DIETRO IL FISCO/ L’accordo anti-tasse che separa una volta per tutte Lega-FI da Meloni-Letta

- Antonio Fanna

Lega e FI hanno raggiunto l’accordo con il governo: ok alla riforma fiscale ma senza aumento delle tasse. La Meloni invece fa asse con Letta…

Centrodestra a P. Chigi
Tajani e Salvini a Palazzo Chigi per vertice con Draghi sulla riforma fiscale (LaPresse, 2022)

L’accordo che il centrodestra “di governo” ha raggiunto ieri con Palazzo Chigi su fisco e catasto è un passaggio importante: consolida l’esecutivo e fa tirare un sospiro di sollievo ai milioni di italiani che hanno proprietà immobiliari. Dopo le promesse di Mario Draghi, ora è nero su bianco che la riforma del catasto (prioritaria per l’Unione Europea) si farà senza aggravi tributari.

In una nota, Lega e Forza Italia dicono che “nell’accordo viene eliminato ogni riferimento al sistema duale, preservando i regimi cedolari esistenti e garantendo una armonizzazione del sistema fiscale”. Non si pagheranno maggiori tasse sulla casa. Quanto al catasto, “viene eliminato ogni riferimento ai valori patrimoniali degli immobili”. Il centrodestra “di governo” rivendica di aver ottenuto anche un altro obiettivo, quello cioè che “le aliquote Imu possano essere ridotte per effetto dell’emersione degli immobili fantasma”. 

Sotto l’aspetto politico, l’accordo è un ulteriore passo verso il disfacimento del centrodestra finora conosciuto, perché si approfondisce la divergenza tra Lega e Forza Italia da un lato e Fratelli d’Italia dall’altro. Divergenza di obiettivi: Salvini e Berlusconi hanno enunciato un fine preciso, quello di agire per evitare guai peggiori, mentre non sappiamo ancora quale sia l’idea di riforma fiscale della Meloni. Divergenza tattica: la leader di Fratelli d’Italia cavalca l’onda mediatica quando gli altri preferiscono agire sotto traccia e silenziosamente. Divergenza strategica: leghisti e azzurri lavorano a rafforzare l’esecutivo e prolungarne la vita per quanto possibile, al contrario di FdI che vuole andare a votare il prima possibile. Sta di fatto che se è stato posto un argine alle tasse sulla casa, se è stata evitata la patrimoniale, se è stato ridimensionato l’oltranzismo sanitario anti-Covid, questo lo si deve al centrodestra “di governo” e non a quello “di opposizione”.

Se ai contrasti nei palazzi romani aggiungiamo quelli che si approfondiscono nelle città in cui si andrà a votare a giugno, si ha la conferma che la ricomposizione del centrodestra tradizionale si fa sempre più lontana. Lega e Forza Italia si sono notevolmente avvicinate, mentre la Meloni preferisce continuare nella sua lunga marcia solitaria al punto da avere organizzato la conferenza programmatica proprio nella città simbolo del potere azzurro-leghista: Milano. Una sfida aperta a Salvini e Berlusconi che avanzano compatti, forse anche verso un futuro unitario. La Lega punta ad assorbire il partito del Cavaliere, mentre lo scopo di Fratelli d’Italia è un altro, quello di farsi accreditare dal centrosinistra e dai poteri forti.

Tra Meloni e Letta continuano i complimenti reciproci, ma non si tratta di “gemelli diversi” che cercano la leadership ognuno nel proprio campo. Tra i due c’è un patto di legittimazione vicendevole per riconoscere nell’altro il vero leader dello schieramento opposto. Un accordo che presenta un rovescio della medaglia, perché si trasforma in un’intesa per delegittimare chi non è come loro, cioè i grillini e i salviniani. Imitando i due blocchi americani, quello democratico e quello repubblicano, Letta e Meloni puntano a riproporre lo schema dei progressisti contro i conservatori, divisi su tutto ma riuniti da un denominatore comune: l’atlantismo spinto. Anche a costo di sostenere un conto salato per le spese energetiche. Ma quello lo pagano le aziende, non la politica.

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