DIETRO LE QUINTE/ La vera “manovra” (e la rinuncia) di Conte e Gualtieri

- Stefano Filippi

Gualtieri dice che l’Italia deve “pagare il conto del Papeete”, ma la manovra sua e di Conte (e quindi dettata dall’Ue) è una stangata, ecco perché

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Il premier Giuseppe Conte con il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri (LaPresse)

La battuta, bisogna ammetterlo, è efficace: “Dobbiamo pagare il conto del Papeete”. Scaricare ogni colpa dei problemi dell’economia su Matteo Salvini ormai è uno sport nazionale. Ma è quel “dobbiamo pagare il conto” detto da Roberto Gualtieri che preoccupa. C’è un conto da pagare; che sia stato lasciato dalla Lega o no è meno rilevante, anche perché la misura simbolo delle politiche leghiste, cioè “quota 100” nelle pensioni, non verrà toccata in quanto va a esaurimento. Quindi il conto del Papeete non sembra poi così esoso.

Qual è dunque il prezzo che gli italiani si devono preparare ad affrontare? Il ministro dell’Economia ha fatto ieri una serie di affermazioni allarmanti. La manovra sarà da 30 miliardi, “cifra ben definita”. Se 23 se ne vanno per sterilizzare l’aumento dell’Iva, ne restano 7 per una montagna di promesse: “Vogliamo essere molto ambiziosi, affrontare i grandi nodi strutturali e grandi sfide come quelle del mutamento climatico”, ha garantito Gualtieri. Con 7 miliardi, dunque, si dovrebbe esaurire un pacchetto di misure che il ministro ha elencato puntigliosamente: superamento del superticket, quota 100 confermata, reddito di cittadinanza confermato, piano per gli asili nido, mini flat tax per le partite Iva, incentivi per la moneta elettronica, economia verde.

Altra preoccupazione viene da ulteriori cifre date da Gualtieri: “Il deficit si collocherà tra il 2,1 e il 2,2%, una saggia via di mezzo; meglio non dichiarare il 2,4 e poi fare il 2,04% e nel frattempo avere un’impennata dello spread”. Parole sacrosante, queste del ministro. Ma a parte il fatto che il 2,4% era stato annunciato dallo stesso premier Giuseppe Conte che ora guida il governo di cui Gualtieri è ministro, c’è un piccolo problema: significa che l’Europa non sarà tanto di manica larga con l’Italia come era sembrato nel momento dell’insediamento del Conte 2. Il 2,1 è la stessa percentuale fissata l’anno scorso al Conte 1, il che significa che Bruxelles non rinuncia al rigore mentre l’Italia rinuncia in partenza a una trattativa sulla flessibilità (parola che era stata un cavallo di battaglia da Renzi a Conte passando per il neo commissario Ue Gentiloni) e accetta senza battere ciglio i limiti finanziari comunitari. I margini di manovra sono limitatissimi. Con quali risorse verrà sostenuta la tanto agognata crescita?

Ultima questione, ma in realtà non secondaria. Sull’Iva, Gualtieri ha mostrato una certa ambiguità. Ha parlato di “rimodulazione selettiva”, espressione dal significato tutto da decifrare ma che lascia aperte le porte a un intervento sulle aliquote più basse: si sterilizza l’aliquota ordinaria, cioè il 22%, ma si potrebbe rivedere quelle più basse sui beni di maggior consumo. Nulla di deciso, naturalmente. Ma se queste sono le premesse, prepariamoci a una stangata mascherata.

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