Dove portano le nuove linee guida sulla procreazione medicalmente assistita

Ha suscitato molto scalpore la modifica delle linee guida della legge n. 40/2004 in materia di procreazione medicalmente assistita, da parte del ministro della Salute, Livia Turco, proprio alla vigilia del passaggio di consegne al nuovo esecutivo. Ecco le tappe fondamentali della vicenda

06.06.2008 - Riccardo Marletta
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Mentre nel nostro Paese ci si interrogava sulla composizione del nuovo Governo, si veniva a sapere che il ministro della Salute Livia Turco aveva modificato le linee guida della legge n. 40/2004 in materia di procreazione medicalmente assistita proprio alla vigilia del passaggio di consegne al nuovo esecutivo.

Val la pena di ripercorrere brevemente le tappe salienti della vicenda che ha suscitato non poco sconcerto in molti commentatori, esponenti della comunità scientifica ed operatori del diritto.

Nel novembre del 2004 una società che si occupa di procreazione medicalmente assistita aveva impugnato le linee guida in materia, emanate con decreto ministeriale del luglio dello stesso anno, davanti al TAR Lazio, che aveva respinto il ricorso con sentenza depositata nel maggio del 2005. Tuttavia il Consiglio di Stato aveva annullato la sentenza in questione per ragioni procedurali, rinviando nuovamente l’esame della vicenda al TAR Lazio. Quest’ultimo, con sentenza del gennaio di quest’anno emessa da una sezione diversa da quella che si era pronunciata in precedenza, ha annullato le linee guida nella parte in cui stabilivano che ogni indagine relativa allo stato di salute degli embrioni creati in vitro dovesse essere “di tipo osservazionale” (basata cioè sull’esame al microscopio di eventuali anomalie di sviluppo dell’embrione creato in vitro), in quanto tale previsione sarebbe in contrasto con il dettato della legge n. 40/2004. A questo punto il Ministro Turco, senza nemmeno attendere il passaggio in giudicato della sentenza e senza considerare che davanti alla Corte Costituzionale pende un giudizio di legittimità su altri aspetti della legge n. 40/2004 (che ovviamente potrebbe avere ripercussioni anche sulle linee guida), emanava “una versione aggiornata” delle linee guida stesse. Il relativo decreto ministeriale, adottato in data 11 aprile 2008 (due giorni prima delle elezioni!), veniva pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 30 aprile 2008. Si impongono a questo punto alcune considerazioni:

1) il TAR Lazio ha fondato la decisione di annullare parzialmente le linee guida sul rilievo che, se il legislatore ha previsto la possibilità di consentire interventi diagnostici sull’embrione per finalità di tutela dell’embrione stesso, tali interventi non potrebbero essere limitati alle indagini di tipo osservazionale. La legge n. 40/2004 sul punto prevede che «la ricerca clinica e sperimentale su ciascun embrione umano è consentita a condizione che si perseguano finalità esclusivamente terapeutiche e diagnostiche ad essa collegate volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell’embrione stesso, e qualora non siano disponibili metodologie alternative». Ciò significa che l’indagine genetica preimpianto (caratterizzata dal prelievo di una cellula per esaminarla) è consentita solamente per tutelare la salute dell’embrione. Nella sentenza di reiezione del primo ricorso, il TAR Lazio aveva tuttavia rilevato che «non esistono ancora terapie geniche che permettano di curare un embrione malato», con la conseguenza che «la diagnosi preimpianto non potrebbe che concernere le sole qualità genetiche dello stesso embrione» e dunque, aggiungiamo noi, aprire il varco alla diagnosi preimpianto a finalità eugenetica, espressamente vietata dalla legge n. 40/2004. L’aver trascurato questo ordine di considerazioni rende la seconda pronuncia del TAR Lazio non condivisibile. Nell’interpretazione una norma non si può infatti prescindere dall’osservazione della realtà, tanto più quando si tratta di linee guida soggette ad un aggiornamento periodico (almeno ogni tre anni) «in rapporto all’evoluzione tecnico-scientifica», con la possibilità, secondo quanto rilevato dal TAR Lazio nella prima sentenza, che le stesse linee guida possano prevedere «in un più o meno prossimo futuro, l’indagine genetica a scopo terapeutico».

