DIARIO USA/ Bianchi contro neri, non ci serve un nemico da battere ma un’amicizia

- Riro Maniscalco

In una America dove la divisione e lo scontro razziale sono sempre più forti, occorre fare un passo diverso. Come fece Martin Luther King

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Black Lives Matter (LaPresse)

MINNEAPOLIS – È vero che l’uomo bianco ha usato ed abusato dell’uomo nero per oltre tre secoli? È vero che gli afroamericani sono tutt’ora guardati con più sospetto dei caucasici? È vero che gli indici di criminalità tra le persone di colore sono decisamente i più alti del paese? È vero che su questo pesano i lunghi anni di sottomissione e le condizioni di vita? È vero che è meglio che un bianco non si azzardi in un quartiere di neri? È vero che quando la polizia ti intima di fermarti e tu non lo fai ogni cittadino americano sa che rischia di beccarsi qualche pallottola? È vero che sono molto più i neri ad essere fermati e a beccarsi una pallottola che i bianchi? È vero che un certo numero di afroamericani nutre un profondo odio verso l’uomo bianco, quanto l’uomo bianco nei confronti degli afroamericani? È vero che ci sono poliziotti che trattano persone di colore con violenza assolutamente gratuita? È vero che i poliziotti criminali e razzisti sono una minoranza della forza? È vero che “defunding” la polizia, privandola di risorse semplicemente aggraverebbe quell’irrequietezza violenta e quella ripresa della criminalità che stanno infettando tutto il paese? È vero che le scelte fatte dai professionisti dello sport di sospendere le partite costringono anche chi non lo volesse a riconoscere quel che sta succedendo? È vero che hanno un sommario sapore di ideologia politica, come ha sputato fuori Trump nel suo discorso di accettazione alla Convention repubblicana? È vero che se le armi da fuoco non fossero così a portata di mano, anche menti guaste come quelle di chi spara a chi la pensa diversamente non ruberebbero la vita a nessuno?

Tutto vero. Non lo dico per lavarmene le mani, lo dico perché è vero. Se vi interessa la verità, la risposta ad ognuna delle domande che ho elencato – e se ne potrebbero aggiungere chissà quante – è “Sì”.

Allora come si fa? Vale tutto ed il contrario di tutto? Ascolti le ragioni degli uni e ne vedi la fondatezza, ascolti poi quelle degli altri a provi gli stessi sentimenti. Occorrerà pur prendere una posizione, direte voi. E non lo dice anche la storia? Già, prendere posizione, questo sembra essere il punto, e le posizioni, stringi stringi, sono due, i buoni (quelli che la pensano come me) ed i cattivi (gli altri). È una banalizzazione di fronte alla quale ci siamo trovati milioni di volte, ma è proprio il guado in mezzo al quale ci troviamo. Ma siamo sicuri che la domanda da porsi sia quale posizione prendere, quale parte sostenere?

L’altro giorno non so quante persone (anche i numeri dipendono dagli schieramenti) hanno marciato su Washington. Come 57 anni fa quando una folla immensa riempi il National Mall, davanti a quel leggendario obelisco ed il Lincoln Memorial. Tutti radunati per domandare, per affermare, il pieno riconoscimento dei propri diritti civili. E per ascoltare Martin Luther King. E Martin Luther King parlò. “I have a dream…”

Oggi emerge nuovamente un grande senso d’urgenza, ma il senso di urgenza può renderci miopi. Il desiderio di sconfiggere l’altro per affermare le proprie ragioni, per far giustizia, non ci porterà molto lontano. Il cammino tracciato da King è un cammino di dialogo, pazienza e certezza. Quei passi – dite voi se pochi o tanti – che sono stati fatti nella storia americana dei Civil Rights sono tutti frutto della sua fede operosa, della sua tenacia non violenta. Non si costruisce nulla se nella mente e nel cuore si ha un nemico da sconfiggere. Occorre lavorare su quel che si pensa, su quel che si dice e su quel che si fa perché il dialogo avvenga e porti frutto.

Guardate Cornel West e Robert George nella conversazione mostrata al Meeting di Rimini. West, nero e super-progressista. George, bianco e conservative. È una lezione di amicizia e quindi di civiltà, la carne dell’impossibile che diventa possibile. Abbiamo bisogno di uomini capaci di amare. Non c’è principio di pace senza principio di amore.

Che la marcia su Washington almeno ci richiami a questo. Di falsi profeti, tolleranti pieni di intolleranza, ne abbiamo abbastanza. Come scrisse Bob Dylan vent’anni dopo quella marcia a cui lui stesso partecipò, “Sometimes Satan comes as a man of peace”, a volte Satana si presenta come un uomo di pace.

God Bless America!

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