IL CASO/ Il femminismo poco ortodosso di Marissa Mayer

- La Redazione

Un documentario USA sul femminismo interroga le donne sui loro diritti e doveri. La giovane CEO di Yahoo Marissa Mayer dichiara di non sentirsi femminista, ma…

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Marissa Mayer (Infophoto)

In questi giorni il magazine americano Slate, solleva una questione ricorrente e molto discussa: il termine “femminista” è’ ancora attuale? 

Tutto parte da un documentario realizzato dalla PBS, network americano di radiodiffusione pubblica, intitolato “Makers”, ossia le donne che hanno “fatto” l’America. Il documentario raccoglie interviste a donne di spicco, da Hillary Clinton, a Condoleeza Rice, Ellen DeGeneres e Oprah Winfrey, insieme a materiale di repertorio, e ricostruisce la storia delle lotte che le donne hanno affrontato per cambiare il punto di vista del mondo femminile, da sempre rivolto a ciò che il mondo si aspettava da loro, e solo dopo su ciò che le donne si aspettavano da loro stesse.

Tra le interviste spicca quella a Marissa Mayer, amministratore delegato di Yahoo e la prima donna ingegnere assunta da Google. La sua carriera di successo in un mondo dominato dal genere maschile fa di lei la tipica donna che il movimento femminista vorrebbe nelle proprie fila.  

Invece la Meyer dichiara di non sentirsi femminista. Sebbene creda nella parità di diritti tra uomini e donne, non condivide l’atteggiamento delle femministe militanti, che a parer suo sembrano perennemente arrabbiate col mondo intero. Secondo la Mayer è più facile trovare del buono laddove ci sono più energie positive che negative. 

La Meyer in quanto CEO di Yahoo ha preso alcune decisioni che non le hanno fatto guadagnare molta simpatia dal mondo femminile: pur essendo madre e non avendo sacrificato l’idea di avere una famiglia, come fanno molte donne in carriera, ha rinunciato al suo periodo di maternità, e secondariamente ha richiamato in ufficio i dipendenti di Yahoo che lavorano da casa. Le sue idee che tutto sommato sono in linea con la politica femminista di fatto sembrano non trovare un riscontro concreto.

Ma guardando con più attenzione alle sue scelte si vede come forse si possa parlare di un femminismo poco ortodosso. Ad esempio durante il suo incarico a Google ha permesso ai dipendenti di stabilire le proprie priorità, senza necessariamente favorire le donne: se una madre aveva l’esigenza di uscire prima per assistere alla partita di calcio del figlio, lo stesso poteva fare un ragazzo che avesse fissato una cena con gli ex compagni di università. 

Forse davvero il problema di definirsi femminista è relativo, laddove si sostiene una parità di diritti e di doveri e si cerca di conciliarli con le caratteristiche dell’individuo, maschile o femminile che sia. 

Inoltre è innegabile che una certa rabbia istintiva permanga in alcune donne, istruite e brillanti, che hanno tutto il potenziale per creare iniziative volte a cambiare le differenze di trattamento che ancora esistono nel mondo del lavoro, e che tendono a trincerarsi in un atteggiamento che mette la polemica femminista davanti alla più proficua voglia di realizzare il cambiamento.

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