DIARIO COLOMBIA/ Le ombre di Uribe (e del Venezuela) sul caos del Paese

- int. Diana Jallon

La Colombia non sta attraversando un momento facile. Si susseguono proteste di piazza che forse nascono interessi anche stranieri

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Le manifestazioni in Colombia (Lapresse)

Che la Colombia stesse attraversando una situazione difficile lo si sapeva da tempo: la pacificazione del Paese dopo le catastrofiche violenze provocate dal dominio dei narcos ed in particolare del famoso Pablo Escobar con veri e propri eserciti “rivoluzionari” al servizio della causa, è stato un processo lungo e parzialmente concluso con la firma di un trattato di pacificazione nazionale nel 2016 con l’esercito rivoluzionario delle Farc.

Sembrava quindi che la Colombia potesse tornare alla normalità e a un decollo economico e a uno sviluppo sociale, viste le enormi ricchezze di cui dispone. Ma purtroppo la situazione è tornata a livelli di instabilità notevoli dopo che l’attuale Presidente Ivan Duque ha proposto una riforma fiscale che colpisce sopratutto il ceto medio e le classi più povere del Paese: ciò ha innescato una serie di proteste in una situazione che è presto precipitata nel caos per vari motivi.

In primo luogo, bisogna tener conto della problematica, che si estende da parecchi anni, con il Venezuela: la Colombia costituisce la nazione alle cui frontiere premono masse di venezuelani che vogliono fuggire dalla dittatura populista instaurata dal chavismo, per cui le relazioni tra i due Paesi sono pessime e hanno raggiunto più volte la rottura fino a minacciare uno scontro armato. Il problema esiste tuttora e la frontiera costituisce un varco nel quale, secondo molte fonti, penetrano in territorio colombiano guerriglieri armati di Caracas con l’ordine di seminare violenza nelle manifestazioni e incitare la risposta delle forze dell’ordine.

D’altro canto, però, finora si sono registrati 24 morti nei disordini, a cui si sommano altre violenze, a causa della repressione militare che molti settori della società imputano all’attuale Presidente, ritenendolo altresì il delfino dell’ex Presidente Uribe che, pur iniziando il processo di pacificazione del Paese anni fa, è tuttora agli arresti domiciliari per aver corrotto dei testimoni in una causa intentata contro un Senatore della sinistra (Ivan Cepeda) accusato a sua volta di malversazione con lo scopo di far apparire l’ex Presidente come un paramilitare. Molti accusano Uribe, il personaggio politico più influente degli ultimi 20 anni nel Paese, di continuare a detenere di fatto il potere attraverso i Presidenti che gli sono succeduti, considerati semplici personaggi nelle sue mani, e di perseguire un militarismo che alla fine porti a un colpo di Stato che lo installi definitivamente al potere.

La Colombia quindi attraversa un caos politico, oltre che sociale: per questo abbiamo chiesto alla corrispondente internazionale Diana Jallon di aiutarci a fare il punto sull’intricatissima situazione. «La situazione continua a essere complicata non solo qui a Bogotà, ma anche in altre città del Paese come Medellin e Cali: questo a causa dell’onda di proteste che si sono sviluppate dopo l’annuncio del Presidente Duque di una riforma tributaria che avrebbe come effetto un sostanziale aumento (20%) dei prodotti che sono alla base del paniere famigliare ma anche di altri che sono utilizzati sia dalla classe media che povera. La protesta che si è sviluppata, inizialmente negli strati più umili della società, si è estesa anche a quelli alti che si sono espressi contro queste misure. Anche se Duque ha annunciato due giorni fa di ritirare il progetto di riforma, la popolazione ha dimostrato di non credergli, continuando nelle proteste e nelle manifestazioni. Anche perché il Presidente ha pure proposto una sostanziale riforma del sistema sanitario, fatto che ha totalmente esacerbato gli animi, al punto che venerdì scorso alcuni manifestanti hanno preso d’assalto il Congresso nazionale.

Quindi, la situazione, nonostante la parziale retromarcia presidenziale, continua a essere delicata.

Esattamente: al punto che il Sindaco di Bogotà, Claudia Lopez, ha chiesto alla gente di calmarsi. Ma allo stesso tempo alcune misure che erano stat prese per impedire la propagazione del Covid-19 sono state cancellate e, a partire dalla prossima settimana, non saranno più vigenti. Un annuncio che ha creato malumore nella capitale, giacché il coefficiente di occupazione dei posti non solamente in terapia intensiva ma anche nell’intera struttura ospedaliera pubblica e privata ha ormai raggiunto il collasso.

D’altra parte, nonostante l’ondata di estrema violenza denunciata pure dalle Nazioni Unite, alcuni sostengono l’esistenza di possibili ingerenze di gruppi armati stranieri, come già accaduto tre anni fa durante le proteste che si svilupparono in Cile.

Sì, infatti è una delle teorie che si stanno discutendo e che acquista sempre più forza paragonandola a quella cilena. A questo bisogna aggiungere, per una questione di obiettività giornalistica, il dato che ci sono molte personalità politiche che incitano alla protesta, senza però prendervi personalmente parte. In pratica invitano alla partecipazione però non si fanno vedere: e allora perché questo atteggiamento se sono loro che pretendono di guidare le masse come esponenti politici e leader di opinione? Di che cosa hanno paura nel fare proclami dalle loro case, quando altre volte, nonostante il Covid-19, ne sono usciti per partecipare a eventi anche mediatici vari? È quello che afferma Claudia Lopez nei confronti del leader dell’opposizione di sinistra Gustavo Petro, che ha invitato la gente a protestare, ma non al dialogo e alla conciliazione, e non si è mai visto nelle piazze. È ovvio che si crede molto alla partecipazione di persone non colombiane e, senza accusare nessuno, non essendo nemmeno la mia opinione come giornalista, quello che si legge in rete è che ci sono organizzazioni o nuclei di civili venezuelani che forse stanno compiendo una funzione di agitatori per far salire la tensione. Ma niente di ciò è stato confermato.

(Arturo Illia)

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