DIETRO LE QUINTE/ La pericolosa trattativa sotto traccia sul Mes

- Paolo Annoni

Sembra essere emersa la condizione posta dall’Italia per firmare il Mes. Intanto sui mercati c’è chi si prepara a speculare sulla vicenda

concorso pubblico senato
L'aula del Senato (LaPresse)

Grazie a Reuters ieri abbiamo appreso quale sia la condizione chiesta dal Governo italiano per approvare il Mes. Il sottosegretario all’Economia Maria Cecilia Guerra (Pd) ha spiegato che l’Italia approverà il Mes solo a condizione di avere garanzie sul altre proposte di riforma oggi allo studio per l’eurozona; il sottosegretario in particolare ha detto che “non vogliamo che i debiti pubblici vengano pesati per il rischio a seconda del rating del Paese perché sarebbe molto dannoso per noi”. La “notizia” è stata confermata da Conte ieri quando ha dichiarato che “l’Italia contrasterebbe con la massima determinazione la modifica del trattamento prudenziale dei titoli di Stato”. Su questa notizia, in particolare la prima uscita a metà mattina, il Btp ha sbandato.

Ci sembra che il quadro che emerge confermi tre cose. La prima è che c’è una trattativa che coinvolge anche parte dell’“establishment italiano” sul Mes. A porre condizioni in questa fase “negoziale”, tutta a fari spenti, non sono i sovranisti; l’avvio della crisi “politica” del Mes è partita dal governatore della Banca d’Italia perché le norme che si stanno approvando rendono molto più fragili i titoli di Stato italiani sui mercati. Il secondo elemento, infatti, è che il Mes, in quanto tale, e senza altre modifiche dell’eurozona è pericoloso e basta. Per questo occorre tutelarsi evitando che altre modifiche vadano nel senso di mettere i debitori, soprattutto alla vigilia della crisi che sta arrivando, nella condizione di essere obbligati dagli eventi a ristrutturare il debito. A pagare sarebbero tutti i correntisti italiani. Si pagherebbe per salvare questo euro e questa Europa. Oggi i debitori italiani o spagnoli possono “ricattare la Bce”, perché se i titoli di Stato saltano il rischio di una rottura dell’euro è estremo e la difesa della valuta comune sarebbe molto costosa. In questo modo i creditori salvano l’euro essendo in grado di confinare il costo ai debitori, i quali pagano ma non vedono tutti i benefici relativi. Ricordiamo che un disoccupato senza euro, con il welfare state sfracellato, non festeggia perché qualcuno gli salva la rendita.

Il terzo elemento è che esattamente come nel 2011/2012 la pressione dell’Europa da dentro e da fuori dell’Italia sarà massima e si manifesterà sotto forma di vuoti d’aria sui titoli di Stato italiano per innescare un altro “fate presto”. Sono fasi su cui si possono fare affari, approfittarsi della debolezza altrui (ci ricordiamo ancora bene della Libia) e che possono essere molto remunerative per chi controlla euro ed Europa. Oggi anche dalla Francia di Macron si levano perplessità vere sul Mes, a testimonianza che chi ha sollevato preoccupazioni non è vittima di allucinazioni. Ma la Francia è la Francia e l’Italia è l’Italia.

Ciò che rimane da capire è quanti siano coinvolti nel gioco delle parti a cui stiamo assistendo. Questa mini crisi politica è funzionale a una trattativa per evitare quello che viene ritenuto da tantissimi “insospettabili” molto rischioso. Chi sbraita su Twitter o ai microfoni in questi giorni è alla ricerca del consenso nel breve periodo, perché è già tutto fatto, oppure c’è una sostanza? I fatti contano molto di più delle parole.

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