DON CAMILLO/ Terence Hill e il primo film “in famiglia” da regista

- Bruno Zampetti

Terence Hill ha fatto il suo esordio come regista portando al cinema nel 1983 una sua versione di Don Camillo

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In questo 2019 in cui si ricordano i 90 anni che Bud Spencer avrebbe compiuto lo scorso 31 ottobre, non bisogna dimenticare che Terence Hill ne ha compiuti 80 il 29 marzo. Di Mario Girotti si sa molto come attore, anche perché la sua carriera continua a essere seguita principalmente grazie alle fiction Rai degli ultimi anni. Poco invece si sa dei suoi lavori dietro la macchina da presa, primo dei quali Don Camillo, film del 1983, che rappresenta in realtà una sorta di lavoro “collettivo” della famiglia Hill. Terence ne è infatti produttore, regista e attore protagonista, la sceneggiatura è stata curata dalla moglie Lori e nel cast sono presenti i figli Jess e Ross. A dir la verità, Jess compare solo in scene che sono state tagliate nel montaggio finale (e lasciate solo in una “versione estesa”).

Com’è facile immaginare, la pellicola si basa sui racconti di Giovanni Guareschi, che già erano stati trasposti sul grande schermo negli indimenticabili film con protagonisti Fernandel e Gino Cervi. L’obiettivo non dichiarato ma evidente è quello di riproporli aggiornati nel “presente” (cambiando anche la location delle riprese da Brescello a Pomponesco, cittadina della provincia mantovana annoverata tra i borghi più belli d’Italia). Il risultato in questo senso non è disprezzabile e non si riduce al solo parroco che indossa i blue jeans sotto la tonaca: il Don Camillo di Terence Hill si ritrova ad aiutare un bambino (interpretato dal figlio Ross) che risente della separazione dei genitori, a far pattinare le ragazze in chiesa dato che sono “discriminate” quanto a servizi ricreativi pensati solo per i maschi e anche ad avvertire il peso del giudizio sociale sui sacerdoti, visti spesso come uomini diversi da tutti gli altri e per questo anche incapaci di capire cosa voglia dire affrontare la “vita reale” quotidiana delle persone “normali”. Più “tirate” invece sembrano altre mosse per portare i personaggi di Guareschi negli anni Ottanta, come Peppone meccanico specializzato per la riparazione di Ferrari, il sacerdote impegnato anche nei matrimoni tra spericolati paracadutisti o la rivalità “politica” tra Dc e Pci trasposta sul campo da calcio in modo così acceso da far nascere inevitabilmente risse e scazzottate. 

Dove si notano più pecche nel film è nella realizzazione tecnica: non solo nell’uso eccessivo del ralenti, ma anche nella mancanza di una sorta di “filo conduttore”, che fa sembrare la pellicola un assembramento di spezzoni. Negli originali Cineriz di Don Camillo, la voce narrante (indimenticabile quella di Emilio Cigoli nei primi film) era in grado di svolgere questo compito, ma Terence Hill non è riuscito a trovare qualcosa di analogo (pur essendoci una voce fuoricampo all’inizio del film). Forse però la mancanza più grave è relativa al rapporto tra i due personaggi protagonisti, Don Camillo e Peppone. Qui li vediamo competere e rivaleggiare e al più vediamo che il “rosso”, oltre a voler il battesimo per il figlio e a confessarsi, si fa il segno della croce di nascosto quando passa la processione con il Cristo. Nelle pellicole con Cervi e Fernandel li abbiamo invece anche visti mettere da parte le rivalità quando c’era un bene più importante da difendere, aspetto che ha reso più amati dagli italiani i nemici-amici di Brescello, ma che pare proprio assente in quel di Pomponesco (salvo che per evitare di essere beccati a cacciare di frodo).

Difficile dire cos’abbia portato Terence Hill a scegliere, per il suo primo impegno da regista, proprio Don Camillo. La risposta forse la troviamo in una scena del film, dove Gigio, il quasi-sagrestano, paragona i sacerdoti ai cowboys. In Don Camillo, in ogni caso, il protagonista preferisce la motocicletta, rigorosamente da cross, al cavallo di Trinità.

Un paio di curiosità su questo film per chiudere. Come detto, il calcio ha un ruolo importante e forse per questo sono stati chiamati sul set quattro professionisti della serie A di allora: Carlo Ancelotti, Roberto Boninsegna, Roberto Pruzzo e Luciano Spinosi. Il personaggio del comunista Smilzo è interpretato da Andy Luotto, che ha recitato anche in Il mio nome è Thomas, l’ultimo film di Terence Hill, nei panni però del priore dei frati.

 



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