DOPING/ Urine scambiate, controanalisi ignorate: ancora arroganza dal potere sportivo

- Nando Sanvito

“Antidoping e Giustizia tutelano solo chi ha tanti soldi per non farsi schiacciare”, le parole del pilota di Superbike Vijay Singh. Il suo caso e quello del ciclista Cardoso

cura con anticorpi monoclonali
(LaPresse)

Chiamarsi Vijay Singh deve essere complicato: quel campione di golf delle Isole Figi entrò nel mirino dei boss del circuito mondiale perché si aggirava tra le buche del green spruzzandosi sistematicamente sotto la lingua uno spray il cui contenuto era estratto dalle corna di cervo. “Sì – tranquillizzò tutti la Wada – contiene ormone della crescita ma in misura talmente minima da non dare luogo a positività”.

Meno fortunato l’omonimo Vijay Singh, che invece della mazza smanetta col manubrio delle moto, fabbricate dalla sua famiglia in India. Da un decennio non solo disegnatore/costruttore delle due ruote con l’Azienda Rajputana Custom Motorcycles , ma anche pilota tre volte campione d’India in superbike classe 600cc, Vijay Singh nel 2018 si è trovato stipato con altri venti piloti in uno stanzino del circuito Buddh Worldwide a Greater Noida per urinare e consegnare la sua bella provetta ai funzionari dell’Antidoping indiano. Rimase allibito quando gli notificarono la positività a uno steroide anabolizzante, di quelli che prendono nelle palestre i fanatici del body building. Peggio però ci rimase quando gli rifilarono 4 anni di squalifica, perché lui quella robaccia non l’aveva affatto presa.

Chiese il test del Dna sulle urine e pagò di tasca sua i costi di tale verifica, ma ci vollero 25 mesi di battaglie legali (fischieranno le orecchie a Schwazer…) perché tale esame si potesse effettuare in un Laboratorio di Londra accettato dalla Wada. Alla fine la Nado India ha dovuto mollare l’osso e l’analisi genetica qualche giorno fa ha stabilito che quelle urine incriminate effettivamente non appartengono a Vijay Singh. Scambio di provette? Manipolazione? Non si saprà mai… Restano le parole del pilota “Se non fossi stato ricco non avrei potuto permettermi le spese legali, i viaggi, il test genetico. Questo sistema tutela solo chi ha tanti soldi, non tutti gli atleti. Non può continuare a funzionare così!”

Caro Vijay, benvenuto nel mondo della Giustizia sportiva dove se vuoi riaprire un arbitrato al Tas devi pagare tu atleta 21.000 franchi svizzeri e se Federazione e Wada sono contrarie a riaprirlo, devi metterci ancora tu pure le loro quote, triplicando cioè la tua spesa. Anche perché succede che in barba allo stesso regolamento Wada ti squalifichino pure se le controanalisi non confermano il doping, come capitò un mese fa al ciclista portoghese André Cardoso che ebbe la sfortuna di farsi analizzare le urine dal famigerato Laboratorio di Losanna. Se sei invece un nuotatore oro olimpico cinese che distrugge a martellate le provette di urina che i funzionari ti hanno appena prelevato, basta un tweet sui cani in Cina di un giudice del TAS per annullare una sentenza di condanna.

Ma di questo e di tutte le altre porcherie del sistema-sport emerse in questi anni importa ben poco al nostro governo, alle nostre autorità sportive, ai nostri media. Lo ha insegnato anche il caso Schwazer. Ci si mobilita al massimo per farlo andare alle Olimpiadi, di tutto il resto chissenefrega. Ed è proprio andata così!

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