DIETRO LE QUINTE/ Sapelli: le vere strategie di Draghi, Macron e Merkel

- Giulio Sapelli

Il vertice europeo si è concluso con un nulla di fatto. Vince la linea tedesca del prendere tempo, aiutata anche da Macron. E adesso?

Macron in Ue
Emmanuel Macron (LaPresse)
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Di primo acchito, quando ho letto l’articolo di Mario Draghi sul Financial Times ho pensato – e ahimè – ho anche detto la prima cosa che non può non venire alla mente: scrive su sollecitazione del soft power Usa. C’è stato, del resto, un precedente storicamente importantissimo che induce qualsiasi studioso poco attento (come per dodici ore sono stato io) a fare una simile osservazione. Il precedente fu la nomina di Mario Draghi a presidente della Bce anni or sono. Avevamo appreso delle pressioni Usa esercitate a questo proposito sulle élites di Germania e Francia grazie al bellissimo libro di Timothy Geithner. Non un uomo qualunque, ma il segretario del Dipartimento del Tesoro Usa e presidente e Chief Executive Officer della Federal Reserve Bank of New York. Quando scrisse il libro era “distinguished fellow at Council on Foreign Relations”.

Ora, però, il contesto in cui si trova l’Europa e in primo luogo in cui si trovano le due potenze (Germania e Francia) che ne dominano le sorti attraverso quella poliarchia senza Costituzione e senza banca centrale che è l’Ue, è profondamente mutato, mutato politicamente, nelle sue società politiche nazionali. Ma le sue istituzioni sono rimaste le stesse: istituzioni simili a quelle del cameralismo seicentesco–settecentesco. Ossia istituzioni procedurali, simili ad amministrazioni indipendenti a cui manca l’essenza stessa dell’indipendenza, ossia un potere democratico che le sovrasti e le sovradetermini in ultima istanza.

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L’Unione Europea è quello che è divenuta sempre più, via via sin dal suo sorgere secondo le teorie funzionaliste che dirigono il processo di sottrazione della sovranità ai popoli “senza che questi possano accorgersene”, come disse il più intelligente degli eredi di Jean Monnet: Giuliano Amato. Ossia un insieme di Stati legati l’un con l’altro, prima che da una moneta unica, da un insieme di trattati internazionali: trattati modificabili solo dopo defatiganti mediazioni che chiamerebbero in causa i presidenti di queste Repubbliche senza scettro monetario e quindi con un dimidiato potere fiscale: rimane solo l’estrazione dell’imposta e non la sovranità fiscale, che non si ha se non esiste quella monetaria. Essa, con il monopolio della forza, secondo Schumpeter, costituisce l’essenza dello Stato, di qualsivoglia Stato: ma l’Ue non è uno Stato: è un insieme di trattati tra Stati con sottrazioni di sovranità a geometria variabile.

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Tutto ciò non può che dar vita a un gioco di specchi simile a quello che si è verificato nel caso dell’articolo di Mario Draghi. Infatti, quell’articolo “parla” non “per” i nordamericani, ma “per” i tedeschi, ossia per il Governo declinante della Germania. Sì: una luce si è accesa nel mio cervello. Una luce che si è accesa grazie al silenzio del governatore dal 2011 della Bundesbank: Jens Weidmann. Weidmann è un giovane economista il cui profilo è l’essenza stessa dell’intreccio tra cooperazione e competizione in cui sono avviluppate le storie delle nazioni dominanti dell’Ue: Weidmann si è formato all’Université Paul Cézanne di Aix–Marseille III. Eppure è il Caronte creato dal potere visionario del Sommo Poeta: il dottor Weidmann impegnato in una pluriennale polemica con Draghi e le sue misure che senza dubbio sono state irrispettose dell’esprit des lois, ossia dello statuto della Bce che Draghi ha presieduto con tutto il vigore simile a quello di un presidente della Federal Reserve… senza Federal Reserve. Ebbene: questa volta Caronte non ha esclamato, non ha gridato come si fa nel terzo canto dell’Inferno: “Guai a voi, anime prave!”. Tutto calmo: non una mossa negativa da parte tedesca, ma solo un rimandare, un prendere tempo, un troncare e sopire di manzoniana memoria. Certo, qualche frase ingiuriosa degli olandesi e dei tedeschi non accorti (“Gli spagnoli e gli italiani debbono inginocchiarsi”…) che ci hanno ricordato eventi tristi e sanguinari che non si ripeteranno più.

