DOV’È MIO FIGLIO?/ Paola, il sacrificio di Mirko è più grande del tuo senso di colpa

- Monica Mondo

Paola Piras si è risvegliata dal coma. Non sa che suo figlio Mirko è morto per salvarla dalle coltellate di Shaid Masih, pakistano. Si era sbagliata e tanto è bastato per morire

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Immagine d'archivio (LaPresse)

Paola Piras ha aperto gli occhi. Non può contare le 18 coltellate che l’hanno massacrata, non sa che per 40 giorni i medici l’hanno addormentata, pensando che le sue condizioni erano così gravi da non svegliarsi più. Non sa che suo figlio Mirko, che stava preparandosi alla maturità, l’ha difesa, dalla furia assassina del suo ex compagno, ed è morto per lei. E non deve saperlo, per ora, perché potrebbe non lasciarsi più vivere.

Paola, protetta nell’ospedale di Lanusei, cuore dell’Ogliastra selvaggia, con lo sguardo al mare, respira da sola, e chiede del figlio. Mirko ha ricevuto il suo diploma di maturità, alla presenza dei parenti più cari, perché nessuno è più uomo di chi perde la vita per difendere la sua mamma. Ma Mirko non c’è più, ucciso da chi poteva e doveva essergli padre, da chi aveva promesso di amare quella donna. Disgraziato criminale, scampato al linciaggio dell’intero paese, e consegnato alla giustizia. Si chiama Shaid Masih, ha solo 29 anni, è pakistano.

E pare brutto sottolineare le sue origini, vedi mai che ti accusino di razzismo. Ma abbiamo nel cuore la storia atroce di Saman Abbas, uccisa perché non voleva amare un uomo scelto dalla sua famiglia, pakistana. E sappiamo che la cultura conta, e la cultura che in troppi si portano dietro dalla loro terra non  considera le donne che una proprietà maschile, non accetta le loro scelte.

Ci hanno provato in questi giorni tremendi, in cui nelle campagne torride di Novellara si cerca il corpo di quella ragazzina abbandonata da ogni affetto e incustodita dalle nostre leggi, a spiegarci che non tutti i pakistani sono così, che l’integrazione è possibile, eccetera. E ci crediamo. Ogni uomo è responsabile delle sue decisioni, del male o del bene a cui si dona. Però la storia di Paola ci mostra che troppe volte l’integrazione è un miraggio, e non sempre per colpa di chi accoglie, e integra male.

Se cresci con la convinzione profonda che hai diritto a quella donna, che è roba tua, che se non è tua meglio la morte, uccidere è quasi una reazione naturale. Non è folle, quel ragazzo che chissà cos’aveva fatto sognare a Paola, tanto più grande di lui. Non è un gesto impensato, un raptus. Paola, incantata dalla sua giovinezza, si accorge che si era sbagliata, e tanto è bastato per morire, perché lui la considerava cosa sua, e le cose non si ribellano.

So bene che l’istinto di chi ascolta la sua storia insensata augura a Paola di chiuderli per sempre, quegli occhi che miracolosamente si riaffacciano alla vita. Perché sarà straziante fare i conti coi sensi di colpa (ci saranno, e a nulla servirà dirle che non deve, che lei non c’entra, che non si paga un errore con il sangue), sarà lacerante sapere che suo figlio non c’è più, che le ferite della sua fine saranno più crude e lancinanti di quelle del suo corpo. Ma dobbiamo sperare e pregare invece che Paola viva, che sopravviva al dolore, che la sua mente regga, e sia ricolmata di bene, di compagnia buona e giusta, di commozione e tenerezza per quel figlio che l’ha amata e la ama per sempre, per come è, e vuole riabbracciarla dopo una vita consolata, dopo una vita da testimone di come sa stupire e creare l’amore vero. 

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