DOVE VA GIORGETTI/ “Semipresidenzialismo e Ppe, due sfide da prendere sul serio”

- Stelio Mangiameli

Il ministro Giorgetti ha inserito nel dibattito politico due prospettive. E quella del semipresidenzialismo riguarda il paese, non solo la Lega

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Giancarlo Giorgetti (Lega), ministro per lo Sviluppo economico (LaPresse)

Nel giro di pochi giorni il ministro Giancarlo Giorgetti ha inserito nel dibattito politico due importanti prospettive. La prima riguarda lo sviluppo della forma di governo, la seconda la collocazione che, secondo lui, dovrebbe avere la Lega nel panorama europeo.

Giorgetti, preso atto dell’indisponibilità di Mattarella ad un rinnovo del mandato di presidente della Repubblica, ha accolto non solo l’idea di una elezione di Draghi a capo dello Stato, ma per di più ha affermato che “Draghi potrebbe guidare il convoglio anche dal Quirinale”, proponendo così – come lui stesso lo ha definito – “un semipresidenzialismo de facto”.

Non è la prima volta che si invoca il passaggio ad un sistema presidenziale e un superamento della forma di governo parlamentare. Se dovessimo rendere giustizia a chi comprese il significato più proprio del presidenzialismo, dovremmo riferirci a Piero Calamandrei e al Partito d’Azione, che ai tempi della Costituente osservarono come “il presidenzialismo condiziona il sistema dei partiti, mentre il parlamentarismo ne è condizionato”, ma la spinta al presidenzialismo non passò, perché il sistema dei partiti era in quel momento storico molto forte e creativo, così ebbe la meglio il parlamentarismo, con il voto sull’ordine del giorno Perassi del 5 settembre 1946.

Anni dopo – negli anni 80 – Antonio Maccanico, da segretario generale del Quirinale, propose l’elezione diretta del presidente della Repubblica, senza bisogno di modificare peraltro le prerogative del capo dello Stato scritte nell’articolo 87 della Costituzione; siamo in un’epoca nella quale il sistema dei partiti mostrava già una crisi di credibilità profonda e alimentava il suo potere non più con la forza delle idee, ma con quella della spesa pubblica che serviva a tenere in piedi assistenzialismo e clientele.

In occasione di uno dei diversi tentativi di riforma costituzionale, nel 1997 con la Commissione D’Alema, si formulò una proposta di semipresidenzialismo alla francese insieme ad un rafforzamento del regionalismo e delle garanzie popolari. Com’è noto l’intero lavoro della Commissione bicamerale fu accantonato nella primavera del 1998.

Da quel momento nel panorama politico il presidenzialismo ha costituito il sottofondo del dibattito politico animato solo dalla voce di qualche leader politico, e ha accompagnato la costante ascesa dell’oligarchia politica nella quale i partiti ancora adesso si crogiolano. Renzi tentò persino di mettere a punto il modello oligarchico con la sua proposta di riforma costituzionale che per fortuna fu respinta con il referendum del 4 dicembre 2016. Il M5s, che adesso si dichiara contrario al presidenzialismo, ha condotto dal suo ingresso in Parlamento, nel 2013, e sino al referendum sulla riduzione dei parlamentari del 20-21 settembre 2020, una aberrante battaglia contro il Parlamento, con una tensione populista e con la tendenza ad una sorta di democrazia di acclamazione che cancella ogni contrappeso tipico della democrazia rappresentativa.

Quando Giorgetti, perciò, invoca un disegno presidenzialista si colloca in un filone di pensiero che cerca di dare una risposta adeguata alla degenerazione del sistema dei partiti. Del resto, è proprio per questa ragione che si è arrivati al Governo Draghi, perché il sistema dei partiti ha mostrato in questa legislatura il suo volto peggiore, passando da una compagine di governo all’altra, senza alcun rispetto per il corpo elettorale, giungendo alla fine alla paralisi proprio nel momento in cui il paese doveva reagire alla pandemia con la campagna vaccinale e la presentazione del Pnrr.

La domanda è: è credibile che Draghi dal Quirinale possa guidare l’azione di governo con la stessa intensità della posizione di presidente del Consiglio dei ministri?

