Giustizia: il vero compito degli avvocati verso gli assistiti e la magistratura

- Paolo Tosoni

L’avvocato Paolo Tosoni, presidente della LAF (Libera Associazione Forense) replica all’intervento di Giovanni Maria Pavarin sul Manifesto sulla giustizia, spiegando come va concepito il mandato difensivo

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Stim.mo Direttore,

l’intervento del dott. Pavarin, magistrato di sorveglianza di Padova, del 18 aprile u.s., a commento del “Manifesto sulla giustizia” proposto dal ilsussidiario.net, ha avuto il grosso merito, con alcune affermazioni provocatorie sull’avvocatura, di porre l’attenzione sul ruolo dell’avvocato e, aggiungo io, sulla necessità improcrastinabile di una riforma della professione forense.
In Italia siamo ormai circa 200.000 avvocati: questo significa la concreta impossibilità di esercitare il controllo su una professione che, per la delicatezza degli interessi e dei diritti che “maneggia”, deve essere “protetta” per il bene dei cittadini e del buon andamento della giustizia.
Questa situazione, viceversa, unitamente ad altre circostanze, ha trascinato la categoria verso una progressiva dequalificazione, sia sotto il profilo della preparazione iniziale (non esiste una reale e meritocratica selezione e l’esame di Stato si affronta quando il giovane laureato – dopo almeno tre anni di pratica – se non lo supera, non può più scegliere un altro lavoro in un mercato dal quale è ormai tagliato fuori, essendo così costretto a ripetere più volte l’esame annuale e a fare per forza questa professione), della formazione e dell’aggiornamento, della serietà professionale e deontologica (in quanto in un mercato così saturo proliferano avvocati disposti a tutto pur di sopravvivere economicamente), non essendo il Consiglio Nazionale Forense e i Consigli dell’Ordine in grado di esercitare, come detto, un effettivo controllo.

Da anni l’associazione che presiedo, Libera Associazione Forense, insiste perché vi sia una riforma radicale della professione (la legge professionale risale al 1933):
l’ideale sarebbe l’introduzione del numero chiuso nella facoltà di giurisprudenza;
l’ammissione con test informatici (a numero limitato di prove) al praticantato (in modo da garantire le possibilità ai neo laureati di scegliere altri sbocchi professionali, in un tempo ragionevole per essere ancora assorbiti dal mercato);
l’esame di Stato come verifica del percorso professionale svolto in concreto; l’introduzione dell’obbligo di remunerazione dei praticanti (ragazzi laureati che lavorano 10/12 ore al giorno, spesso sfruttati gratuitamente per anni dai titolari degli studi); la formazione permanente obbligatoria (recentemente introdotta dal CNF) come occasione per un’educazione tecnica e culturale degli avvocati anche nello spirito del Manifesto sulla giustizia (la LAF, in questo senso, intende dedicare energie alla formazione, percependone la sfida positiva);
una riforma dei Consigli degli Ordini, per adeguarli alle mutate esigenze della professione.

