DIETRO LE QUINTE/ Zingaretti si rifugia a sinistra e manda un ultimatum a Di Maio

- Anselmo Del Duca

Zingaretti porta il Pd a sinistra, alza la posta e allarga il campo a Di Maio: ma sa bene che difficilmente M5s potrà seguirlo

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Dirigenti Pd a Bologna: Paolo Gentiloni, Nicola Zingaretti, Dario Franceschini (LaPresse)

Le “sardine” di Piazza Maggiore hanno sparso sale sulle ferite del Pd. Il successo inatteso della mobilitazione spontanea anti-Salvini ha dato la scossa a Nicola Zingaretti, che proprio da Bologna ha alzato la posta tracciando una road map molto identitaria e molto di sinistra: battersi per cancellare i decreti sicurezza, per approvare ius soli, ius culturae e la parità salariale fra uomini e donne.

Archiviata forse per sempre l’illusione dell’autosufficienza, il leader democratico insiste sulla necessità di costruire un campo largo, ma incassa pochi sì e tanta freddezza da parte dei principali destinatari del messaggio, gli alleati di governo a 5 Stelle. Non si aspettava consensi, invece, da parte dei renziani, tanto è vero che nella relazione finale li ha ammoniti a evitare il fuoco amico, perché chi combatte il Pd “per rosicchiare qualche consenso si illude e scava la fossa per sé e per tutto il centrosinistra italiano”.

Vien da chiedersi allora per quale ragione Zingaretti abbia deciso di schiacciare il piede sull’acceleratore, sterzando vigorosamente a sinistra. E su questo si possono mettere in fila una certezza e un interrogativo. Intenzione del segretario è rimettere i democratici al centro dello schieramento che si contrappone al centrodestra. Ci sono i sondaggi a confermare che non si tratta di una pretesa velleitaria: nonostante la scissione di Italia viva, il Pd rimane stabile intorno al 20%. Il partito più forte vuole tornare a essere leader, a dettare la linea, anche in vista delle prossime prove, come le elezioni in Emilia-Romagna. E non può farsi scavalcare a sinistra da movimenti come le “sardine”.

Posto questo paletto, il problema è cosa abbia in testa Zingaretti per i prossimi mesi, quando, con l’approvazione della legge di bilancio, si esaurirà la funzione del governo. Il bivio è da brividi: rilanciarlo dandogli un programma che oggi non c’è, oppure scegliere di staccare il respiratore artificiale all’asfittico Conte bis e accettare la sfida del voto.

Per il momento il messaggio della tre giorni bolognese è che vale la pena cercare di andare avanti, con un partito aperto e alleanze il più possibile larghe. Non dipende però solo dal Pd, dove pure si fronteggiano i favorevoli e i contrari a insistere per trasformare in strutturale il rapporto con i 5 Stelle (Orfini contrarissimo, ad esempio). La vera incognita è se i grillini vorranno dare un seguito al deludente esperimento umbro.

Da Di Maio i primi segnali sono negativi. Udite le indicazioni programmatiche di Zingaretti, ha manifestato grande sconcerto per una discussione fatta in un momento di emergenza, con il paese stretto nella morsa fra l’ondata di maltempo e la crisi dell’ex Ilva. Per il ministro degli Esteri è soprattutto lo ius soli a essere un argomento indigeribile, perché sa che su questo i suoi gruppi parlamentari si spaccherebbero. Dopo le regionali in Umbria poi, il Movimento è in fibrillazione: l’ipotesi di non presentarsi in Emilia e in Calabria agita la base, dal momento che a molti sembra un suicidio per la forza politica che è tuttora la prima per numero di parlamentari. 

Di fatto, Zingaretti da Bologna ha rilanciato la palla nel campo di Di Maio: se i 5 Stelle decidessero di sottrarsi alla costruzione del “campo largo” cui il Pd vuole lavorare, fornirebbero al segretario un potente argomento a favore del voto anticipato. Piuttosto che logorarsi sostenendo l’insostenibile, cioè un governo immobile e sgangherato, meglio concentrarsi sulla ricostruzione di un’alternativa di sinistra, persino dall’opposizione. E meglio farlo prima che Renzi abbia preso troppo piede e che il taglio dei parlamentari sia in vigore. Del resto, la via elettorale era quella preferita dal governatore del Lazio anche all’inizio della crisi di agosto. Fu proprio Renzi, prima di andarsene, a spingerlo su un’altra strada.

Non è detto che il Pd debba attendere sino alle regionali del 26 gennaio per decidere quale strada imboccare. Zingaretti vuole segnali chiari entro fine anno, da Di Maio, soprattutto, che non potrà rimandare oltre quelle scelte di fondo che potrebbero però mandare il suo Movimento in mille pezzi.

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