DOSTOEVSKIJ/ Il male, il tormento e quel Nascosto in noi che vede tutto

- Vincenzo Rizzo

In Dostoevskij (1821-1881) solo una presenza diversa da noi può riaprire la porta della prigione in cui il cuore umano si è cacciato

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Vasilij Perov, Ritratto di Fedor Dostoevskij, particolare, 1872, Mosca, Galleria Tret'jakov (da Wikipedia)

Che cos’è il cuore dell’uomo? Che cosa si agita nel suo abisso senza fondo? L’opera di Dostoevskij scandaglia il mistero dell’uomo, fino ad arrivare alle sue fibre più nascoste e ai pensieri invisibili. Nessuno scrittore, probabilmente, è riuscito a penetrare nelle pieghe dell’animo umano, toccandone il punto dolorante con così tanta intensità. Ciò accade perché il genio russo coglie nella sua stessa vita l’importanza del cuore, del proprio cuore.

Si tratta di un’urgenza che lo fa evadere dalla mentalità vincente, per affrontare le questioni decisive. Trascuratezza di sé, opinione comune, conversazioni dotte o futili tendono, normalmente, ma drammaticamente a mettere da parte ciò che conta, ciò che è questione di vita o di morte. Non avviene così per lo scrittore, consapevole che la parola serdtse (cuore) è il diminutivo di serdo, che significa “centro”. Allora, il tentativo dello scrittore è di richiamare l’uomo, ogni uomo – e innanzitutto se stesso – a non spostarsi nella grigia zona dell’atrofia del cuore e dell’amorfismo morale.

La battaglia per il centro interiore, per la vita vera al massimo grado è, perciò, studiata/sorpresa nella propria esperienza e nella costruzione del testo narrativo. Dostoevskij vuole mostrare che cosa avviene quando l’uomo, anziché seguire il proprio cuore nel suo esser fatto come sete di significato, fa proprio ciò che gli è estraneo: l’ideologia. Raskol’nikov, ad esempio, in Delitto e castigo antepone una costruzione mentale e ideologica al proprio essere profondo. Il pensiero dell’uccisione di una vecchia usuraia entra nel suo cuore e lo corrode. Tale buia intenzione segue un cammino ben illustrato dai santi orientali e descritto da Tomas Špidlík (1919-2010) ne La Spiritualità dell’Oriente cristiano: suggestione, attenzione, diletto, desiderio, risoluzione, opera. Ma nel percorso del negativo accadono fatti inaspettati ben descritti da Dostoevskij. In primis nel suo monologo interiore, Raskol’nikov dice: “Come ho potuto mettermi in testa un’idea così orrenda? Di che infamie è capace il mio cuore, però! È lurido, schifoso, abietto, abietto!”. E tuttavia continua a oltrepassare il limite, a forzare il suo essere, seguendo il falso. Mentre prepara, poi, la scure per uccidere l’usuraia le sue mani tremano e inoltre tutte le decisioni prese per commettere il delitto gli sembrano subito mostruose e assurde. E quando si trova in presenza dell’usuraia il suo cuore riprende a martellare. Anche la vecchia vede il suo tremore. Nelle sequenze sempre più drammatiche, il giovane, prima di brandire l’arma, sente le sue mani deboli irrigidirsi. E dopo l’omicidio le sue mani continuano a tremare.

Nella sua minuziosa descrizione, lo scrittore fa emergere tutta la violenza del giovane contro la realtà e la verità del proprio cuore. Il cuore reagisce, infatti, con autorità nonostante la scelta fatta: sente l’innaturalità dell’atto. Si presenta perciò con un’obiezione involontaria ma forte all’ideologia. Il tremore ripetuto, il sommovimento interiore sono davanti a un Nascosto a cui non si può occultare nessun moto segreto e nessun atto cattivo. Le scosse interiori e il franare della propria sicurezza indicano, inoltre, la necessità e l’urgenza di un riposizionamento rispetto alla scelta fatta. E l’uccisione dell’altro rivela, ultimamente, la precedente uccisione di sé.

Non esiste poi un luogo franco in cui annidarsi senza sentire rimorsi. I nostri atti ci seguono, infatti. Tremore, timore, tormento accompagnano chi ha fatto violenza al proprio cuore, non ascoltandolo e censurandolo nella sua esigenza profonda di verità e bellezza.

Solo una presenza diversa, allora, può riaprire la porta della prigione in cui il cuore si è cacciato. Sonja, una giovane costretta a prostituirsi, è la donna che conduce il giovane a rifare il percorso da dove era stato interrotto per la vittoria del pensiero buio. Ella tocca il suo cuore, non grazie a uno sforzo morale o a un’idea precostituita o a una dottrina evangelico-morale, ma perché nella sua debolezza afflitta vive “un di più” amato, in grado di guarire nel tempo chi lo riconosce, facendogli spazio. La vita provocata dall’incontro con Sonja, approfondito nel suo contenuto, fa riprendere a battere di nuovo il cuore del giovane: segno misterioso di “un di più” che sconfina, cercando sempre il centro interiore di ogni uomo. 

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