DL AGOSTO/ Gentili: troppi bonus per salvare M5s al Sud, Nord dimenticato

- int. Guido Gentili

Il Governo sembra pensare già alle elezioni di settembre, dove si gioca molto. C’è intanto da preoccuparsi per il debito pubblico che cresce

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Luigi di Maio con Vito Crimi (LaPresse)

Varato il Decreto agosto, il Governo sembra avere già un nuovo obiettivo: la riforma fiscale. Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha infatti parlato di riduzione dell’Irpef per il 2021. Intanto, però, i 100 miliardi di extra-deficit di quest’anno potrebbero trasformarsi in una zavorra pericolosa per il debito pubblico italiano. Paolo Gentiloni, commissario europeo agli Affari economici, ha infatti ricordato, in un’intervista al Corriere della Sera pubblicata ieri, che il Patto di stabilità e crescita potrebbe rimanere sospeso fino a quando il Pil medio dell’Ue tornerà ai livelli di fine 2019. Il che significa che l’Italia rischia presto di dover fare di nuovo i conti con le regole europee con un debito/Pil a livelli molto elevati. Per Guido Gentili, editorialista del Sole 24 Ore, con il Decreto agosto “non siamo ancora usciti dalla fase 1, si continua con una strategia che cerca di dare dei sostegni alla domanda, con bonus e micromisure settoriali, ma senza una svolta. Nonostante le promesse fatte dalla maggioranza e dal presidente del Consiglio di andare verso una politica di riforme strutturali, queste ancora non si vedono”.

Con i bonus a pioggia si riescono comunque ad accontentare più categorie, oltre che le istanze degli stessi partiti della maggioranza.

Sì, la ratio di fondo di questo intervento, in linea coi precedenti, sembra essere quella di una mediazione che cerca di dare dei contentini alle diverse categorie, in una logica anche di campagna elettorale, visto che si avvicinano le amministrative. Ciascuno può dire di aver ottenuto qualcosa, ma non credo che questo poi significhi una svolta verso una ripresa economica vera.

Chi forse ha avuto meno, rispetto alle richieste, è Confindustria. Pensa che darà filo da torcere al Governo nei prossimi mesi?

Al di là della questione del blocco dei licenziamenti, è da tempo che le imprese hanno avanzato richieste per interventi più strutturali, con politiche dal lato dell’offerta e non solo della domanda. Su questi temi ci sarà un pungolo, uno stimolo continuo, in particolare in vista del Recovery plan, su cui ora si sposterà tutta l’attenzione. La Confindustria di Bonomi non si schiera dal punto di vista politico, ma lo fa sulle singole misure che vengono prese. Sui contenuti, quindi, attendiamoci un confronto. Anche duro.

Intanto Gualtieri ha rilanciato il progetto di una riforma fiscale. Cosa ne pensa?

È un tema che negli ultimi mesi sta continuando a emergere e a scomparire in maniera molto carsica. Non dobbiamo poi trascurare il fatto che parlare di riforma fiscale prima delle elezioni è un evergreen. Il punto è che non basta dire di voler abbassare le tasse: rischia di rimanere uno slogan se non si spiega come si vogliono semplificare le aliquote e quali sarebbero le coperture finanziarie di una manovra di questo tipo, posto che non si possono usare le risorse del Recovery fund.

Intanto con il Decreto agosto l’extradeficit di quest’anno arriva a quota 100 miliardi e il debito pubblico su Pil continua a salire. In quest’ottica non la preoccupano le parole di Gentiloni sul ritorno alle regole del Patto di stabilità e crescita?

Ho letto con molta attenzione l’intervista e trovo che pur con i suoi toni tipici felpati, Gentiloni nella sostanza faccia un richiamo realistico a quella che è la prospettiva che abbiamo di fronte. Se si parla di crescita media europea del Pil, sappiamo bene di essere indietro. Dunque, se l’Italia non si muove rischia di essere presa in contropiede. Gentiloni fa capire abbastanza esplicitamente che la sospensione del Patto di stabilità e crescita non può durare in eterno. Forse resterà ancora per il 2021, ma è difficile che si vada oltre. Stesso discorso vale per la Bce, il cui sostegno silenzioso è stato molto efficace fin dal primo momento per l’Italia, ma che non può durare ancora a lungo.

A proposito dell’azione della Bce, il 5 agosto, che sembrava una data clou, visto che scadevano i termini per presentare una risposta alla Corte Costituzionale tedesca, sembra passata senza problemi. C’è comunque ancora una spada di Damocle tedesca che pende sull’Eurotower?

