DISTURBI ALIMENTARI/ Un buco nero che si può colmare senza il cibo

- Paola Landolfo

Anoressia, bulimia, binge eating: i disturbi alimentari nascondono spesso problemi psicologici e affettivi enormi. Ma dal “buco nero” si può uscire. Ecco una testimonianza

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Immagine dal web

Francesca è una donna dinamica, dagli occhi grandi e profondi, un bellissimo sorriso e una voce decisa. Vive a Ferrara, ha 45 anni e una storia di sofferenza alle spalle provocata da disturbi del comportamento alimentare (Dca), una patologia invalidante che coinvolge mente e corpo e che oggi affligge 3 milioni di persone, di cui 2,3 milioni di adolescenti. 

Oggi non ha alcun dubbio. Desidera che il racconto della sua esperienza di disagio, fragilità emotiva e comportamenti disfunzionali diventi un messaggio di speranza per tutti coloro che si trovano ad affrontare “un mostro”, quello dei disturbi alimentari, contro il quale non è semplice combattere. Dai Dca si può guarire, lei ne è l’esempio, e da quando si è riappropriata della sua vita e del suo “benessere” prova con ogni mezzo a trasmetterlo. Porta la sua testimonianza nelle iniziative organizzate sul territorio nazionale dalle associazioni che si occupano in vari modi di disturbi alimentari, non manca di partecipare attivamente alla giornata del Fiocchetto Lilla, il 15 marzo, istituita per informare, mantenere alta l’attenzione e sensibilizzare sui Dca. Offre, inoltre, uno sportello di ascolto attraverso i social network, sui quali è molto attiva. Accoglie le grida di aiuto di molti ragazzi, sempre più giovani, e prova, grazie alla sua esperienza e ad una competenza professionale appena acquisita (ha da poco conseguito una laurea triennale in psicologia), a dare consigli o indirizzarli verso nutrizionisti o psicoterapeuti specializzati in Dca, perché non c’è altro modo di guarire se non quello di affidarsi a dei seri professionisti.

Le parole che sceglie con accuratezza per raccontarsi emozionano, ma fanno anche riflettere. Si comprende che la fragilità può diventare forza e una persona che si è fatta del male fino al punto di desiderare di scomparire può diventare una guerriera.  

I primi problemi di Francesca si sono presentati durante l’infanzia, un periodo apparentemente lineare, ma in realtà intriso di dinamiche disfunzionali. Un padre spesso assente per lavoro e una madre forse troppo impulsiva ed estremamente punitiva sia fisicamente che verbalmente, la portano ad oscillare in una contraddittoria dimensione di amore e paura. Di qui la nascita di un primo disturbo ossessivo-compulsivo. A 7-8  anni il suo estremo bisogno di controllare tutti gli oggetti presenti nella sua stanza prima di andare a dormire diventa davvero gravoso, ma non viene identificato come sintomo di qualcos’altro.

Con il passare degli anni, abbandonati i rituali della sua infanzia, la sua mania del controllo si sposta sul corpo, che sta cambiando troppo in fretta. Francesca si guarda allo specchio e non si piace. Lei, una ragazza estremamente perfezionista, decide che per stare veramente bene deve perdere quattro chili. Inizia una dieta fai-da-te, raggiunge il suo obiettivo, ma poi si accorge che non basta e trova qualsiasi escamotage per non mangiare, per eliminare sempre più alimenti, come i dolci in occasione del cosiddetto fioretto di maggio. Inizia ad incanalarsi nelle spire dell’anoressia, rientra in quella fase spesso definita “luna di miele degli anoressici”, perché più perde peso più si sente potente, più sente le ossa e più ha la sensazione di aver ottenuto un successo e di avere tutto sotto controllo.

La verità è che non riesce a gestire le sue emozioni, esternare i suoi sentimenti e  spiegare quel dolore pungente che prova. Le sue dinamiche familiari sono sempre più controverse, il rapporto con sua madre è davvero complesso e non può contare nemmeno su una rete di contenimento come quella di nonni, zii e cugini, perché troppo lontani.

In occasione del suo primo viaggio da sola, una vacanza studio in Inghilterra, la sua situazione precipita. Lontana da qualsiasi controllo e con la scusa che il cibo non è buono, mangia pochissimo. Non dura molto, perché nel viaggio di ritorno in aereo il fortissimo dispiacere di lasciare quei luoghi dove era stata felice le provoca un senso di forte angoscia. Piange disperata e mangia in maniera affannosa tutti i biscotti destinati ad essere dei regali da portare a casa. Consegnare il cibo alla bocca sembra l’unica consolazione possibile.

Da questo momento in poi i sintomi peggiorano, Francesca scopre, grazie al suggerimento di una coetanea, che può abbuffarsi e vomitare. Diventa prevalentemente bulimica con periodi alternati di anoressia e binge eating (disturbo da alimentazione incontrollata). Comprende di non stare bene, non nasconde più le sue difficoltà e cerca aiuto ovunque, cambiando terapeuti e terapie. Usa internet per informarsi, ma solo siti americani e riviste di moda trattano di disturbi alimentari e soltanto in relazione all’estrema magrezza di alcune modelle. Sono gli anni Novanta, non c’è abbastanza informazione e non si hanno ancora le giuste competenze per affrontare un problema che spesso si tende a sminuire, a banalizzare.

