DIETRO IL COLLE/ L’ipotesi elezioni anticipate che non dispiace più a Mattarella

- Anselmo Del Duca

Se allo stallo impotente del governo Conte si aggiungessero pericolosi elementi esterni, Mattarella sarebbe pronto a sciogliere le Camere

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(LaPresse)

Chi si attendeva un Mattarella politico è rimasto puntualmente deluso: niente sulla prescrizione o sull’autonomia, niente sulla crisi di governo di mezzo agosto né sulle prospettive future. Di sicuro si tratta di una omissione di rilievo: manifesta il timore di influire, anche solo con un accenno, su una situazione già di per sé traballante.

Sarebbe però un errore affermare che nel messaggio di fine anno il Capo dello Stato abbia del tutto eluso i temi politici. Ai partiti ha avanzato richieste precise, che delineano un programma di governo dettagliato, quello che al gabinetto guidato da Giuseppe Conte sembra, invece, mancare. Garantire il buon funzionamento delle istituzioni, ha chiesto Mattarella, “assicurare decisioni adeguate, efficaci e tempestive sui temi della vita concreta dei cittadini”. E la lista delle questioni aperte è lunga, il lavoro che scarseggia, il divario fra Nord e Sud, le grandi crisi aziendali, Ilva in testa e i sempre più evidenti squilibri sociali.

Una scudisciata, un richiamo al dovere di mostrarsi responsabili che riguarda tutti: partiti, classe imprenditoriale, corpi intermedi (sindacati e associazioni di categoria), sino ai singoli cittadini. Ed è sin troppo evidente che se dal Quirinale si è sentita la necessità di esprimersi in questo modo è perché le cose stanno all’opposto. Prendiamo il caso Ilva, e l’esercizio di supplenza esercitato dal Capo dello Stato ricevendo al Quirinale i leaders sindacali. Mattarella ne avrebbe fatto volentieri a meno, se avesse avuto di fronte un governo impegnato ventre a terra nella ricerca di una via d’uscita. Se fosse necessario ancora, non si tirerebbe indietro, ma vorrebbe una concretezza molto maggiore. “La democrazia si rafforza se le istituzioni tengono viva una ragionevole speranza”, ha ammonito nel messaggio.

Il nuovo anno si apre quindi con la preoccupazione per la tenuta del quadro politico. Al Quirinale si compulsa il complicato incastro delle scadenze istituzionali, dal referendum sulla riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari alla consultazione targata Lega sul sistema elettorale, sino alle elezioni del 26 gennaio in Emilia-Romagna e Calabria. Più che il crollo dell’attuale assetto di governo spaventa lo sfilacciamento e l’immobilismo che potrebbero accentuarsi sempre di più nelle prossime settimane.

A mezza bocca chi frequenta le stanze più importanti del Colle lascia trapelare che il completamento del percorso della riforma che riduce il numero dei parlamentari non può essere utilizzato come pretesto per coprire la paralisi. Certo, sarebbe giusto e opportuno che prima di tornare a votare si attendesse la piena operatività di questa innovazione costituzionale. Ma se la situazione si dovesse complicare e trascinarsi per mesi, con questo esecutivo, o con un altro, ancor più debole di questo, il dilemma sul da farsi diventerebbe stringente. E se a una situazione bloccata si aggiungessero elementi esterni, come magari un attacco speculativo sui mercati internazionali (una sorta di riedizione del 2011, per capirci), allora il presidente della Repubblica non potrebbe avallare un simile stato di cose. Sciogliere le Camere e andare a nuove elezioni con l’attuale numero dei parlamentari finirebbe per costituire il male minore.

Attenzione, però. Questo ragionamento non vuole affatto dire che Salvini e Meloni possono già cominciare a fregarsi le mani. Anche per loro vale il richiamo al senso di responsabilità, il presidente non gradisce i toni forti, e lo si è capito nel passaggio contro la manipolazione dei social network e l’uso strumentale delle fake news. No quindi al gioco allo sfascio.

Del resto, la vera incognita rimane tutta dentro la maggioranza: le intenzioni del Pd, le convenienze di Renzi, la crisi sempre più evidente dei 5 Stelle. In una condizione normale, da prima repubblica, il “partito della pagnotta” sarebbe prevalente, e la maggioranza saprebbe trovare il modo di serrare le fila e tirare a campare sino al 2023, o quantomeno al 2022, quando si eleggerà proprio il successore di Mattarella.

L’incognita del 2020 sarà proprio scoprire se prevarrà l’istinto di sopravvivenza oppure il cupio dissolvi.

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