Sì, il tema rimane sullo sfondo. E quindi dobbiamo essere attenti. Ci sono questioni che possono spuntare pericolosamente sul cammino del Paese e del Governo, come per esempio il Mes: non se ne parla più, ma il nodo verrà presto al pettine.

Con il Decreto agosto il Governo ha varato una decontribuzione per i contratti di lavoro al Sud. Rischia di aprirsi una “questione settentrionale” in un momento in cui il Nord produttivo sembra essere ai margini dei provvedimenti dell’esecutivo?

Questo è un rischio oggettivo, perché è vero, non da oggi, che i problemi del Mezzogiorno richiedono un intervento, ma immaginare una politica di ripresa che trascuri il Nord credo sia un errore. Non si può lasciare ai margini quello che può essere il traino della ripartenza. Tanto più che la parte più produttiva del Paese è stata anche quella più colpita dal Covid-19. Non vorrei che si creasse una situazione per cui si tornano a fare degli interventi solo per il Sud, nel caso in questione con una misura che oltretutto in passato non ha dato grandi risultati, magari per un’attenzione politica rivolta alle scadenza elettorali.

A questo proposito, non ritiene che la questione appena emersa dei politici che hanno richiesto l’indennità per le partite Iva possa diventare un’arma elettorale capace di influire sulle amministrative, considerando che oltre a 5 deputati risulterebbero coinvolti duemila amministratori locali?

Sì e relativamente ai deputati coinvolti questo potrebbe fornire un contributo anche al sì al referendum per il taglio del numero di parlamentari.

Considerando anche la misura per il Sud, potrebbe avvantaggiarsene il Movimento 5 Stelle, che proprio nel Mezzogiorno ha perso più voti in questi due anni.

L’attenzione sul Mezzogiorno ha radici certamente oggettive, ma mi sembra che risenta molto della scadenza elettorale, in cui c’è in gioco anche la tenuta di una maggioranza che si regge sul risultato delle politiche del 2018, che sappiamo nei fatti non essere più “veritiero”. Questa tornata elettorale può far emergere in maniera ancor più contundente che la situazione reale è ben diversa da quella su cui si fonda il Governo Conte 2.

L’esecutivo ha in mano anche dei dossier economici – i principali sono Ilva, Alitalia, Aspi e ora anche la rete unica tlc – su cui non sembra avere un’idea chiara sul da farsi.

Se guardiamo a Ilva e Alitalia, siamo ancora agli slogan. Nel caso della rete unica, molto serio, noto un intervento del tutto atipico, passato anche un po’ troppo sotto silenzio, che non ha precedenti: due ministri hanno fermato le decisioni del cda di una società quotata. L’anomalia è tanto più evidente considerando che nell’azionariato di Tim c’è Cdp, quindi potevano essere altri gli strumenti di comunicazione per chiedere al management una pausa di riflessione. In questo, e in un dibattito generale nel Paese, pensando anche alle recenti dichiarazioni del segretario generale della Cgil Landini, vedo il rischio di uno Stato che non si limita a dettare le regole, ma che arriva a ridurre l’autonomia delle imprese.

Questi dossier possono rappresentare una possibilità di inciampo per il Governo?

L’esecutivo non rischia la tenuta su uno di questi singoli dossier. Se però tutti dovessero rivelarsi problematici al medesimo tempo o in tempi ravvicinati, allora ne nascerebbe un problema serio.

Si è tornati a parlare, ancora negli ultimi giorni, di ipotesi di rimpasto di Governo. Pensa sia realmente una strada percorribile, soprattutto per Conte che sta riuscendo a gestire, non certo senza difficoltà, i delicati equilibri interni alla maggioranza?

Penso che Conte farà di tutto per evitare qualsiasi ipotesi di rimpasto. Se la situazione dovesse per qualche motivo precipitare e ci fosse la necessità di rimettere mano agli equilibri di Governo, credo che sarebbe più opportuno per la maggioranza farlo prima delle elezioni di settembre. L’esito del voto, infatti, potrebbe sorridere al centrodestra e rendere complicato sia un semplice rimpasto che un Governo di unità nazionale.

Questo anche nell’imminenza della presentazione del Recovery plan e della Legge di bilancio?

Si tratta di scadenze che fermerebbero il ritorno immediato alle urne, ma a quel punto potrebbe esserci un accordo per andare a votare nei primi mesi del 2021 con un Governo di transizione, più di profilo tecnico che non politico, com’era pure stato ipotizzato l’anno scorso, dopo la caduta del Governo Conte 1, prima della nascita del Conte 2.

(Lorenzo Torrisi)

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