentre in Argentina si avvicina il 10 dicembre, data nella quale Alberto Fernandez inizierà il suo mandato presidenziale, in Uruguay il dato ufficiale è ormai quello della risicata ma certa vittoria di Lacalle Pou, candidato del conservatore Partido Nacional, dopo 15 anni di potere del progressista Frente Amplio, alla presidenza di questo piccolo ma significativo Paese. Che si somma in un continente latinoamericano dove l’Argentina è ormai l’unica democrazia (se vogliamo essere precisi pure il Venezuela, che però ha più l’aspetto di una dittatura) nella quale il potere è in mano a un movimento politico non liberale. Il “Frente de todos” che ha vinto le recenti elezioni in Argentina è difatti il frutto dell’unione sia del peronismo ortodosso che del kirchnerismo, altra versione del peronismo che hanno scelto come loro candidato un ex Ministro del primo Governo di Nestor Kirchner.

Che poi questo movimento si sia generato dopo che l’ex Presidente Cristina Kirchner (che ricordiamolo deve affrontare 11 processi legati al movimento di corruzione che ha attraversato i suoi Governi e anche 5 richieste di carcerazione preventiva) abbia ufficialmente presentato la candidatura alla vicepresidenza della nazione, nominando anche il suo candidato alla Presidenza (Alberto appunto), caso unico nella storia politica mondiale, ha generato dei dubbi che, dopo l’elezione di Alberto Fernandez si sono confermati.

Come i lettori del Sussidiario già sanno, sono diversi gli enigmi che sono sorti, fin dal risultato delle elezioni dello scorso 27 ottobre: il principale risiede nel decifrare cosa abbia in mente il Fernandez (Alberto) per risolvere la diatriba interna, fortissima, con l’altra Fernandez (Cristina).

Bisogna poi aggregare a questa domanda quella, ancor più importante, di quali siano le risorse che l’Argentina ha a disposizione per uscire dalla crisi: quando Cristina, nel 2007, conquistò il suo primo mandato presidenziale ebbe capitali enormi derivati dalle tasse imposte ai produttori di una soia che valeva 600 dollari la tonnellata. Soldi che servirono per alimentare il fiume di sussidi elargiti sia a varie organizzazioni sociali e di diritti umani che a piani il cui fine non è mai stato quello di far uscire la gente dalla povertà, ma di fare in modo che votasse lei per non perdere gli stanziamenti. Questo senza pensare allo sviluppo dell’Argentina attraverso la costruzione di infrastrutture atte a rendere possibile non solo lo sfruttamento delle immense risorse minerarie ed energetiche, ma anche quello di un’industria di derivati importante: invece si è ingigantito all’inverosimile l’incremento di un sistema di corruzione.

Alberto Fernandez ha ereditato una situazione economica e sociale gravissima, frutto dei 340 miliardi di dollari di deficit accumulati dagli ultimi due Governi. Ma al contrario di Cristina non ha alcuna risorsa per risolvere la questione: di certo la Patagonia Saudita già citata in altri articoli con l’immensità delle risorse di petrolio, gas ed eoliche deve avere a disposizione capitali ingentissimi per essere sfruttata e permettere all’Argentina una stabilità anche economica.

In molti sostengono che il nuovo Presidente disponga, come molti casi nel peronismo, di un pragmatismo invidiabile, ma finora non lo ha dimostrato compiendo una valanga di errori, che hanno subito messo in salita le relazioni del Paese sia con il Brasile (suo principale partner commerciale) che con gli Stati Uniti (fondamentali per il dialogo sul debito argentino con il Fmi) e appoggiando il candidato perdente alle elezioni uruguaiane.

Aggiungiamo a ciò quel 40% di un’opposizione fortemente legata a ideali repubblicani e che non vuole assolutamente che le indagini sulla Mani Pulite argentina finiscano in un “liberi tutti” auspicato da un’interpretazione curiosissima del concetto del lawfare che va tanto di moda: qui non siamo in presenza di prigionieri o perseguitati politici, ma di corrotti sui quali si sono accumulate quantità industriali di prove e testimoni. Il Natale senza prigionieri politici, auspicato dal segretario di Cristina Kirchner, Oscar Parrilli, e anche oggi dal prossimo Presidente costituirebbe, se applicato, uno schiaffo morale alla giustizia che già in passato è stata influenzata da un sistema giudiziario “pret a porter” del potere di turno.

Ancora nulla o quasi è trapelato sulla composizione della squadra di Governo, ma già si sa che ogni incarico dovrà essere approvato (altra situazione metafisica, ma siamo in Argentina) dalla Kirchner. Già si sa che l’ultrakirchnerista con passato terrorista e 150 giorni trascorsi in prigione per lo scandalo degli accordi tra Argentina e Iran, Carlos Zannini sarà nominato Presidente della commissione degli avvocati dello Stato, così come il figlio della Kirchner sarà titolare della Presidenza della Camera dei Deputati, quella dove il futuro Governo conta su un’opposizione maggioritaria. Altri nomi, ancora non confermati, del kirchnerismo sono papabili per Ministeri importanti.

Il peronismo quindi, non disponendo di risorse, dovrà per forza di cose imporre politiche economiche impopolari e un incremento della già altissima tassazione, oltre alle gravi divisioni politiche che lacerano il “Frente de Todos”: quindi da qualsiasi parte la si osservi (politica, sociale ed economica) il rischio che Alberto Fernandez, che solo pochi mesi fa sognava una carriera di Ambasciatore in Spagna, non possa terminare i suoi quattro anni di mandato Presidenziale appare al momento, almeno a detta di molti analisti politici, piuttosto probabile.

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