Dopo la maturità scientifica e un periodo di frequentazione all’università, nel quale anche studiare diventa impossibile, trova un lavoro e va a vivere da sola. La sua ossessione per il cibo diventa davvero invalidante. In pubblico cerca di contenersi e mangiare il meno possibile, ma poi arriva l’impulso di mettere qualcosa in bocca. È il  preludio di una crisi che condiziona tutti i suoi comportamenti: correre al supermercato, riempire il carrello fino all’inverosimile, iniziare a mangiare ancor prima di arrivare alle casse e infine tornare a casa e riempirsi il più possibile per poi vomitare fino all’ultima briciola. Definisce il momento del vomito come dolore puro e afferma: “l’unica parte di tutto il rituale che riesce finalmente ad annientarmi, a togliermi ogni forza, ogni pensiero, lasciandomi sfinita fino alla prossima abbuffata, che potrebbe avvenire anche subito dopo o poche ore dopo”.

Francesca è però una ragazza tenace e prova con ogni mezzo a vivere una vita “normale”. Si innamora di un ragazzo che rappresenta la sua àncora di salvezza, l’Amore che romanticamente risolve tutto. A 25 anni si sposa e mette al mondo Giulia. Per due anni la sua attenzione è concentrata su una maternità esclusiva, che distoglie l’attenzione da sé e le dà l’illusione di stare meglio. Purtroppo non è così, la malattia è solo assopita e quando la sua bambina inizia a diventare più autonoma si ripresenta in tutta la sua violenza e logora anche il rapporto con suo marito, ormai diventato il passivo osservatore di un macabro spettacolo.

Non può più continuare a stare male. Ne è consapevole, ma la forza di prendere una decisione drastica le viene da un tragico episodio che le scuote profondamente l’anima e le fa aprire gli occhi. Federica, la mamma di una bambina quasi coetanea alla sua, non regge il peso del suo dolore e si toglie la vita perché la malattia può arrivare a impossessarsi di tutto, anche dell’amore più grande. Messe da parte tutte le scuse, con l’aiuto del suo ex marito, al quale è unita da sempre dal comune amore per la figlia, e della sua famiglia, Francesca si rivolge a MondoSole, un centro di cura a Rimini specializzato in disturbi alimentari, gestito da Chiara Sole Ciavatta e da uno staff clinico qualificato.

Inizia il suo percorso. La terapia è molto impegnativa, ma il dottor Mugnani, psicoanalista, sessuologo e co-fondatore di MondoSole, l’aiuta a guardarsi dentro, ad osservare il suo malessere per dargli forma e consistenza fino a tirare fuori le cause che vi si annidano. Francesca mette da parte la paura, non si sente mai sola, anzi si sente accolta. Vive esperienze di condivisione con altre ragazze che come lei affrontano un percorso di rinascita e ascolta tante testimonianze di persone che ce l’hanno fatta e che ritornano al centro per raccontare la loro storia. Viene conquistata da una “bella positività” e un po’ alla volta riesce ad accogliere anche quel dolore che per tanto tempo si è impadronito di lei, facendola sentire “sbagliata, rotta, stupida, inutile”. Finalmente capisce che lo può sopportare, lo può sentire e anche se fa molto male lo può affrontare perché non la uccide.  

In questo modo le crisi si diradano e il sintomo è sempre meno frequente. Riprende  in mano la sua vita, ricostruisce un rapporto sano con la realtà, con il proprio corpo, con la propria identità, le proprie emozioni e anche con i suoi genitori. Non c’è più posto nel suo cuore per la rabbia e il rancore. Si perdona e comincia a guardare la vita da un prospettiva diversa. Le succede anche una cosa bellissima: si riappropria della sua voce!

Cantare è da sempre la sua passione più grande. Adesso riesce a coltivarla. Scrive una canzone di speranza, “Fame di vivere”, nella quale affida a musica e parole il suo racconto di  rinascita e interpreta “AnaMia”, l’inno ufficiale di MondoSole, un brano contro l’anoressia e la bulimia, a lieto fine, decisamente liberatorio, che vuol essere uno strumento di prevenzione attraverso la musica.

Ai ragazzi che oggi soffrono di disturbi alimentari vuole lasciare un messaggio importante. Soffrire di Dca non significa avere un semplice disordine alimentare, ma un disturbo vero e proprio con una sintomatologia feroce. Non bisogna nascondersi, ma provare a parlarne, soprattutto con i genitori, senza focalizzare l’attenzione soltanto sui sintomi o su un corpo che sta male. È necessario far comprendere a chi ascolta il malessere interiore che si prova, quel “buco nero” che non si riesce a colmare se non con l’ossessione per il cibo, che porta spesso a delle conseguenze anche fisiche gravissime.

Tornare a vedere la luce è possibile, costa impegno e fatica, una fatica immensa alternata a picchi di malessere che talvolta lasciano senza fiato. “Ma oltre quei momenti, oltre l’inferno, c’è ossigeno. Prati verdi.  E anche qualche coniglietto”.

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