DISCHI POST COVID/ Il meglio delle uscite di un anno difficile

- Walter Gatti

Dieci uscite discografiche durante la pandemia che adesso possono essere un buon ascolto per l’estate

Bob Dylan My Rough and Rowdy Ways 640x300
Il nuovo disco di Bob Dylan

Il mondo non si è fermato durante il Covid19. A parte le migliaia di “concerti online” e di “web performance” di band e artisti vari, tante cose nuove sono accadute in musica, tanti cd sono stati pubblicati, pronti ad oggi per essere portati in vacanza. Ad esempio? Ecco (a parere di chi scrive) i 10 dischi da conservare di questi primi e complicatissimi mesi del 2020.

BLACKIE AND THE RODEO KINGS – KING OF THIS TOWN

Uno dei migliori dischi dell’anno (per ora) da una delle migliori band in circolazione, tra le poche veramente imperdibili. Un trio che mescola tradizioni sonore e richiami poetici, e che negli ultimi anni non ha sbagliato un colpo: Colin Linden, Tom Wilson e Stephen Fearing sono ormai una forza poderosa nel panorama musicale nordamericano e lo confermano con brani come Walking of Our Grave e con la waitsiana baby I’m Your Devil. Il finale, da brividi, è con Grace, ballata in punta di voce che esprime la domanda su quale mai sia il mistero che muove le nostre vite.

DRIVE BY TRUCKERS – THE UNRAVELING

Band impredibile, i DBT di Patterson Hood e Mike Cooley raccolgono come spugne tutto il bello e il brutto della vita a Sud del  Tenneessee, rimasticando tradizioni, suoni e valori che erano del southern rock e dell’alternative country. Ogni loro disco è un piccolo evento, zeppo di fastidio sociale e di rabbia politica, ed anche questo ultimo loro lavoro non sfugge alla regola (ne avevamo già parlato sul Sussidiario): ascoltare Waiting for Resurrection, Heroin Again, Thoughts and Preyers ne sono la conferma

SUPERSUCKERS – PLAY THAT ROCK’N’ROLL

A mezza via tra i Georgia Satellites e i Ramones, i Supersuckers di “Eddie Spaghetti” sfornano il miglior disco di puro rock’n’roll di questi primi mesi dell’anno. Grandi ritmi, chitarre a mille, atmosfera che eccheggia gli ZZTop. Undici pezzi facili sempre incerti tra country e garage, da sentire a volume esagerato: la titletrack è puro divertissment rocckettaro, mentre la rivisitazione di Dead, Jail or Rock’n’roll (dagli Hanoi Rocks) vale da solo l’applauso.

IASON ISBELL AND THE 400 UNITS – REUNIONS

Insieme a quello di Blackie and the Rodeo Kings, questo è forse il miglior disco dell’anno e guarda caso viene da uno dei migliori talenti del Sud, sia come chitarrista (prima con i Drive By Truckers) che come autore. Ogni tanto Iason Isbell si presenta con la formazione-band in cui milita anche la moglie violinista Amanda Shires. Anche questo è un disco che merita: pieno di nostalgie acustiche, riflessione senza tregua su presenze e perdite del passato e del presente. Da mandare a memoria What’ve I Done to Help, Overseas (che ogni tanto occhieggia a Like a Hurricane di Neil Young), Be Afraid e St. Peter Autograph (dedicata all’amico chitarrista Neal Casal, morto suicida nell’agosto scorso).

DAVID BROMBERG BAND – BIG ROAD

Uno monumento della musica americana (classe 1945) torna con un disco godibilissimo, sempre con le radici ben piantate nel country e nel bluegrass (come dimostra il pezzo dedicato a George Jones, Conway Twitty e Merle Haggard). Un paio di capolavori per il polistrumentista David (chitarre, violino, banjo, anche liutaio…), tra cui Loving of the Game e soprattutto l’epica Diamon Lil, ballata lunghissima che pare venuta dal miglior catalogo di Van Morrison, con il suggerimento che “un uomo non dovrebbe mai scommettere., più di quanto possa accettare di perdere…”.

BOB DYLAN – ROUGH AND ROWDY WAYS

Disco importante per mister Zimmerman, forse il migliore nella sua produzione da Love and Theft. Non solo per un paio di perle poetiche (Murder Most Foul e I Contain Moltitudes), ma per la qualità complessiva dei pezzi e dell’interpretazione (strepitosa). Pezzi sublimi: I’ve Made Up My Mind e Black Rider. Non che fosse necessario questo disco per affermarlo, ma lui rimane a 79 anni il più importante e influente autore della musica contemporanea, narratore ineguagliabile (come ha confermato il Nobel) di un intera epoca.

PHILIP SAYCE – SPIRIT RISING

Chitarrista canadese, apprezzato e protetto da giovanissimo da Jeff Healey, Sayce è cresciuto negli anni costruendo una via molto aggressiva e robusta al rock blues. Nell’elenco ormai interminabile di “nuovi Jimi” e “nuovi Stevie Ray”, il canadese si è ritagliato uno spazio distinguibile proprio per il tono sempre rovente e spesso maledetto dei suoi brani, che sfocia nella caotica e trascinante Wild e nell’atmosfera vodoo di Awful Dreams.

VICTOR WAINWRIGHT & THE TRAIN – MEMPHIS LOUD

Si è appena portato a casa uno dei premi dell’anno come rivelazione blues: Victor Wainwright è ormai una certezza, con quel suo pianoforte che alterna ballate, honky tonk e soul-blues di grande fascino. Canzoni trascinanti, con sentori di big band e di Dr. John (Golden Rule, Sing, Memphis Loud) con in cima due perfette slow ballads (Recovery, Disappear) ed una band che sostiene il piano-man con enorme feeling.

EINSTURZENDE NEUBAUTEN – ALLES IN ALLEM

La formazione berlinese di Blixa Bargeld, simbolo concettuale, sperimentale ed artistico di tutti i rumorismi rock, torna con un disco a sei anni dal precedente Lament. Come sempre idee e creatività inarrivabili, citando lo spirito del tempo (Ten Gran Goldie), la morte di Rosa Luxembourg, le città, gli amori, le radici (Tempelhof, Wedding). Dovendo parlare di “musica colta” o di “rock intellettuale”, nessuno (forse) arriverà mai alle loro vette, unendo sempre intelligenza, ritmo, soluzioni inattese, provocazioni (non più selvagge come negli anni ’80) sublimi.

PHISH – SIGMA OASIS

L’ultimo disco di Trey Anastasio (Ghosts of the Forest) è di pochi mesi fa, intenso e struggente (con un pezzo da brividi come Friend). La band del Vermont ritorna comunque con il solito mix psichedelico-progressive che la rende una delle poche cose imperdibili sempre e comunque degli ultimi 30anni (soprattutto per chi si sente orfano dei Grateful Dead): Steam e Thread, sono la solita perfetta piattaforma di lancio per le lunghissime jam live del quartetto (in attesa di poterli rivedere in tour). Suoni liquidi, tastiere ovunque ed una chitarra distinguibile tra mille.

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