DIETRO LE QUINTE/ La partita del Quirinale e il Nazareno 2.0

- Stefano Bressani

Si è riacceso il toto-nomi per il successore di Mattarella. Proprio quando Silvio Berlusconi sembra rientrato nei giochi politici più importanti

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Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (LaPresse)

Prima Giuliano Amato e Mario Monti. Poi Sergio Mattarella stesso. Poi, ancora, Silvio Berlusconi e Romano Prodi (e Marta Cartabia). Infine: Mario Draghi. Neppure troppo dietro le quinte di un’evidente paralisi politica nel Governo e in Parlamento, le grandi manovre attorno al Quirinale stanno conoscendo un’escalation inedita: benché manchino ancora 18 mesi alla scadenza del mandato di Mattarella e un anno pieno all’inizio del “semestre bianco”.

Tutto è iniziato – apparentemente all’improvviso – meno di due settimane fa, quando Amato ha affrontato la questione in una conversazione con il Foglio. Amato – due volte Premier, oggi giudice costituzionale – era candidato forte per la Presidenza della Repubblica già nel 2015. Lo era in quanto nome condiviso fra Matteo Renzi (allora premier e leader del Pd) e Berlusconi, capo di un’opposizione talmente “responsabile” da aver concesso che una pattuglia di senatori (Ala, di Denis Verdini) puntellasse la fragile maggioranza di centrosinistra. Era il cosiddetto “patto del Nazareno”, gradito anche a Giorgio Napolitano, riconfermato al Quirinale nel 2013 grazie a un largo compromesso finale, da cui rimase fuori solo M5S. Ciò avvenne, comunque, non prima che di un tentativo importante sul nome di Prodi: stroncato, tuttavia, da un centinaio di  franchi tiratori (renziani) del Pd. Gli stessi che un anno dopo poi spazzarono via il Governo post-elettorale di Enrico Letta.

Ancora un anno ed è stata a candidatura Amato per il Quirinale a essere bruciata dal Pd di Renzi. Ed è stata l’elezione di Mattarella a mettere una pietra sopra al “Nazareno 1.0”. Cinque anni dopo – non sorprendentemente – è Amato a riaprire l’esclusivo tavolo “Quirinale 2022”. Attorno al quale, in pochi giorni, si sono affrettati a prendere posto tutti i protagonisti attesi. Ventiquattr’ore dopo il “Dottor Sottile” è stato Monti a intervenire sul Corriere della Sera: formalmente sulle scelte che attendono il governo Conte sul Mes; sostanzialmente per una niente affatto scontata rivalutazione di alcune posizioni della Lega di Matteo Salvini sul finanziamento della Ricostruzione. Il milanese Monti – senatore a vita, ex Premier, ex Commissario Ue su indicazione di Berlusconi – sulla carta è certamente un nome “presidenziabile”: soprattutto in una fase cruciale all’esterno per le relazioni con Ue e Usa e all’interno per lo squilibrio meridionalistico della governance politica di Giuseppe Conte.

L’uno-due di Amato e Monti, in ogni caso, è sembrato cogliere di sorpresa lo stesso Mattarella: come si è potuto evincere, lunedì scorso, da un corsivo del quirinalista del Corriere, molto problematico sui rischi di indebolimento della Presidenza italiana investita da un “totonomi” così anticipato. Ma neppure un segnale così forte è stato sufficiente a bloccare un gossip curioso, alimentato fra virgolette dagli stessi protagonisti. Anzi: la partita è ulteriormente salita di grado ad horas, quando Prodi ha aperto all’ingresso di Berlusconi nella maggioranza di governo. “Prodi al Colle / Berlusconi senatore a vita”, ha efficacemente sintetizzato un quotidiano in prima pagina ieri mattina.

Nelle stesse ore, dalla Corte Costituzionale – presieduta dalla giurista Marta Cartabia – sono giunte due pronunce di notevole riflesso politico: la prima a favore del Governo (in particolare della componente M5S) nel concitato finale della partita Autostrade; la seconda a spezzare una lancia nella complicata revisione dei “decreti Salvini”, sulla scia delle raccomandazioni dello stesso Mattarella e dei desiderata del Pd. Cartabia – da sempre vicinissima al Capo dello Stato in carica – è a oggi l’unica pre-candidata “rosa” al Quirinale. E non è certo un caso che il Corriere le abbia riservato ieri mattina ben due ritratti fotografici, uno in prima pagina.

