DIGITAL SERVICES ACT UE/ Gli obblighi dei giganti del web per essere “innocenti”

- Alessandro Curioni

L’Unione europea ha presentato le bozze del Digital Services Act e del Digital Markets Act con cui vuole regolamentare i giganti del web

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Margrethe Vestager (Lapresse)

Da tempo sostengo che i grandi player della società dell’informazione ormai non potevano essere più definiti “soltanto” aziende, ma organizzazioni in grado di intrattenere relazioni con gli Stati su un piano molto prossimo a essere paritario. Con la pubblicazione delle bozze del Digital Services Act e del Digital Markets Act, l’Unione europea non soltanto punta a proseguire nella regolamentazione del mondo oltre lo schermo, ma intende chiaramente ristabilire le distanze tra gli Stati e i cosiddetti Over The Top e affini.

Entrambi gli obiettivi sono ambiziosi, forse ai limiti della raggiungibilità, e sono tra loro strettamente correlati. Imponendo una regola, un’istituzione governativa segnala implicitamente ai destinatari della norma quale sia la loro “posizione” e, in questo caso specifico, come sia cambiata. Il tema ancora una volta è quello della responsabilità, un vero leitmotiv per la quasi totalità dei provvedimenti “digitali” dell’Unione, e da questo punto di vista è decisamente interessante il Digital Services Act.

Questo Regolamento vuole definire una cornice di regole che consentano alle piattaforme di servizi di dimostrare di essere esenti da responsabilità rispetto allo svolgimento di attività illecite o alla diffusione di contenuti illegali. In parole molto semplici viene indicato ai grandi operatori on line cosa devono fare per dimostrare di essere “innocenti”. La scelta normativa si presta a una duplice lettura. Da un lato l’Unione ammette l’enorme forza e potere di operatori come Google o Facebook, dall’altro, proprio in virtù di questo riconoscimento, impone un’assunzione di responsabilità di un grado molto più elevato, simile e in alcuni passaggi forse superiore, a quella imposta alle istituzioni finanziarie.

Negli obblighi di trasparenza, di svolgere controlli interni, subire audit di terze parti, nel vincolo, per esempio, di dotarsi di uno o più “compliance officers” e nell’istituzione di una authority di controllo europea risuonano temi familiari a chiunque abbia una certa conoscenza di come sono regolamentate le banche. Questo in qualche modo lascia intravedere come a livello di Unione sia stato accolto definitivamente il concetto per cui l’informazione è equivalente al denaro.

Tale uguaglianza, in qualche modo già presente nel Regolamento europeo in riferimento ai dati personali, viene oggi estesa a qualsiasi tipo di informazione e si tratta di una concessione molto significativa, perché adesso impone di spiegare la situazione a mezzo miliardo di cittadini europei che ancora non hanno ben chiara l’equazione. Considerando che, nonostante oltre 20 anni di norme sulla data protection, ancora oggi la stragrande maggioranza delle persone regala o al massimo “baratta” i sui dati personali sul web, mi sorge spontanea una domanda: quanti decenni ci vorranno perché tutti siano consapevoli che in un futuro molto prossimo postare o diffondere una fake news potrebbe essere percepito “giuridicamente” in modo non tanto diverso da spacciare denaro falso?



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