2) Come rilevato da alcuni autorevoli commentatori, tra i quali il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Annibale Marini, il governo dimissionario può adottare solo ed esclusivamente atti di ordinaria amministrazione, ossia atti di fatto privi di discrezionalità. Il decreto ministeriale concernente le nuove linee guida certamente non rientra certamente in questa categoria di atti in quanto:

  • l’emanazione di linee guida su argomenti tanto sensibili non può mai essere considerata atto di ordinaria amministrazione, in quanto comunque espressione di un indirizzo politico-amministrativo del ministro;
  • la sentenza del TAR Lazio non era ancora passata in giudicato e avrebbe potuto pertanto essere eventualmente impugnata dal successore del ministro Turco e dalle altre parti del giudizio;
  • è pendente davanti alla Consulta una questione di legittimità costituzionale dell’articolo 14 della legge n. 40/2004, sollevata dal TAR Lazio proprio con la sentenza alla quale il ministro Turco sostiene di aver dato esecuzione;
  • come si chiarirà tra poco, le nuove linee guida non hanno recepito “asetticamente” le indicazioni del TAR Lazio in tema di diagnosi preimpianto;
  • in ogni caso le nuove linee guida introducono previsioni che non trovano riscontro nella precedente formulazione delle stesse, come ad esempio la possibilità di accedere alle tecniche di fecondazione assistita per i portatori di patologie sessualmente trasmissibili.

3) Nelle nuove linee guida il ministro Turco ha eliminato le previsioni relative alle indagini di tipo osservazionale sugli embrioni quale unica possibile forma di intervento, senza introdurre disposizioni che disciplinino e limitino la possibilità di effettuare diagnosi preimpianto. Ha osservato autorevolmente su www.ilsussidiario.net il professor Francesco D’Agostino, presidente onorario del Comitato nazionale di bioetica, che «poiché questa norma è stata cancellata, tutte le indagini a carico degli embrioni dovrebbero essere lecite e soprattutto dovrebbero essere leciti i test genetici. I test genetici sono ad alto rischio per la vita embrionale, mentre la diagnosi osservazionale non comporta rischi perché, di fatto, si tratta di mettere gli embrioni sotto il microscopio semplicemente per osservarli. I test genetici, invece, si svolgono prelevando una o più cellule dall’embrione per sottoporle ad analisi genetiche: questa pratica ha una percentuale di rischio e in un numero non raro di casi porta la morte degli embrioni. Questo è contro lo spirito della legge, che vuole garantire la nascita di tutti gli embrioni procreati in vitro. Un’ulteriore considerazione: una volta fatti i test genetici si vanifica l’indicazione, che pure formalmente rimane nelle linee guida, secondo la quale non si possono fare indagini prenatali a fini eugenetici. Questa dichiarazione rimane, ma diventa un flatus vocis: se un medico svolge un test genetico e riscontra un’anomalia a carico dell’embrione, anche un’anomalia pienamente compatibile con la vita, o addirittura una non-anomalia come l’indicazione del sesso dell’embrione, e se quindi la donna viene ad apprendere che l’embrione è del sesso che non desidera o comunque presenta un’anomalia di cui ella non si vuole far carico, proibirà, e può farlo, l’impianto degli embrioni nel proprio utero. Ma in questo modo si verifica obiettivamente una pratica di selezione eugenetica dei nascituri».

Questi possibili scenari nulla hanno a che vedere con quanto sancito nella sentenza del TAR Lazio, che comunque aveva ribadito la necessità che gli interventi diagnostici siano finalizzati esclusivamente alla tutela dell’embrione. Per queste ragioni si ritiene auspicabile che il nuovo ministro provveda a modificare le linee guida in materia di procreazione medicalmente assistita.

 
(Foto: Imagoeconomica)




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