Don Peppe Diana, storia vera Per amore del mio popolo/ “Segno di contraddizione”

- Emanuela Longo

Storia vera Per amore del mio popolo, Don Giuseppe Diana il prete ucciso a colpi di pistola per aver sfidato la camorra: la sua storia al centro della miniserie

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Don Giuseppe Diana, Wikipedia

Don Giuseppe Diana è il protagonista della miniserie “Per amore del mio popolo”, trasmessa perla prima volta su Rai 1 nel 2014, in occasione del ventesimo anniversario della sua morte. Il prete, infatti, fu ucciso dalla camorra a Casal di Principe il 19 marzo 1994. La miniserie prende il nome dal documento scritto contro la camorra da Don Diana insieme ai sacerdoti della forania di Casal di Principe e distribuito nel Natale del 1991 in tutte le chiese locali. “Siamo preoccupati. Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra. Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”…”, così inizia lo scritto più noto di don Peppe Diana. (agg. Elisa Porcelluzzi)

Don Peppe Diana, storia vera Per amore del mio popolo: voce della coscienza

L’auspicio di don Peppe Diana, protagonista questa sera della fiction Per amore del mio popolo, era che la Chiesa si adoperasse concretamente al fine di produrre coscienze devote alla “giustizia, alla solidarietà, ai valori etici e civili”. È questo uno dei doveri principali dei sacerdoti, incaricati di formare le coscienze delle persone a loro affidate e di aiutarle a operare un discernimento serio e obiettivo. Tra i camorristi, ma non solo tra loro, il senso del peccato si era completamente perso: i peggiori criminali si facevano chiamare imprenditori e pretendevano rispetto in virtù del ‘lavoro’ e del ‘ruolo sociale’ che ricoprivano, nonostante le loro azioni fossero gravemente illecite non solo dal punto di vista della legge umana, ma anche e soprattutto della legge morale, quella iscritta nei nostri cuori e che apprendiamo attraverso la famosa ‘voce’ della coscienza. (agg. di Rossella Pastore)

Don Peppe Diana, storia vera Per amore del mio popolo: così denunciò le infiltrazioni camorristiche nelle istituzioni

Nel documento di don Peppe Diana intitolato Per amore del mio popolo (proprio come la miniserie in onda questa sera su Rai1), i sacerdoti firmatari facevano riferimento all’assenza dello Stato che in questo modo aveva agevolato le infiltrazioni della camorra all’interno delle istituzioni: “È oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche è caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale”. (agg. di Rossella Pastore)

Don Peppe Diana, storia vera Per amore del mio popolo: il contenuto del testamento

Oltre a essere il titolo della miniserie in onda questa sera su Rai1, Per amore del mio popolo è anche il nome attribuito al testamento di don Peppe Diana, il sacerdote protagonista della fiction che per tutta la vita lottò contro la camorra. A Natale del 1991, don Diana scrisse e firmò con alcuni suoi confratelli un documento importante in cui esprimeva il suo dolore per quello che la camorra stava operando a Casal di Principe. La denuncia suonava così: “La Camorra oggi è una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana. I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato”. (agg. di Rossella Pastore)

Don Peppe Diana: le due lauree e l’insegnamento

Don Peppe Diana, al secolo Giuseppe Diana, nacque a Casal di Principe il 4 luglio 1958 da una famiglia di proprietari terrieri. Nel 1968, Giuseppe entrò in seminario e, dopo aver completato gli studi al liceo classico, si iscrisse alla Pontificia facoltà teologica dell’Italia Meridionale, dove si laureò in Teologia biblica. In seguito conseguì una seconda laurea in Filosofia alla Federico II di Napoli. Il 1978 è l’anno della sua entrata nell’Associazione Guide e Scout Cattolici Italiani (Agesci) in qualità di caporeparto. Nel 1982 viene ordinato sacerdote e quindi Assistente ecclesiastico del Gruppo Scout di Aversa e del settore Foulard Bianchi. Dal 1989 celebra messa regolarmente nella parrocchia San Nicola di Bari a Casal di Principe, oltre a ricoprire il ruolo di segretario del vescovo della diocesi di Aversa monsignor Giovanni Gazza. Don Peppe era anche un professore: insegnò materie letterarie presso il liceo ‘Francesco Caracciolo’ e religione cattolica presso l’istituto tecnico industriale ‘Alessandro Volta’ di Aversa. (agg. di Rossella Pastore)

