DIARIO UK/ La stretta sull’immigrazione spaventa le imprese più del coronavirus

- Cristina Balotelli

Il Regno Unito si prepara a fronteggiare una possibile epidemia di coronavirus. Ci sono 23 casi confermati, ma stanno aumentando in modo rapido

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Priti Patel (Lapresse)

LONDRA – Il Regno Unito si prepara a fronteggiare una possibile epidemia di coronavirus. Ci sono 23 casi confermati, ma stanno aumentando in modo rapido. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone che sono tornate da viaggi, tra cui in nord Italia e Iran. Ma preoccupa il caso di un uomo del Surrey, contea a sud-est di Londra, che ha sviluppato il virus senza aver viaggiato all’estero. I sanitari stanno cercando di rintracciare tutti i suoi contatti.

Una legislazione d’emergenza sarà pubblicata la prossima settimana, nel tentativo di contenere il contagio. Al momento i viaggi in Italia sono sconsigliati e chi torna da una delle zone dichiarate dei focolai di coronavirus in Lombardia e Veneto deve mettersi in quarantena anche in assenza di sintomi. Per chi invece ritorna dal nord Italia (da Pisa in su), la quarantena è “consigliata”.

Molte famiglie hanno programmato vacanze in Italia a Pasqua e nei due ponti di maggio e al momento la maggior preoccupazione è come cambiare i programmi e recuperare i soldi. Ma tutto questo passerà presto in secondo piano se la situazione dovesse precipitare, come sembrano temere le autorità. Considerando la quantità enorme di gente che si è messa in viaggio tra dicembre e gennaio – tra cui coloro che sono andati e tornati dalla Cina – sembra strano che fino a questo momento da noi non si sia creata una situazione simile a quella italiana.

Ci sono stati i britannici rimpatriati da Wuhan e messi in quarantena, poi quelli che si sono presi il virus sulla nave da crociera Diamond Princess e quelli che sono in quarantena nell’albergo di Tenerife. Ma in questi casi si trattava sempre di contagi all’estero. Ora invece spunta un uomo che pur non avendo mai lasciato il suo Surrey risulta positivo al coronavirus. Il pub dove era solito recarsi è stato disinfettato.

Coronavirus a parte, la notizia del giorno è che il premier Boris Johnson diventerà (di nuovo!) papà e che lui e la futura mamma, Carrie Symonds, sono fidanzati. Il lieto annuncio arriva alcuni giorni dopo l’accordo per il divorzio con l’ex moglie, Marina Wheeler, con la quale Johnson ha quattro figli. Vita privata del premier a parte, l’area del suo governo che in questi giorni è in preda a forti turbolenze è il ministero dell’Interno guidato da Priti Patel.

Ieri il suo più alto funzionario, Sir Philip Rutnam, si è dimesso accusando pubblicamente la ministra. Rutnam, 33 anni di brillante carriera al ministero fino ad arrivare al ruolo top di Permanent Secretary, ha annunciato che farà causa al ministero per essere stato costretto alle dimissioni.

Facciamo un passo indietro. Accuse di bullismo da parte di Priti Patel ai danni dei suoi sottoposti erano state pubblicate dal quotidiano The Times nei giorni scorsi. Citando alcune fonti sindacali, il quotidiano raccontava che Patel avrebbe cercato di far rimuovere Rutnam dopo alcuni scontri per diversità di vedute. Inoltre, la ministra avrebbe avanzato richieste irragionevoli ai suoi sottoposti, che vivrebbero, sempre secondo le accuse, in un’atmosfera di terrore.

Non solo: le dimissioni improvvise del direttore generale dell’ufficio responsabile del rilascio di visti e passaporti, Mark Thomson, venivano collegate ad altri episodi di bullismo da parte della ministra. L’Home Office si è difeso dichiarando, tramite il suo portavoce, che nessuno ha presentato lamentele nei confronti della Patel. Con le dimissioni shock di Rutnam le lamentele sono arrivate eccome. Il funzionario ha spiegato di essersi sentito in dovere, con il suo gesto, di proteggere la salute e il benessere dei 35mila lavoratori del ministero degli Interni e ha accusato Patel di sminuire i suoi sottoposti e fare loro richieste irragionevoli. Praticamente, ha confermato quanto riportato dalla stampa.

Recentemente la ministra – impegnata sul fronte immigrazione post-Brexit – ha annunciato particolari del nuovo sistema d’immigrazione a punti che entrerà in vigore dopo il 31 dicembre. E che di fatto porterà alla chiusura delle frontiere per i lavoratori europei non qualificati e che non parlano l’inglese.

Tra i requisiti che verranno richiesti per il visto, infatti, ci vogliono la conoscenza della lingua inglese e un’offerta di lavoro con un salario minimo di 25.600 sterline l’anno. Patel – figlia di immigrati dall’Uganda – ha dovuto ammettere in un’intervista che sotto le nuove regole da lei implementate i suoi stessi genitori non sarebbero mai potuti entrare per lavoro nel Regno Unito.

Diversi rappresentanti di settori economici hanno espresso le loro preoccupazioni per un sistema che renderà molto difficile per certe imprese trovare forza lavoro e mantenere bassi i costi. La risposta del governo è che le imprese dovranno investire sulla forza lavoro locale o sullo sviluppo delle tecnologie d’automazione invece di fare affidamento su manodopera europea poco pagata.

I settori che dovrebbero maggiormente subire l’impatto della stretta sull’immigrazione vanno dalle costruzioni all’ospitalità (alberghi, bar, mense, ristoranti). Si tratta di settori che fanno affidamento prevalentemente su manodopera a basso costo. Molte piccole imprese rischiano di chiudere. Per non parlare dei grandi progetti d’infrastrutture, come HS2 (la linea ferroviaria ad alta velocità), che rischiano la mancanza di manodopera. Ma il governo non sembra intenzionato a cambiar linea.

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