DRAGHI & MACRON/ Il test nucleare italo-francese scuote l’Europa

- Nicola Berti

In un’Europa indebolita da Brexit, pandemia e crisi afghana Italia e Francia rilanciano un’altra transizione oltre a quella green: il nucleare pulito

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Mario Draghi ed Emmanuel Macron (LaPresse)

Il singolare test nucleare che nel fine settimana ha spiazzato la politica europea non era annunciato, ma non è giunto del tutto inatteso. Il pulsante è stato ufficialmente premuto al Forum di Cernobbio dal ministro della Transizione ecologica italiano, Roberto Cingolani, mentre nella stessa cornice il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, ha rilanciato con vigore la cooperazione economica e tecnologica fra i tre big Ue (Germania, Francia e Italia). Vi sono però buone ragioni per ipotizzare che il vero “ordine esecutivo” per il test sia stato concordato giovedì sera a cena a Marsiglia fra il presidente francese Emmanuel Macron e il premier italiano Mario Draghi. Che hanno discusso anche di un’altra “transizione” da accelerare: quella del patto di stabilità Ue, come ha dato virtuale conferma a Cernobbio il commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni.

E’ perfino elementare provare ad unire i puntini: soprattutto nei giorni della super-accelerazione geopolitica impressa dall’“implosione” afghana. La Ue post-Brexit e post-Covid si riscopre ulteriormente debole nello sfaldamento della Nato, premuta fra neo-isolazionismo Usa, espansionismo cinese, incognite russe, minacce islamiche e ondate migratorie dall’Africa e dall’Asia. L’Europa “denudata” non può non tentare di reagire. Se ne incarica l’italiano Draghi: unico leader credibile a livello globale nella Ue, negli ultimi giorni del “crepuscolo” di Angela Merkel.

All’indomani del voto 2019 e del riassetto degli organigrammi Ue, Macron aveva provato a impostare una sorta di staffetta con la “cancelliera d’Europa” lanciando un cantiere biennale per la riforma della governance comunitaria. Ma il Covid – e un po’ anche la Germania – hanno fatto abortire l’iniziativa. E oggi – soprattutto – il presidente francese è già in campagna elettorale: la sua poltrona all’Eliseo sarà in palio in primavera. E’ così che Macron – reduce da uno scontato insuccesso all’Onu sui corridoi umanitari dall’Afghanistan – ha subito pensato di invitare a cena Draghi, il navigatissimo predecessore di Christine Lagarde alla guida della Bce, forse l’unico europeo che ancora ha udienza reale fra Washington e Wall Street, lui da solo più di tutta l’eurocrazia di Bruxelles.

I due s’incontrano a metà strada fra Roma e Parigi, sulle sponde sensibilissime del Mediterraneo. Un faccia a faccia riservato di due ore: che fare in Europa, di quest’Europa? Ci vuole “più Europa”, bisogna “ripartire dall’Europa”? E’ urgente mettere finalmente in cantiere una difesa Ue? E’ indispensabile recuperare un po’ di “sovranità energetica” europea? E allora cosa meglio che rispolverare come leva europea il nucleare francese? L’unico rimasto in efficienza sia sul terreno civile che militare. Cosa meglio che ridare energia alla ricerca di un “nucleare pulito” proprio quando la Ue sta mobilitando le risorse straordinarie del Recovery Plan?

Il terremoto afghano ha rovesciato tavoli e mischiato carte quasi come la pandemia. Nessuno, diciotto mesi fa, avrebbe immaginato il Recovery Fund: anche se proprio Macron premeva per riformare le finanze Ue in direzione post Maastricht. Lo stesso Macron non si è fidato a giocare la carta nucleare quando i “gilet gialli” lo hanno tenuto sotto scacco per un lungo anno, protestando contro i costi di una svolta verde, onerosa soprattutto per i ceti meno abbienti. L’Eliseo ha difeso allora il green “ortodosso” del Next generation Eu, che resta peraltro la bandiera dei Verdi europei. E questi sono oggi impegnati in Francia per lo spodestamento di Macron.

Nelle prossime settimane i Grünen tedeschi tenteranno intanto l’affondo finale contro la Cdu-Csu orfana di Merkel, ma più i giorni passano più sta riprendendo quota il prosieguo della coalizione “europea” fra cristiano-democratici e socialdemocratici Spd, lasciando i Verdi all’opposizione. A Berlino come a Strasburgo, può darsi anche a Parigi se Macron sarà rieletto. Ovunque è in azione un robusto e trasversale establishment economico che – su tutte e due le sponde del Reno – fa muro da tempo contro una transizione energetica “hard”: punitiva per l’industria europea e alla mercé del dumping ambientalista di Pechino, paladina dei vincoli Cop se continuano a valere solo per gli altri. E’ opportuno insistere sul “verdismo ideologico” con questi chiari di luna geopolitici? Davvero il nucleare pulito deve restare “non an option”?

E a Roma? Nessuno stupore per le dure reazioni del ministro degli Esteri Luigi Di Maio: vero leader “governista” di M5s. La riapertura del dossier nucleare sarebbe troppo anche per lui, che ha pure fatto digerire al movimento gli ammorbidimenti sulla Tav. Ma un revival dell’antagonismo ambientalista di M5s potrebbe rivelarsi a doppio taglio alla vigilia del test politico di ottobre (grandi comuni e suppletive con in lizza il leader “neo-giallorosso” Enrico Letta). Né va sottovalutato il segnale “istituzionale” lanciato dallo stesso Cingolani quando ha scandito: «Io rispondo solo a Draghi». Nell’avvicinamento sempre più accelerato verso il rinnovo della Presidenza della Repubblica, comincia a essere discriminante “stare con Draghi” oppure no. Osservando il premier dall’Europa e non (solo) dall’Italia.

La riforma di Maastricht – cavallo di battaglia francese – è tornata prepotentemente sulla ribalta mediatica dopo la “cena di Marsiglia”. E non è un mistero per nessuno che Draghi – il banchiere centrale del “whatever it takes” – sia stato il “ministro delle Finanze in pectore” della Ue dal giorno in cui ha lasciato l’Eurotower a quello in cui è stato chiamato a guidare un esecutivo italiano di salute pubblica. In questa veste – già nei primi giorni dell’emergenza Covid – Draghi ha dettato direzioni e grandi regole di quello che è stato deciso poi dai leader Ue come Recovery Plan.

Non c’è dubbio che Draghi sia oggi candidato a tutto in Europa prima che in Italia. E non è affatto certo che i suoi personali “desiderata” siano limitati alla scelta fra Palazzo Chigi fino al 2023 o Quirinale fin dal 2022, scelta che per di più le forze politiche nazionali sono convinte di poter condizionare. Resta invece molto probabile che Draghi deciderà lui il suo futuro, cioè se guiderà l’Italia da Roma o da altrove in Europa.

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