DOPO LA VITTORIA DEL REFERENDUM/ Senza riforme vere anche il 70% di “Sì” non basta

- Giulio M. Salerno

Chi è il vincitore politico del referendum costituzionale? Formalmente quasi tutti i partiti che hanno detto sì alla riforma. In realtà, le cose sono ben diverse

Voto sul Decreto Sicurezza
LaPresse

Chi è il vincitore politico del referendum costituzionale? Formalmente quasi tutti i partiti, dato che, all’ultimo voto parlamentare, la riforma era stata approvata praticamente all’unanimità. In realtà, le cose sono ben diverse.

Le opposizioni che si sono manifestate all’interno di tanti partiti, Pd compreso, non hanno avuto la meglio. Chi si è ribellato alle indicazioni ufficiali ne dovrà rispondere ai rispettivi vertici. Soprattutto, chi si è opposto alla riforma non ha saputo replicare quella forza aggregante del “fronte del no” che aveva stravinto nell’ultimo referendum costituzionale. Del resto, l’errore allora compiuto da Renzi ha suggerito al premier un atteggiamento opposto alla personalizzazione – e alla “governizzazione” – del voto referendario. E il risultato finale gli ha dato ragione.

Tuttavia, all’interno della maggioranza l’effetto balsamico non sarà di lunga durata. Il M5s ne farà certo una bandiera, ma l’onda lunga dei deludenti risultati nelle regionali e nelle amministrative non tarderà a farsi sentire quando si tratterà di definire il futuro posizionamento del Movimento. Certo, la scelta della presentazione solitaria nelle elezioni regionali era inevitabile, soprattutto per evitare il repentino assorbimento nell’orbita del centro-sinistra. Ma anche chi intende far valore l’autonomia del Movimento, dovrà scendere a nuovi compromessi di fronte al Pd. E quest’ultimo potrà approfittare subito delle debolezze del partner di governo, per guidare un percorso di riforme ben più corposo e rilevante del mero taglio del numero dei parlamentari.

Allora, alle opposizioni di centro-destra, che in prevalenza hanno appoggiato la riforma costituzionale, non basterà attendere le mosse della maggioranza. Se vorranno davvero inserirsi nel processo di riforme che inevitabilmente si innescherà, le opposizioni dovranno abbandonare logiche contingenti, e rinunciare al semplice obiettivo di approfittare delle spaccature interne all’attuale maggioranza. La sopravvivenza del Governo non dipenderà, in ultima analisi, dalla convergenza sulle prossime riforme della Costituzione, della legge elettorale o dei regolamenti parlamentari. Sarà decisiva, invece, la condivisione nelle scelte relative alla ripresa economica del Paese e alla sostenibilità finanziaria delle prossime manovre di bilancio.

Infine, dopo i due referendum che hanno bocciato le riforme ad ampio spettro proposte prima da Berlusconi e poi da Renzi, è risultata vincente la scelta di procedere mediante riforme settoriali, o addirittura chirurgiche, della Costituzione. Del resto, procedere “per gradi” per realizzare la riforma complessiva delle istituzioni è proprio la strada che è stata teorizzata ed effettivamente praticata dalla fine degli anni Ottanta. Dal rapporto tra politica e magistratura all’equilibrio di bilancio, dalle autonomie territoriali al voto all’estero, dalla ragionevole durata del processo all’Unione Europea, molte novità sono state introdotte nella Costituzione. Ma gli esiti di queste revisioni costituzionali sono stati in buona parte deludenti, talora solo declamatori e in qualche occasione controproducenti. Senza una visione d’insieme delle soluzioni istituzionali da adottare per accompagnare l’Italia nelle sfide del presente e del futuro, non sarà sufficiente puntare al ribasso e alle scelte più popolari.

Una bussola dovrà orientare chi si assumerà questo difficile compito: assicurare sempre la fondamentale funzione della Costituzione, quella cioè di garantire, nel rispetto dei principi democratici e liberali, l’evoluzione nella stabilità e la stabilità nell’evoluzione.          

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