I diritti umani universali al vaglio della ragione e dell’esperienza

- Marta Cartabia

Intorno al tema dei diritti umani si svolgono negli anni più recenti dibattiti almeno in parte contraddittori, in particolare su due nodi. Il primo riguarda  una questione antropologica. Il secondo riguarda l’universalità dei diritti umani

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Intorno al tema dei diritti umani si svolgono negli anni più recenti dibattiti almeno in parte contraddittori.
Da una parte, con insistenza crescente, singoli individui o gruppi organizzati avanzano richieste di tutela di “nuovi diritti”, quali aborto, eutanasia, matrimonio tra omosessuali, diritto alla procreazione, riconoscimento dell’identità “genere”, diritto ad ammalarsi, diritto a non nascere, diritti degli animali e così via.

D’altra parte, il terreno dei diritti umani è strenuamente difeso come possibilità di riconoscimento a ogni persona umana della sua innata dignità, qualunque sia la cultura di appartenenza, la religione, le tradizioni di vita sociale. Emblematico in questo senso è il discorso di Benedetto XVI all’Onu dello scorso 18 aprile, dove afferma, tra l’altro, che i diritti umani «si applicano ad ognuno in virtù della comune origine della persona, la quale rimane il punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia. Tali diritti sono basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo e presente nelle diverse culture e civiltà».

I diritti umani fondamentali sono, dunque, teatro di nuove e in parte contraddittorie sfide. Sul piano giuridico si riscontra una forte accelerazione verso l’universalizzazione dei diritti fondamentali. Per altri aspetti però, paradossalmente, mai come oggi l’idea stessa dei diritti umani è stata posta radicalmente in discussione dalle critiche post-moderniste e relativiste.
La cultura multiculturalista non solo ha gettato un’ombra sulla possibilità stessa di riconoscere i diritti umani mettendone in discussione l’universalità, ma ha insinuato che i diritti umani costituiscono l’espressione pseudouniversale di ciò che in realtà nasconde una visione culturale parziale, tipicamente occidentale. I diritti umani sarebbero l’ultimo residuo dell’imperialismo occidentale che mortifica ogni espressione culturale non riconducibile a quella sviluppatasi sulle due sponde dell’Atlantico.

Queste critiche si alimentano di una tendenza messa bene in rilevo da Mary Ann Glendon (in L. Antonini (a cura di), Il traffico dei diritti insaziabili, Rubbettino, 2008 e in Tradizioni in subbuglio, Rubbettino, 2007). A partire dagli anni ’90, nota la studiosa di Harvard, le istituzioni dei diritti fondamentali facenti capo all’Onu hanno tradito lo spirito della Dichiarazione universale e sono state occupate da gruppi di pressione che hanno incominciato a promuovere una visione dei diritti umani parziale, espressione di una cultura iper-libertaria. E l’Europa, con le sue Corti e le sue agenzie dei diritti, sembra costituire inspiegabilmente un terreno particolarmente fertile per l’attecchire di questa visione e ne diventa a sua volta promotrice (su questo, volendo, il volume curato da chi scrive, I diritti in azione, Il Mulino, 2007).

Due sono i nodi culturali che determinano queste spinte contraddittorie.
Il primo nodo riguarda una questione antropologica. I cd. “nuovi diritti” si alimentano di una concezione in cui l’uomo è ridotto a pura capacità di autodeterminazione, volontà e libera scelta. L’uomo è inteso come individuo sciolto da ogni relazionalità, sociale e trascendente, e la sua unica capacità di espressione è individuata nella libertà, a sua volta ridotta a mera facoltà di scegliere. È così che si arriva persino ad affermare il “diritto a non nascere” o il “diritto a darsi la morte”, il cui effetto è la negazione del soggetto stesso. Fuori da una concezione creaturale in cui l’uomo è diretto rapporto con l’infinito, non si dà dignità umana e i diritti, anziché costituire la massima valorizzazione della persona, aprono la strada al suo annientamento.

Il secondo riguarda l’universalità dei diritti umani. L’idea stessa dei diritti umani si basa sulla possibilità di riconoscimento di un “evento dell’umano” o di “una struttura universale dell’esperienza umana”, dall’interno delle culture che si incontrano continuamente nel tessuto sociale (C. Di Martino, L’incontro e l’emergenza dell’umano, in J. Prades (a cura di), All’origine della diversità, Guerini, 2008]. D’altra parte, quella attuale è la stagione della proliferazione dei diritti, in cui si assiste alla tendenza ad imporre in termini di diritti universali preferenze e posizioni elaborate in un determinato ambito e in uno specifico contesto. Di qui l’urgenza che i diritti umani siano a loro volta sottoposti all’incessante vaglio critico della ragione e dell’esperienza, ovvero all’attento discernimento di cui parla Benedetto XVI nel discorso all’Onu, affinché attraverso di essi sia salvaguardato soltanto e tutto ciò che appartiene alla struttura originaria e universale dell’uomo.
 
 
(Foto: Imagoeconomica)


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