La storia vera di Don Giuseppe Diana dietro la miniserie “Per amore del mio popolo”

Don Giuseppe Diana, noto come don Peppe, ha pagato con la vita il suo impegno contro la mafia. Il 19 marzo 1994 fu assassinato a Casal di Principe dalla camorra dopo aver lottato per un’intera esistenza contro la criminalità organizzata. Sulla sua vita è basata la miniserie “Per amore del mio popolo” in onda su Rai 1. Il suo forte impegno civile e religioso resta indelebile nella società campana. Come rammenta SkyTg24, il suo assassinio avvenne all’interno della sua parrocchia di San Nicola di Bari. Don Diana aveva appena 36 anni quando fu raggiunto da cinque proiettili che misero fine alla sua vita. Ad esploderli, qualcuno che vedeva proprio nel suo impegno contro la mafia una grave minaccia. Proprio nel suo documento, poi divenuto celebre e dal titolo “Per amore del mio popolo non tacerò”, era contenuta la sua volontà a sfidare i clan.

Classe 1958, Don Peppino ha conseguito i suoi studi ad Aversa per poi trasferirsi in seminario a Posillipo. Fu ordinato sacerdote nel 1982 e sette anni dopo divenne il nuovo parroco della parrocchia di San Nicola di Bari a Casal di Principe dove poi incontrò la morte pochi anni dopo. In contemporanea aveva intrapreso anche la sua attività di insegnante in tre differenti scuole del posto.

“Per amore del mio popolo”: la storia di Don Giuseppe Diana e la lotta contro la camorra

A partire dalla fine degli anni Ottanta, Don Giuseppe Diana iniziò la sua battaglia personale contro la camorra. In quegli anni i clan casalesi controllavano gran parte dei traffici illeciti. “Don Peppino non voleva fare il prete che accompagna le bare dei ragazzi soldato massacrati dicendo ‘fatevi coraggio’ alle madri in nero”, scriveva di lui Roberto Saviano. A condannarlo però fu proprio ciò che lui stesso aveva scritto e predicato, in particolare quanto contenuto nel suo documento redatto insieme ad altri preti. Si tratta di uno scritto, “Per amore del mio popolo non tacerò”, pubblicato il giorno di Natale del 1991 in tutte le chiese di Casal di Principe e della zona in cui il preti anticamorra illustrava la sua lotta alla mafia.

La camorra era vista da don Diana “una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana…”. Ed ancora, come in grado di gestire “traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato”.

L’omicidio di Don Giuseppe Diana: processo e condanne

Nel giorno di San Giuseppe, suo onomastico, nel 1994, alle 7.20 del mattino, Don Diana fu assassinato mentre si trovava nella sacrestia della sua chiesa, in procinto di celebrare la messa. Ad ucciderlo cinque colpi di pistola che lo raggiunsero alla testa, al volto, alla mano e al collo. Il suo omicidio avvenne a distanza di un anno da quello consumatosi in Sicilia a scapito di Don Puglisi. Il 21 marzo di quell’anno si celebrarono i funerali alla presenza di 20mila persone.

Nel corso delle indagini non mancarono i tentativi di depistaggio, al punto che qualcuno tentò di sporcare l’immagine di Don Diana cercando di far credere che lui stesso facesse parte dei clan. “Accuse inverosimili, risibili, per non farne un martire, non diffondere i suoi scritti, non mostrarlo come vittima della camorra ma come un soldato dei clan”, aveva detto Saviano. Il 30 gennaio 2003 fu condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio del prete il camorrista Nunzio De Falco che in un primo momento tentò di incolpare il clan rivale degli Schiavone. Giuseppe Quadrano, autore materiale dell’omicidio di Don Diana ammise il coinvolgimento di De Falco e divenne collaboratore di giustizia ottenendo per questo la condanna a 14 anni. Nel marzo 2004 furono eseguite altre due condanne all’ergastolo a carico di Mario Santoro e Francesco Piacenti come coautori dell’omicidio di don Peppino Diana.

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