È amaro constatare che da decenni la politica ignora questa necessità, sottovalutando il grave impatto negativo che la dequalificazione dell’avvocatura ha avuto ed ha nell’amministrazione della giustizia, con gli effetti che, in parte, sono stati illustrati anche dal dott. Pavarin.
Mi sia consentito, tuttavia, a tal proposito, fare alcune considerazioni sull’immagine descritta dal dott. Pavarin del ruolo dell’avvocato.
Siamo tutti consapevoli, come detto, che vi è stata una progressiva degenerazione dell’avvocatura, ma questo oltre alle cause citate, è dovuto anche alla perdita del senso e dell’ideale di giustizia che è ben descritto nel Manifesto e che caratterizza tutti gli operatori del nostro ambiente. Mi capita infatti sempre più spesso, purtroppo, di incrociare nel mio mestiere di avvocato penalista magistrati che non onorano con i loro comportamenti il delicato compito che sono chiamati a svolgere (magistrati privi di motivazione che trattano tutto in modo routinario, oppure ideologici, o ancora arroganti, soprattutto con gli avvocati, ecc.), ma guai se questo mi facesse anche solo per un attimo perdere la stima per l’importantissimo ruolo della magistratura nel nostro assetto democratico, o piuttosto mi impedisse di guardare con ammirazione a tutti quei magistrati seri e impegnati a svolgere al meglio il proprio servizio a favore della giustizia, o non mi permettesse di confidare sempre e comunque nel buon operato del giudice mio interlocutore nel processo.
Quello che, sinceramente, non è condivisibile nel contributo del dott. Pavarin è di aver tratto conclusioni generalizzate sull’avvocatura e, soprattutto, sul ruolo dell’avvocato.
Io e tantissimi miei colleghi concepiamo il mandato difensivo non certo come funzionale a fornire un aiuto tecnico al nostro assistito a sottrarsi alla giusta richiesta punitiva dello Stato, ma come contributo all’esito di un giusto processo nei confronti dell’imputato, sia esso colpevole o innocente, cercando in un rapporto di leale collaborazione con la magistratura di evitare forzature ed erronee interpretazioni della realtà processuale, di garantire in caso di ritenuta responsabilità una pena equa per il nostro assistito (che tenga conto di tutti i fattori della realtà, che spesso è complicata): se dovessimo limitarci alla difesa degli imputati innocenti (che statisticamente sono una minoranza), significherebbe che tutti i colpevoli sarebbero processati solo dai magistrati, senza possibilità di difesa in senso ampio … l’ipotesi è all’evidenza inaccettabile anche per i non addetti ai lavori.
Sento molto appropriato, nel rapporto che si instaura con l’assistito, il giustissimo richiamo alla figura del patrocinatore (-pater): il bravo avvocato, infatti, è colui che introduce il proprio cliente alla realtà, lo mette di fronte alle sue responsabilità e lo accompagna nell’impervio cammino del processo, sostenendolo e consigliandolo proprio come un padre, a prescindere dagli sbagli e dagli errori che ha commesso e, soprattutto, rispettandone la libertà e le scelte, senza mai scendere con lui in una sorta di complicità o di compromesso. Questo è il miglior contributo per l’attuazione della giustizia e, in questo senso, il ruolo dell’avvocato è ovviamente diverso da quello del giudice che lo deve giudicare.
Infine, un dato della realtà che va menzionato: con la LAF facciamo da anni, in collaborazione con il Consiglio dell’Ordine, un servizio (gratuito) di domanda/offerta e orientamento nei confronti di giovani laureati e praticanti all’interno del Palazzo di Giustizia di Milano. Nell’ambito dei circa duecento colloqui svolti durante l’anno incontriamo giovani seri e onesti desiderosi di intraprendere questa professione, ma frustrati nel loro desiderio dalla descritta situazione di saturazione dell’avvocatura.
Non è quindi un problema di coscienza di fronte al ruolo dell’avvocato, ma di educazione personale ad una responsabilità, come detto bene nel Manifesto, affinché ognuno – nel proprio ruolo – affermi e serva quel bisogno di giustizia che è insito nel cuore di ogni uomo e, quindi, di ogni società.
Poiché il dibattito iniziato è molto utile e affascinante, anche con riguardo al mestiere dell’avvocato, auspico che su questo tema altri operatori della giustizia esprimano il loro pensiero: pur aperto al confronto, infatti, sarei stupito che le osservazioni del dottor Pavarin, nella parte criticata, fossero generalmente condivise, in quanto della nobiltà della mia professione sono convinto ed entusiasticamente orgoglioso.

avv. Paolo Tosoni
presidente Libera Associazione Forense

Caro direttore,

apprezzo moltissimo l’intervento dell’avv. Paolo Tosoni, Presidente della “Libera Associazione Forense”. Voglio però precisare che non ho inteso trarre “conclusioni generalizzate sull’avvocatura… e sul ruolo dell’avvocato”, ma mi sono limitato ad individuare ed a proporre un ruolo dell’avvocato molto più “alto” di quanto esso non sia oggi purtroppo mediamente concepito nel nostro paese,esattamente com’è negli intendimenti – mi sembra – del mio interlocutore e dell’Associazione da Lui presieduta. Il rapporto di “leale collaborazione con la magistratura allo scopo di evitare forzature ed erronee interpretazioni della realtà processuale, e di garantire – in caso di ritenuta responsabilità – una pena equa” per il proprio assistito è senz’altro massimamente auspicabile: dubito però che molti avvocati interpretino in tal modo il loro ruolo, essendo il processo penale spesso concepito come una sorta di agone nel quale difendersi – più che dall’accusa reputata ingiusta – dallo stesso processo. Nel contempo mi spiace apprendere che esistono magistrati che con il loro comportamento non onorano il loro delicato compito, così come denunciato dall’avv. Tosoni. Sottolineo di condividere gli scopi perseguiti dalla Libera Associazione Forense, che mi sembrano perfettamente in linea con gli ideali da me proposti, con ragionamento evidentemente “per assurdo”. Porgo all’avv. Paolo Tosoni le mie scuse se il mio intervento è stato letto come potenzialmente lesivo della nobiltà della professione di avvocato (che egli certamente onora: ma quanti ce n’è come lui?), e Lo voglio anzi ringraziare per il carattere franco, ma rispettoso, della sua critica, che leggo ed interpreto come un leale e serio contributo alla riflessione comune.

Cordialmente
Giovanni Maria Pavarin



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