JEUNE ET JOLIE/ Meluzzi: senza un orizzonte la sessualità è disperazione e precarietà

- La Redazione

Secondo Ozon: “prostituirsi è una fantasia di molte donne”. La dichiarazione del regista suscita la polemica da parte di molte donne. Il commento di ALESSANDRO MELUZZI

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marine Vacht e Ozon, regista di "Jeune et Jolie"

Viene presentato a Cannes il nuovo film del regista francese Francois Ozon, “Jeune et Jolie”, con la top model Marine Vacht che interpreta una 17enne che sceglie di prostituirsi, per sfizio, per piacere. In un’intervista rilasciata a Hollywood Reporter, Ozon racconta quello che ha scoperto preparando il film, parlando con amiche e psicologi: “molte donne sognano di prostituirsi”. Una dichiarazione che ha suscitato accese polemiche nel mondo femminile, in merito alla quale abbiamo chiesto un’opinione ad Alessandro Meluzzi. 

Dottor Meluzzi, da psicologo, può dire che quella della prostituzione sia una fantasia ricorrente nell’immaginario femminile?
Più che una fantasia ricorrente fa parte di un repertorio storico, non tanto del femminile quanto del rapporto tra maschile e femminile, che ha segnato la storia dell’umanità dalla notte dei tempi tanto che la prostituzione è stata definita, basandosi su una realtà storica, il più antico mestiere del mondo. Questo non è un punto d’onore ne per gli uomini ne per le donne, ma rivela che purtroppo c’è nel cuore di uomini e donne una tendenza naturale ad assomigliare a quella umanità decaduta dopo il peccato originale, a vedere il corpo e la sessualità -che sono beni non commerciabili – come bene di scambio e questa dimensione degradante, per quanto faccia parte della storia, non fa onore all’umanità. 

Quella di prostituirsi è più una fantasia femminile o in realtà Ozon ha proiettato sulle donne una fantasia soprattutto maschile?
Certamente c’è una duplice fantasia. Una fantasia femminile di trasformare il corpo in uno strumento di improvement personale, per bisogno o per motivi voluttuari, di carriera… ci sono tante forme di prostituzione. Per gli uomini la fantasia di poter acquistare ciò che dovrebbe ricevere come dono, assume le forme di una vera commercialità quindi si tratta di uno scambio non bello da nessun punto di vista, c’è una complementarietà negativa.

Il regista parlava di “fantasie” e ha detto “molte donne”, non “tutte”: ha senso offendersi finchè si tratta di dichiarazioni che restano nel territorio dell’immaginario?

Io credo che abbia detto bene, ci mancherebbe altro che fossero “tutte”: c’è una larga fetta di umanità che non sarebbe disponibile a rendere commerciabile ciò che commerciabile non è, quindi la distinzione è fondamentale. È importante difendere la dignità della donna ma anche la dignità umana in genere. Si tratta del rapporto tra eros e umano, qualcosa di più ampio che vede colpita l’immagine che sia l’uomo che la donna hanno di sé. 

Pensa che dichiarazioni del genere vadano a screditare l’immagine della donna?
Anche qui direi che più che l’immagine della donna screditano la dimensione umana. Prendiamo atto che un film del genere, che è un documento realistico, rivela una situazione malinconica, sebbene per qualcuno erotizzante, verso il quale bisogna introdurre un elemento di giudizio critico, affinchè non diventi un incentivo per un utilizzo del sé veramente triste. 

Secondo lei la figura della donna come è cristianamente intesa è un valore ancora diffuso o rispecchia poco la realtà attuale?

 Oggi più che mai bisogna offrire un’ immagine del femminile che mette insieme l’amore, la sessualità, la generazione della vita, l’accoglienza della vita, un legame di attaccamento del  maschile col femminile così profondo da diventare sacro, simbolo dell’unione tra Cristo e la sua Chiesa: la sponsalità. Vuol dire dare a uomo e donna la dignità che meritano e non essere “scimmie” del creato ma imitatori di Dio. Quando l’umano degradato entra in brevein  un circuito di depressione e malessere: l’uomo deve avere un orizzonte di trascendenza, altrimenti anche le cose naturali e sante come la sessualità diventano solo fonte di disperazione e il simbolo della precarietà della vita. 

 

(Nicoletta Fusè)

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