Non dimentichiamoci che costituzionalmente è a quest’ultimo che spetta la direzione della politica generale del governo e non al capo dello Stato. Formalmente, perciò, potrebbe esserci un ostacolo, ma le disposizioni costituzionali hanno mostrato anche un’accentuata flessibilità, per cui comportamenti di tipo presidenziale si sono spesso inverati nella storia repubblicana, non solo con la formazione di governi del presidente della Repubblica, la cui legittimità non è stata mai contestata, ma anche con un più penetrante controllo da parte del capo dello Stato dell’attività di governo e Parlamento. L’esperienza delle presidenze di Ciampi e, soprattutto, Napolitano, infatti, hanno collocato il ruolo del presidente della Repubblica in una dimensione diversa da quella ipotizzata dagli articoli della Costituzione. Peraltro, siamo in una fase di reggenza dello Stato da parte del capo dello Stato con l’affidamento all’attuale presidente del Consiglio dei ministri della direzione fiduciaria del governo.

Per un verso, perciò, la proposta di Giorgetti potrebbe evocare la continuazione di questa situazione con l’elezione di Draghi al Quirinale e l’individuazione di un altro candidato alla presidenza del Consiglio che collabori con il presidente della Repubblica come sta facendo al momento proprio Mario Draghi. Per altro verso, nell’enunciato di Giorgetti c’è qualcosa in più, e cioè che il presidente Draghi, una volta giunto al Quirinale, rimanga attivo sullo scenario politico in modo da dirigere di fatto la politica del governo davanti alla nazione e alla comunità internazionale.

Se questa situazione possa essere solo un momento legato alla contingenza o l’avvio di una fase nuova del sistema di governo, che richiederà, oltre a compiute riforme costituzionali, anche un diverso sistema dei partiti, potrà dircelo solo la storia futura della nostra Repubblica.

L’altra prospettiva aperta dal ministro Giorgetti, come detto, riguarda la collocazione in Europa della Lega, partito di cui lui è vicesegretario. È da tempo noto che Giorgetti, il quale non ha mai adoperato un linguaggio sovranista, spinge il suo partito ad accettare in positivo la partecipazione all’Unione Europea. Inoltre, non è un mistero che vorrebbe fare aderire la Lega al Ppe, sulla base del convincimento che i partiti moderati e riformisti possono trovare nel Ppe una casa comune adatta a contrapporli alla sinistra.

Questa posizione non sposa affatto l’idea di Europa così com’è, ma servirebbe a collocare la Lega nella tradizione europeista di De Gasperi, Schuman e Adenauer e non sarebbe poco.

Indubbiamente anche l’Europa ha necessità di riforme e non dimentichiamoci che è aperto il cantiere della “Conferenza sul futuro dell’Europa”, che ha acceso i riflettori sulla riforma dei Trattati europei nella fase attuale del dibattito europeo. Inoltre, con la riforma del bilancio e la decisione di creare strumenti stabili di politica economica europea fondati su eurobond, come il Sure e il Ngeu, si aprono scenari di crescita non solo economica, ma anche di sviluppo sociale e democrazia che possono soddisfare le esigenze di integrazione derivanti dall’interdipendenza degli Stati europei.

Pensare a fratture dell’ordinamento europeo, in nome della sovranità nazionale, come ha fatto di recente la Corte costituzionale polacca, ma in realtà come hanno fatto le Corti costituzionali di diversi Stati membri, compresa quella tedesca e quella italiana, sarebbe una iattura per i cittadini europei.

La Brexit non fa testo, per la semplice ragione che il Regno Unito ha ancora le vestigia del più grande impero che sia mai esistito al mondo e ha pure una prospettazione politica di continuità con gli Stati Uniti che manca a tutti i Paesi europei continentali, come sa bene la Francia che lo ha provato ancora di recente con la crisi dei sottomarini.

Per il Continente europeo il tema dell’unificazione politica fa parte della sua storia – si può dire – da sempre. Ogni spinta in senso contrario è perciò un errore di comprensione politica della stessa storia europea e della realtà presente, caratterizzata – come mostrano la Cina, la Russia e gli altri stati emergenti – dal ricostituirsi di grandi piattaforme politico-strategiche a livello mondiale; per cui la confrontazione non sarà più tra stati piccoli e medi, ma tra grandi spazi; e l’Europa, solo se sarà politicamente unita, potrà aspirare ad essere anche significativa.

In conclusione, la Lega nel Ppe sarebbe un buon affare non solo per questo partito, ma anche per l’Italia.

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