DIETRO LE QUINTE/ Se i no Tav “lavorano” per Salvini

- Daniele Marchetti

L’attentato all’alta velocità ferroviaria aiuta Salvini a ridefinire la priorità politica: sicurezza interna a discapito dell’autonomia

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Matteo Salvini sul luogo delle centraline bruciate, a Firenze Rovezzano (LaPresse)

Non c’è dubbio: i no Tav, i contestatori anarchici dell’alta velocità Torino-Lione, lavorano per Salvini.

Anche l’ultimo episodio accaduto l’altra notte presso Firenze con l’incendio di alcune cabine di comando all’altezza della stazione ferroviaria di Rovezzano ed attribuite alle frange “anarchico-insurrezionalistiche” costituisce un forte aiuto (insperato ma alquanto prezioso) per l’azione politica del ministro dell’Interno, non tanto nella sua veste di tutore dell’ordine pubblico, quanto, piuttosto, nella sua – più scomoda – azione di leader del Carroccio.

Negli ultimi tempi, con una crescente ed ingombrante visibilità, è apparsa nella Lega una linea politica chiaramente alternativa al “nuovo Carroccio”. Non sensibilità politiche diverse, come si addice ad un grande partito (secondo i sondaggi il primo in Italia), bensì interessi diversi, obiettivi diversi. Mete e strategie politiche decisamente alternative rispetto alla linea “governativa” incarnata dall’inquilino del Viminale.

Non una corrente delle tante che albergano nei partiti italiani, ma l’emergere di una volontà che a più riprese ha evidenziato la sua diversità: sui “mini-bot” (trovata del salviniano Borghi liquidata con una battuta al veleno da Giorgetti), sul proseguo della legislatura (dopo il successo alle amministrative e alle europee) ed adesso sull’autonomia regionale.

Una volontà che ormai non fa più mistero di se stessa e che anzi, attraverso il suo “portavoce” Giancarlo Giorgetti, ha addirittura aperto un canale di confronto diretto con il Quirinale.

L’inconsueta quanto fantasiosa salita al Colle del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (e numero due della Lega) per comunicare – si è detto – la rinuncia alla candidatura per la Commissione europea è parsa subito sospetta in via Bellerio.

Certe rinunce – si fa notare non senza rancore – solitamente si vergano in note ufficiali oppure si comunicano privatamente concordando, nel caso, una strategia comunicativa specifica. A meno che non si voglia impartire un chiaro segnale politico.

E l’idea di Giancarlo Giorgetti di conferire direttamente e riservatamente con il Presidente della Repubblica, assieme alla successiva ed altrettanto tempestiva (il tutto si è svolto nel giro di una serata) rinuncia di Matteo Salvini a salire al Quirinale, appaiono non dei semplici segnali ma veri e propri “avvisi” politici contrapposti.

Da un lato la “Lega Nord” sostenuta dai Governatori di Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e guidata dal camaleontico (bossiano, poi maroniano, quindi salvianiano e adesso zaiano) ed abile sottosegretario di Palazzo Chigi; e dall’altro il combattivo “capitano” ministro dell’Interno assediato come non mai dall’interno e dall’esterno.

Un quadro magmatico che gli attentati No Tav rischiano di stabilizzare più di ogni altro elemento, imponendo come priorità l’ordine pubblico e lo sblocco delle opere (ecco perché Salvini negli ultimi giorni è tornato a chiedere un cambio del ministro delle Infrastrutture che prima o poi arriverà) e relegando in secondo piano l’autonomia differenziata. Tema che una Lega “a vocazione nazionale” non può permettersi e che potrebbe rappresentate per Salvini, sul fronte esterno, un pericoloso tallone d’Achille per facili campagne denigratorie e, sul fronte interno, la vittoria per i suoi competitor.

Alternative che ben valgono l’asse con Di Maio, la prosecuzione – senza colpo ferire (è di queste ore la notizia che la Lega è disposta a rinunciare al candidato alla Commissione europea) – dell’esperimento Conte e l’isolamento del fronte nordista.

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