Ma per il resto una calma… pandemica che non può che portarci alla rovina. Si è creata una a–sincronia temporale terribile: ciò che capita quando si verificano le grandi catastrofi storiche. Questa è l’aria che si respira in Europa. La nazione tedesca ha sottovalutato il coronavirus: è innegabile. Angela Merkel annunciò con glaciale sicumera che bisognava prepararsi al 60% dei contagiati e gli olandesi, i danesi, i finlandesi e tutte le nazioni nordiche e anseatiche continuano a sottovalutare il problema della pandemia. Pare che sia una questione per popolazioni non frugali, dispendiose anche nella gioia di vivere e di sopravvivere, sempre esagerata, di popoli tra i quali si può solo trascorrere la vacanza e nulla di più.

E qui sorge la stella… cadente di Macron: un’altra volta. Dinanzi alla paralisi europea, con il documento sottoscritto tra nove nazioni europee, tra cui la Francia, che richiedevano misure eccezionali contro la pandemia, la Francia si è poi accodata al prendere tempo dei tedeschi (dieci giorni possono essere fatali) e – di contro – Macron si rivolge a Trump. E si candida lui a mediatore con gli Usa. Lo stesso Macron che aveva offerto la sua protezione nucleare agli europei tutti e ai tedeschi in primis e anche alle nazioni prima dominate dall’imperialismo sovietico, quelle nazioni dove si sta costruendo un nuovo potere Nato in Europa quale mai si è vista da dopo la Seconda guerra mondiale.

Macron, così facendo, scava un’altra faglia geopolitica nell’intreccio interstatale europeo e questa volta sul fronte geo–politico: dice ai tedeschi, che guardano sempre più alla Cina sul fronte delle relazioni internazionali e commerciali, pandemia o non pandemia, che la Francia è il nuovo potere di mediazione con gli Usa. Gli Usa, ora impegnati nella più grande operazione anti–crisi della loro storia dopo il New Deal, stanziano 2mila miliardi di dollari per difendere tanto la domanda quanto l’offerta, dai disoccupati ai lavoratori stagionali e interinali sino alle imprese e alle banche. Un’operazione possibile, appunto, con l’intervento dello Stato imprenditore e una banca centrale, quell’istituzione indipendente che gli Stati europei che aderiscono all’Ue non hanno, di cui non dispongono per obbedire ai comandi tedeschi che ora rivelano tutta la loro debolezza creatrice ma anche tutta la loro forza distruttrice.

La Germania sta vedendo decadere la sua società politica, prima che il suo sistema politico, con una velocità impressionante, come dimostrano da ultimo le elezioni in Turingia. Ma è tutto il Partito popolare europeo che sta decadendo: solo Orbán continua a tenere elettoralmente, mentre chi conta nel Ppe sono i croati e lettoni, non certo più i tedeschi come un tempo. Il Centro tedesco profondamente colpito dalla decadenza non solo fisica della cancelliera Merkel alla fine della sua carriera di grande tattica ma di misera stratega, il fallimento della delfina designata Annegret Kramp–Karrenbauer, i risultati disastrosi in sede europea con la mancata nomina a presidente della Commissione di Manfred Weber e la sua sostituzione con la sbiadita figura della von der Leyen sono stati fatali. Quest’ultima manca dello status necessario per parlare da pari a pari con i primi ministri e politici consumati.