Alla “sfilata” estiva davanti al Quirinale mancava tuttavia ancora il “convitato di pietra”: l’ex presidente della Bce, Mario Draghi. Il quale, in otto mesi ha rotto una sola volta un riserbo altrimenti assoluto: per un fondamentale editoriale-manifesto pubblicato sul Financial Times nel pieno della pandemia per indicare all’Ue una exit-strategy dai contraccolpi recessivi. Bene, giusto ieri il nome di Draghi si è affacciato due volte sulla ribalta mediatica: per la nomina – da parte di papa Francesco – alla Pontificia Accademia di Scienze Sociali; e per i riflessi di un incontro riservato chiesto al banchiere dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, leader dell’ala governativa di M5S.

Sarebbe troppo lungo e complesso approfondire e collegare ogni singolo passaggio. Resta il fatto che – alla luce del sole – un avvicendamento anticipato al Quirinale è apparentemente più d’attualità di ricambi nel Governo e nella maggioranza. O meglio: sembra prendere forma un aggiustamento del quadro politico imperniato sulla successione a Mattarella, che – val la pena di ricordarlo – è stata una prospettiva esplicita nel ribaltone di governo di un anno fa.

La maggioranza giallo-rossa si è formata essenzialmente per espellere la Lega dal Governo e tenerla lontana anzitutto dalla scadenza presidenziale del 2022. Che tuttavia appare ora molto lontana: forse troppo per un Conte-2 paralizzato, diviso, privo di forza politica minima interna ed esterna. E nella prospettiva di un autunno molto difficile sul piano socio-politico è naturale che le forze politiche stiano studiando “piani B” a un “governo Orsola” mandato allo sbaraglio pur di fermare Salvini. Renzi, dal canto suo, è stato esplicito: per evitare elezioni anticipate serve – subito – un patto di legislatura fra le quattro sigle della maggioranza, a cominciare da un accordo (subito) sul futuro inquilino del Quirinale. Un presidente diverso da Mattarella, ha lasciato intendere il leader Iv. Che ha invece lasciato nell’implicito il timing. Ma se vi fosse convergenza sul dopo-Mattarella, perché non risolvere già oggi la delicata questione-Quirinale? Perché non eleggere subito un Presidente (anti-Lega e filo-Ue) con sette anni davanti? Perché non operare poi – all’ombra di un’operazione politica “alta” – un rimpasto di governo? 

Non sorprende che figure come Amato e Monti propongano per il Qurinale i propri profili di ex Premier istituzionali, la loro affidabilità accademico-tecnocratica, le loro sperimentate relazioni internazionali. E non stupisce che le loro sortite abbiano in fondo disturbato Mattarella: un Presidente politico a tutto tondo, proveniente dalle fila di Dc, Ulivo, Margherita e Pd. È una freddezza quella del Capo dello Stato che – al di là di un”indubitabile stima personale – può entro certi limiti toccare anche la figura di Draghi: che sicuramente è stato finora “riserva della Repubblica” per palazzo Chigi in caso di avvitamento della soluzione politico-finanziaria. Può darsi che lo sia ancora, ma se la partita della governance-Paese si giocasse direttamente attorno al Quirinale è evidente che Draghi sia già oggi un front-runner competitivo con ogni soluzione squisitamente politica. E la principale “soluzione politica” l’ha disegnata in pubblico Prodi mercoledì a Bologna: un “Nazareno 2.0” basato sull’allargamento della maggioranza a Forza Italia, a tendenziale compenso di probabili strappi all’interno di M5S. Quindi: “Prodi al Colle / Berlusconi senatore a vita” e un Conte-3 a palazzo Chigi, con una squadra di governo prevedibilmente rimaneggiata. Con Lega e Fratelli d’Italia relegati (e logorati) all’opposizione per altri tre anni: magari a dispetto di favorevoli risultati elettorali locali in settembre. 

La partita, come si suol dire, è ancora all’inizio. E non è possibile prevedere quando e come finirà. L’unica evidenza è la fine della lunga narrazione secondo cui l’ex Presidente italiano della Commissione Ue e l’ex Presidente italiano della Bce sarebbero gemelli interscambiabili alla guida di un sempre presunto “fronte democratico nazionale”. Oggi è definitivamente chiaro che non sono affatto interscambiabili e sono invece contendenti per la massima carica di una Repubblica sempre più “presidenziale”.

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