DIARIO CILE/ I nuovi guai del Covid nonostante vaccini e aiuti economici

- Arturo Illia

Nonostante un alto numero di cittadini vaccinati, crescono i contagi in Cile, a causa anche di una nuova variante del Covid che si diffonde velocemente

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Sebastian Piñera (Lapresse)

La seconda ondata di contagio è definitivamente arrivata anche in America Latina e, dopo le notizie provenienti dal Brasile dove i picchi di infezione che si registrano sono altissimi, la notizia fresca che il Presidente argentino Alberto Fernandez sia risultato positivo al Covid-19 anche se vaccinato fa precipitare anche questo Paese in una situazione di caos dalle risultanze imprevedibili. Ma se l’Argentina ha finora attuato, con esiti disastrosi, la quarantena più lunga del mondo con il solo risultato di moltiplicare all’inverosimile le infezioni, senza però mettere in pratica un piano sanitario degno di questo nome per contrastare il virus (difatti sia i test che le vaccinazioni sono con numeri bassissimi), preoccupa moltissimo che pure in Cile la seconda ondata registri un picco di infezioni notevole. Se ciò accade in un Paese dove, su di una popolazione di 18 milioni di abitanti, ben 10 milioni e 780 mila sono stati vaccinati, ciò vuol dire che la situazione è davvero preoccupante. 

Ma a cosa si deve il fenomeno? Abbiamo interpellato Bruno Giovo, un imprenditore di origini italiane, che ci confessa, dopo averci illustrato i numeri di vaccinazione citati, come la causa risieda “in due ceppi del virus che si sono sviluppati molto rapidamente: accanto a quello importato dal Brasile si è diffuso pure uno autoctono e ambedue hanno dimostrato un’infettività altissima. A ciò bisogna aggiungere l’aumento del numero dei test che attualmente sono oltre 60.000 al giorno, un numero molto elevato rispetto alla popolazione”.

Com’è logico, il numero crescente dei test automaticamente fa aumentare la percentuale degli infetti ma, aggiunge Bruno “siamo sconcertati, perché dopo i grandissimi sforzi compiuti a livello sanitario pensavamo di poter iniziare a vedere la luce in fondo al tunnel della pandemia, e invece siamo tornati all’applicazione della quarantena più stretta, che da lunedì diventerà totale, senza possibilità di aprire nessuna attività lavorativa, salvo quelle commerciali di vendita alimentare e farmaceutica. Ciò significa anche l’aggravamento della situazione economica che già aveva destato forti preoccupazioni”.

Il dato del Cile è importante non solo per il fatto di essere la nazione che più si era organizzata, con misure anche rispettose della logica economica, nei confronti della pandemia, ma anche perché si credeva veramente che la situazione fosse entrata in una fase calante. Al punto che il Presidente Piñera aveva spiegato in un filmato come il Paese si stesse attrezzando per affrontare un futuro migliore anche dal punto di vista del rispetto dell’ambiente, annunciando l’entrata in servizio di autobus elettrici anche per le grandi distanze. Ma purtroppo la recrudescenza del fenomeno sanitario ha risvegliato le critiche di un’opposizione politica per la quale i successi delle misure governative (dalle vaccinazioni agli aiuti economici puntualmente elargiti a una situazione sanitaria di strutture rientrate nella norma dopo il caos nel quale sono entrate – come in molte altre Nazioni – all’arrivo della pandemia) non vengono minimamente presi in considerazione e si è sempre pronti a giudicare negativamente tutto ciò che un avversario politico, regolarmente eletto, ha compiuto per risolvere una situazione straordinaria. 

È chiaro che c’è ancora molto da fare, specie dopo questi nuovi dati del fenomeno, e il compito si prospetta difficile sopratutto per affrontare, una volta vinta la battaglia sanitaria, quella che dovrà risolvere le conseguenze del disastro, specie rispetto alle classi più deboli. Si dovrà contare su un’economia più dinamica e uno Stato efficiente per vincere quest’altra importante sfida, garantendo inoltre il mantenimento della democrazia.

Questa è una delle incognite che i lettori del Sussidiario già conoscono, visto che giusto un anno fa, prima dell’arrivo del Covid1-9, il Paese era stato colpito da un’ondata di violenza mai vista che arrivò anche a provocare l’incendio di Chiese e che successivamente si scoprì provocata da gruppi di manifestanti appartenenti a organizzazioni politiche di altri Paesi e agli ordini di quello che è conosciuto come “Il gruppo di San Paolo”, un’alleanza populista che raggruppa Cuba, Venezuela, l’Argentina peronista e altre formazioni di estrema sinistra miranti a destabilizzare il Cile, un Paese dotato di ricchezze inestimabili (si pensi al rame) che fanno gola a certi regimi agli ordini di Cina e Russia, potenze che mirano alla conquista economica del Continente latinoamericano.

È per questa ragione che anche in Brasile si assiste più a una lotta di potere che al virus: le critiche all’azione del Governo (amplificate spesso dalle trombe “progressiste” europee e di altri Paesi) sono pesantissime e riproducono quello che sopra abbiamo descritto del Cile. Tanto per chiarire, non sono affatto un fan di Bolsonaro e quindi lungi da me appoggiare politicamente un personaggio dai molti punti oscuri, ma se lo Stato ha messo a disposizione 40 milioni di dosi di vaccino e le Province del Brasile ne hanno usate la metà, qualcosa non quadra assolutamente. 

Stiamo purtroppo mondialmente assistendo a dei giochi altamente poco etici, nei quali la politica e l’interesse di lobby farmaceutiche hanno il sopravvento sul fondamentale bene comune. Contratti ridicoli non rispettati, manovre svolte da Paesi attraverso internet per denigrare vaccini altrui e sponsorizzare i propri, critiche a Governi da parte di opposizioni che, quando al potere, hanno seminato povertà e corruzione e chi più ne ha più ne metta: davvero un mondo da cambiare, se vogliamo avere ancora prospettive di un futuro degno.

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