Una caduta di status pari solo a quella che porta con sé Charles Yves Michel: un ex primo ministro belga che non riesce a evitare gaffe su gaffe (l’ultima è stata quella ad Addis Abeba, dove è giunto a dire che nessuna delle nazioni europee ha mai avuto un passato coloniale, suscitando ilarità e rabbia insieme). Ma in ogni caso i tedeschi continuano a credere in una società politica fondata sui partiti di massa e rimproverano a Macron con il suo bonapartismo ormai in pezzi di aver distrutto una delle più formidabili macchine dei partiti mondiali, quella francese, e di aver così aperto una possibile vittoria presidenziale a Marine Le Pen con temibili conseguenze per tutto l’establishment tecnocratico e partitico europeo dominante.

Una situazione inedita si staglia dinanzi a noi. Per la prima volta nella storia europea un Consiglio si è chiuso senza neppure la votazione del comunicato finale. Eppure sono tempi pandemici: di allarme pandemico! Di solito i finlandesi e gli olandesi preparavano un testo che tutti approvavano con mugugni e ribellioni solo a parole. Questa volta è successo l’imprevedibile. Nove nazioni europee hanno presentato una dichiarazione comune in cui di fatto sconfessavano le stesse istituzioni economiche europee chiedendo una condivisione del debito. I firmatari sono: Spagna, Italia e Francia – che assume di fatto la guida di una potenziale Europa Latina (ricordate Alexandre Koyré?) – e poi Malta, Portogallo, Grecia, Slovenia e Irlanda.

Due novità importanti: la Slovenia, che deve la sua stessa nascita come nazione alla Germania, quando si scatenarono le guerre balcaniche per via del riconoscimento non concordato da parte tedesca della Croazia, che diede vita al domino di sangue che sappiamo e che continuiamo a dimenticare quando affermiamo che l’Europa unita ci ha preservato dalla guerra – a meno che non si considerino i popoli balcanici non europei… ma forse si è solo ignoranti e succubi di un esorcismo tra il magico e il diabolico –, abbandona il blocco tedesco–anseatico: è un avvenimento geopolitico importantissimo perché è in un plesso minacciato dal dominio cinese, alleato – com’è noto – della Germania. Trieste è a due passi… E poi l’Irlanda, che muta la sua posizione storica alleandosi con i “ribelli” e di fatto offrendo una chance al Regno Unito per le trattative del dopo Brexit, fatto prima impensabile.

Nonostante ciò la Francia ha ritirato di fatto la sua firma dalla lettera dei nove e ha aderito alla linea tedesca, il che vuol dire oggi prendere tempo. Il massimo dell’incoscienza. Di nuovo si apre, sotto questa pioggia, l’ombrello francese. Ma finisce per essere un gioco stucchevole, perché a reggere l’ombrello è un capo politico screditato e debolissimo. L’ennesima dimostrazione dell’inesistenza politica dell’Europa, che è solo un insieme di Stati competitivi e non cooperativi.

È crollato il mondo, ma rimane il nodo di che cosa fare sul piano economico. Le società si salvano certo con la scienza della riproduzione – ossia la medicina anti–pandemica –, ma se vogliamo che esse si riproducano non ritornando indietro di secoli occorre garantire anche la produzione sociale, ossia la fuoriuscita da una recessione economica che è già iniziata. Ebbene: è ora di dire che le misure di aggiustamento dell’Ue non funzionano più in caso di pandemia quando si arresta sia la domanda che l’offerta.

La circolazione della moneta non basta se non si sostengono le imprese e quindi il capitale fisso che dà la possibilità al profitto di crescere e di continuare a prodursi così da trasformarsi, con il plusvalore, in salari e quindi in solvibilità della domanda. Il keynesismo non basta. Soffre della stessa illusione delle politiche europee di aggiustamento fondate su garanzie creditizie fruttibili: sono esse che conducono a tagliare prezzi e salari e quindi la domanda e a distruggere l’offerta creando indebitamento che si trasforma poi in vendita a bassi prezzi degli asset degli Stati dominati, come la Grecia insegna.

Deve aprirsi una nuova stagione, debbono porsi le basi per rifondare l’Europa.


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