LUI E L’ABORTO/ Quei 5 milioni di bimbi uccisi “senza” avere un padre

- Antonello Vanni

Perché, si chiede ANTONELLO VANNI, da quando, in Occidente, sono iniziata le prime pratiche abortistiche, l’uomo è stato escluso praticamente sempre dalle decisioni della madre?

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Immagine di archivio

Dal varo delle prime leggi abortiste ad oggi, abbiamo assistito in Occidente all’esclusione dell’uomo/padre da ogni decisione riguardante la vita del figlio destinato all’aborto. Quali che siano i motivi di questo processo (pressioni ideologiche o politiche, mancanza di approfondimento del significato antropologico della paternità, insensibilità dell’opinione pubblica,…) il risultato è stato questo: in caso di una scelta abortiva l’uomo non ha nessuna voce in merito e deve tacere.

L’argomento “padre e aborto” è naturalmente molto complesso, come ho spiegato nel mio libro Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile (San Paolo Ed., 2013), il primo e unico in Italia su questo tema, un libro scandaloso che solleverà critiche, dubbi e polemiche perché “infrange per la prima volta il tabù che ha finora oscurato in Italia il rapporto tra i padri e i loro figli abortiti” e ha “impedito addirittura la raccolta di gran parte dei dati necessari per rispondervi”, come ha commentato Claudio Risé nella sua prefazione al volume stesso. Le domande sono infatti molte, e altrettante le risposte che ho discusso in Lui e l’aborto sulla base di ricerche aggiornate provenienti da tutto l’ambito delle scienze umane: come reagisce un uomo alla notizia della gravidanza della donna? Perché la spinge all’aborto o cerca in tutti i modi di convincerla a tenere il bambino arrivando a gesti estremi per salvarlo? Perché i maschi di oggi tacciono, o devono tacere, non riuscendo a esprimere una posizione forte sull’aborto? L’incapacità di accogliere la vita nascente è connaturata alla figura maschile o è espressione delle tendenze secolarizzate e abortiste del nostro modello culturale? Quale influenza hanno, nel ricorso maschile e femminile all’interruzione di gravidanza, le critiche condizioni economiche in cui viviamo? La non conoscenza della crudeltà delle procedure abortive alimenta il silenzio della coscienza negli uomini? La legge 194/78 sull’interruzione di gravidanza ha un effetto diseducativo sui giovani perpetuando nei maschi il disorientamento rispetto al destino della vita concepita? L’esperienza dell’aborto ha un impatto traumatico sulla psiche maschile? Se sì, chi e come può rispondere al bisogno di ascolto e comprensione di questi uomini tormentati?

Di fronte a questi interrogativi, per nulla da poco considerato che hanno riguardato e riguardano i padri degli oltre cinque milioni di bambini uccisi con l’aborto dal 1978, la riflessione politica, culturale e scientifica italiana è ampiamente in ritardo, schiacciata da slogan ideologici antiquati o dal pensiero politically correct che se ne guarda bene dall’affrontare con responsabilità i temi della vita e della morte: ecco perché era giusto scriverne un libro. Più aperte invece le prospettive di altri Paesi come la Francia dove nel 2011 l’Association Nationale des Centres d’Interruption de Grossesse et de Contraception (ANCIC) ha condotto una ricerca sull’atteggiamento degli uomini che accompagnano le loro donne nei centri di interruzione di gravidanza francesi (L’IVG: une histoire d’hommes aussi… cioè L’interruzione di gravidanza: una storia che riguarda anche gli uomini…). O come la Scozia dove, con l’iniziativa Father Matters (Il padre conta), l’associazione Highland Ante/Post Natal Illness & Depression Support (Hapis) sponsorizzata dal Rotary Club sta svolgendo una campagna di intervento sociale per aiutare gli uomini a superare gli ostacoli psicologici che possono allontanarli dalle partner e dal concepito nel momento in cui si dia una gravidanza inattesa. E come accade dal 2012 oltreoceano: negli USA una campagna mediatica dell’organizzazione prolife Radiance Foundation sta invitando tutti gli interlocutori a ripensare la relazione tra il padre, la vita nascente e l’aborto. 

Da alcuni mesi infatti sulle strade di alcuni stati dell’Unione (Virginia, New Jersey, California) campeggiano enormi cartelli, raffiguranti un uomo che bacia il pancione di una donna incinta, con lo slogan “Fatherhood begins in the womb” (la paternità inizia dal grembo della madre). È tempo ormai che anche in Italia si rivedano i pregiudizi e gli stereotipi sulla figura maschile e paterna, affinché “il padre” possa tornare nella sua posizione autentica di co-creatore della vita insieme alla madre e di custode affettuoso dell’origine e del destino dei figli. Soprattutto perché grazie a questa presenza forse sarà possibile salvare la vita di tanti bambini destinati a una morte orribile. Del resto il mio libro Lui e l’aborto. Viaggio nel cuore maschile è in realtà per loro: per tutti i bambini che prima di nascere rischiano “di cadere nel nulla”, come diceva il filosofo Hans Jonas. Auguro a queste creature di venire al mondo, grazie a padri e madri finalmente amorevoli, orgogliosi di dire sì alla vita.  

            




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