DIETRO IL RECOVERY/ I dubbi dei partiti su Draghi, quelli dell’Ue sull’Italia

- Antonio Fanna

L’Ue dà il via libera al Recovery Plan italiano solo dopo un confronto Draghi-von der Leyen. Franco ha informato il Cdm. Maretta dei partiti

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Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue (LaPresse)

Il campanello d’allarme è suonato a Bruxelles. Anche se a Palazzo Chigi siede un bomber come l’ex Mister Bce, i vertici dell’eurocrazia hanno ricordato che nel gioco del tiro alla fune sul Recovery plan ci sono anche loro. Anzi, loro sborsano il denaro e hanno voce in capitolo più dei partiti italiani che si litigano un po’ di visibilità. Lo slittamento alla tarda sera di ieri del Consiglio dei ministri sul Pnrr è principalmente dovuto ai dubbi europei, e solo in seconda battuta il ritardo è stato causato dalle forze di maggioranza. Quello di Bruxelles è un intervento pesante, con dubbi e interrogativi che gravano sui provvedimenti proposti dal governo italiano, e in particolare sulle garanzie e sull’agenda di attuazione. L’Europa non è cambiata quando si tratta di gettare un occhio sull’Italia. Ci sarà anche uno come Draghi al governo, ma resta alta la diffidenza di tedeschi e Paesi “frugali”, che continuano a rappresentare la vera anima di questa Europa.

Draghi ha superato la situazione di stallo con le due telefonate alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e al vicepresidente “falco” Valdis Dombrovskis. Il messaggio che ha ricevuto è chiaro: l’Italia avrà sempre sul collo il fiato dei controllori europei, che per i 221 miliardi del Recovery fund pretendono garanzie certe che l’Italia rispetterà i tempi e gli obiettivi. E comunque, un buffetto all’inventore del Quantitative easing serve anche a ridimensionarlo un po’, proprio nel momento in cui la stampa europea registra l’ascesa di Draghi nella considerazione internazionale, e qualcuno addirittura vede in lui una figura in grado di rappresentare un’alternativa al rigorismo dell’Europa attuale.

Su questa crepa aperta da Bruxelles si sono infilati i partiti italiani, ognuno alle prese con le proprie debolezze e in cerca di un ruolo che garantisca visibilità e voti. E così Draghi ha dovuto compiere una mediazione doppia, una sul fronte interno e l’altra su quello comunitario. Se l’altro giorno era stata la Lega ad agitare le acque del governo su riaperture e coprifuoco, ieri è toccato ai 5 Stelle rispolverare una vecchia bandiera, quella della transizione ecologica, per battere i pugni e chiedere che il superbonus edilizio venga rifinanziato. Giuseppe Conte deve ricostruire un movimento balcanizzato, che dopo la rottura con Davide Casaleggio ha perso la piattaforma di collegamento con gli iscritti e non ha più in Grillo l’elemento di unità. Non è parso vero a Conte di sfruttare il primo momento di impasse europea di Draghi per farsi nuovamente vivo davanti alle telecamere e indebolire politicamente il presidente del Consiglio.

Ma poi anche Forza Italia e soprattutto il Pd hanno messo sul tavolo le proprie richieste che riguardano sia le misure (molti ministri si sono indispettiti nel vedere le bozze del Pnrr consegnate alle agenzie di stampa anziché a loro), sia la governance del Recovery: il premier sarà un fuoriclasse, ma non può pensare di fare gestire quella montagna di soldi solo ai suoi tecnici, mettendo la politica di fronte a decisioni già prese.

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