DISOCCUPAZIONE/ Le mosse della politica che non aiutano a far crescere il lavoro

- Massimo Ferlini

Migliorano i dati sul numero di occupati in Italia, ma occorrono anche scelte lungimiranti e minori ideologie per aiutare il lavoro nel nostro Paese

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(LaPresse)

Il bollettino flash dell’Istat pubblicato ieri ci fornisce i dati dell’andamento dell’occupazione riferiti al mese di ottobre, che sono in linea con il trend positivo registrato negli ultimi mesi. Prosegue la crescita del numero complessivo degli occupati. L’incremento dello 0,2% registrato nel corso del mese corrisponde a 35 mila unità lavorative. Il tasso di occupazione sale dello 0,1% e raggiunge complessivamente il 58,6%. Con questo incremento la crescita del tasso di occupazione rispetto a 12 mesi prima è dell’1,7%.

La crescita degli occupati, che nell’ultimo mese vede prevalere fortemente la componente maschile, riguarda nel periodo più lungo sia la componente maschile che femminile e interessa tutte le fasce di età. È composta quasi totalmente da lavoro dipendente. Il forte calo di lavoratori autonomi iniziato con la fase di lockdown non ha ancora segnato una decisa inversione di tendenza.

Assieme al tasso di occupazione sale anche quello di disoccupazione e cala invece la percentuale di inattivi. I disoccupati crescono nel mese di 51 mila unità (+2,2%) e il tasso di disoccupazione (+0,2%) sale al 9,4%. La crescita riguarda persone con più di 24 anni. Il tasso di disoccupazione giovanile scende al 28,2% (-1,4 punti in meno). Per quanto riguarda gli inattivi abbiamo un calo di 79 mila persone, che interessa tutti gli strati della popolazione sia per genere che per classe di età. Il tasso di inattività complessivo scende di 0,2 punti e si ferma al 35,2%.

Crescita di occupati e di persone in cerca di lavoro, e conseguente calo di inattivi, indica che il trend positivo dell’economia prosegue e porta a un ritorno di fiducia verso la possibilità di trovare lavoro. Il numero delle persone inattive, cioè quanti si erano ritirati dal mercato del lavoro perché sfiduciati, era salito enormemente all’inizio della pandemia. Nel corso degli ultimi 12 mesi è sceso di poco più di tre punti percentuali, pari a 42 5mila persone, anche se resta superiore di 0,4 punti alla fase di inizio della crisi da Covid.

La ripresa di fiducia sulle possibilità occupazionali trova riscontro nell’andamento complessivo del 2021: nei primi 10 mesi si registrano 600 mila occupati in più, per la quasi totalità grazie alla crescita del lavoro dipendente.

In un confronto con febbraio 2020, prima dell’inizio dell’emergenza sanitaria, il dato degli occupati registra ancora un deficit di 200mila posti. Il tasso di occupazione resta infatti ancora indietro, anche se solo di uno 0,1%.

Possiamo dire che i dati del mese di ottobre per il mercato del lavoro confermano la ripresa economica già segnalata dalla crescita del Pil. La grande quantità di investimenti prevista dal Pnrr promette un 2022 con un mercato del lavoro ancora in crescita. È sicuramente la spinta decisiva per portare quanti si sono nel frattempo ritirati fra gli inattivi a riproporsi come persone in cerca di occupazione.

La crescita di occupati registrata nel corso degli ultimi mesi non può farci dimenticare che restano profondi squilibri nel nostro mercato del lavoro. Per usare un termine sempre più diffuso, possiamo dire che resistono molti mismatching che rendono poco fluida la mobilità del lavoro anche in questo periodo. Con questo termine indichiamo quasi esclusivamente la discrasia fra esigenze delle imprese e competenze professionali disponibili. Date le caratteristiche della crisi che stiamo ancora vivendo permangono anche processi inversi. La crisi ha agito in modo asimmetrico e la stessa ripresa non coinvolge, con la stessa intensità, tutti i settori.

Abbiamo visto dai dati della crescita occupazionale che il lavoro autonomo ha perso molti addetti dall’inizio della crisi e, ancora oggi, mancano all’appello quasi 500 mila occupati. In modo analogo possiamo notare che la ripresa occupazionale ha favorito la componente maschile. Ciò è largamente dovuto alla diversa velocità con cui sta riprendendo la domanda nel settore servizi. Ancora oggi il settore dell’ospitalità come quello delle mense ha ripreso a funzionare a metà rispetto ai valori del febbraio 2020. Sono settori con forte prevalenza di occupazione femminile e sono indicativi dei motivi del ritardo registrato rispetto all’occupazione maschile. In questo caso il mismatching riguarda la domanda di lavoro e non la disponibilità delle competenze richieste.

A queste problematiche si sommeranno quelle che si prevedono causate dai cambiamenti tecnologici e produttivi che interesseranno i vari settori economici dovute alle nuove tecnologie dell’applicazione delle intelligenze artificiali e dalle scelte tecnologiche richieste dalla trasformazione ambientale.

Avremo perciò la necessità di approntare con urgenza una rete di servizi al lavoro capace di sostenere politiche di facilitazione dell’incontro fra domanda e offerta. Avremo da affrontare importanti transizioni fra professioni e anche percorsi di qualificazione e riqualificazione per rispondere alla scomposizione dell’offerta di lavoro operata dall’asimmetria dovuta agli effetti della crisi pandemica.

Anche la legislazione del lavoro dovrà seguire con la dovuta flessibilità l’emergere dell’esigenza di nuove forme di tutela. Le fughe populiste verso il salario fissato per legge o il contratto unico per il lavoro dipendente portano a non tutelare i bisogni reali per inseguire l’ideologia del lavoro del secolo scorso. Non voler affrontare il lavoro per com’è cambiato in questi anni porta a fare svarioni che, se non fosse per la tragicità della materia, apparirebbero solo nella commedia dell’arte. Rientra in questa categoria l’emendamento votato dalla commissione Lavoro del senato che chiede di mettere fine ai contratti a tempo indeterminato per i lavoratori delle Agenzie per il lavoro. Come sempre il meglio diventa nemico del bene e, scambiando le Apl per i vecchi collocatori del sud del Paese, si trasformano 100 mila lavoratori tutelati in precari forzati.

Il Pnrr richiede che sul lavoro si abbia una svolta profonda proprio per dare a tutti un lavoro con pari tutele e diritti. Fare parti uguali fra diseguali continua a produrre tutele a favore dei garantiti e precariato per chi resta fuori. Più flessibilità può declinarsi con più diritti e tutele per tutti mettendo al centro la persona e un nuovo patto per il lavoro e lo sviluppo.

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