DIETRO LE QUINTE/ Sapelli: ecco perché la crisi di Governo è impossibile

- Giulio Sapelli

In un quadro così instabile, una crisi di Governo non sarebbe possibile. Poche mosse bastano a rinsaldare questo esecutivo che è, di fatto, di transizione

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Giuseppe Conte e Luigi Di Maio (LaPresse)

In Spagna Sánchez non riesce a formare un governo. Alla sua sinistra Podemos insiste per polarizzare il confronto e paralizza uno Stato con più nazioni sempre a rischio di nuove fratture, ora che la caduta dalla dittatura franchista è lontana ma l’Europa non è più vicina e benevolente con i suoi doni in forma di fondi e sussidi. Oggi la Spagna si desertifica e si increspa di sempre nuove faglie sociali, dove il mondo di sotto piomba nell’astensionismo e la riscoperta della tradizione risorge impetuosa. È la la nuova magica credenza dei poveri che Ernesto De Martino e Amalia Signorelli ci hanno insegnato a comprendere.

È la stessa questione che si pone, pensate un po’, sull’altra sponda del lago Atlantico detto Mediterraneo, dove la morte del Presidente della Repubblica tunisina Essebsi apre la via a una nuova scalata al potere della Fratellanza musulmana che oggi sarà difficile arrestare, per il fatto che le aree dove vivono il proletariato, il ceto impiegatizio impoverito, i disoccupati, da sempre fondamento della fragile ma storica democrazia tunisina sorta dalle ceneri di Cartagine, sono caduti nell’anomia astensionistica. La ruralità diviene l’asse di costruzione di un nuovo consenso per la tradizione anche lì in Tunisia, quale che sia.

L’Italia non sfugge a questo modello, del resto già reso manifesto dal mondo magico del ribellismo francese (“Macron ne pas fait tombe peuple”, gridavano i gilets jaunes come ai tempi dei Re taumaturghi ben studiati dall’indimenticabile Marc Bloch) e lo stesso accade con la Brexit, ma pure negli Usa e in Scandinavia, con le varianti del caso.

Ma cosa c’entra tutto questo con le divisioni in corso nei 5 Stelle (i senatori escono dall’aula quando parla il presidente del Consiglio e il presidente della Camera, anche lui colpito dal partitismo invece che dalla correttezza istituzionale, che esce per non votare una legge che contesta) e nella Lega (vi sono coloro che ritengono terminata l’esperienza governativa considerando troppo alti i costi elettorali della permanenza al Governo e quindi sono fautori di uno showdown)? Senza far cenno alla disgregazione in corso nei confronti di quel mondo che l’idioletto saussuriano oggi continua a chiamare sinistra (anche lì a dividere sono le alleanze possibili: 5 Stelle o un nuovo moderatismo neoliberista macroniano)…

Quando in un sistema politico a prevalere è il bisogno disperato delle alleanze significa (come ci insegno Paolo Farneti) che esso non produce più forze centripete, ma centrifughe e allora aumentano i pericoli che alla disgregazione sociale ordoliberista si associ quella politica da neocaciquismo, ovvero di tanti capi con grumi di fedeli fornitori privati di risorse economiche e di volizioni elettorali. Insomma, su tutto questo arcipelago aleggia lo spettro di una possibile recessione economica da deflazione tedesca allargata al mondo a cui la finanza continua a mettere pezze sempre più inefficaci: è veramente fanatizzato, questo mondo.

In Italia la situazione è complicata dal fatto che il Governo è diviso dall’invisibile ma preformante faglia tra coloro che oggi rappresentano di fatto la società di sopra (ciò che rimane della grande impresa privata e della burocrazia di lunga durata e di tutti i giornali dell’ex grande borghesia con i nuovi parvenu degli ultimi trent’anni) e coloro che rappresentano e che dovrebbero ancor più rappresentare quanti costituiscono la nuova possibile borghesia piccola e media radicata nel territorio con gli operai e gli impiegati che sanno che le loro ultime speranze non sono nella nuova magia demartiniana.

Tutto è in ebollizione, tutto è instabile. Una crisi di governo in questo instabile contesto, oltre a non essere compresa dalle cuspidi del potere finanziario mondiale, che sono molto meno stupide dei loro famuli (che ancora credono nell’ordoliberismo e pensano che sin da subito la questione dei dazi con la Cina sollevata dal trumpismo Usa influisca già sull’economia mondiale dimostrando quanti siano i laureati credenti nella magia) e comprendono che i Trattati europei vanno cambiati per conservare e non per distruggere come oggi si fa l’Europa unita, oltre a non essere compresa dalle élites del potere internazionale che hanno avviato il cambiamento in corso su scala globale a iniziare dagli Usa, non concederebbe spazio per quell’opera di chiarificazione strategica necessaria non solo per rimanere al Governo, ma anche per dotarsi di un pensiero strategico oggi flebile e infermo.

Occorre iniziare dalla crescita con gli investimenti e quindi con grandi e piccole opere, dalla questione fiscale relativamente al lavoro e alle imprese e alla politica estera rinegoziando i folli accordi con la Cina e riallacciando ancor più i rapporti con gli Usa. Queste questioni devono essere con più forza poste per garantire questo Governo che altro non è che di transizione. Prima lo si capirà, meglio sarà per tutti. I frutti allora non tarderanno e nel 2022 sarà possibile iniziare veramente a far rinascere l’Italia.

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