E MATTARELLA?/ Da Scalfaro a Napolitano: quando il Quirinale affronta le crisi

- Stefano Bressani

Stili presidenziali. Diversi modi di interpretare le prerogative stabilite dalla costituzione. Scalfaro, Ciampi, Napolitano. E Mattarella

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Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (LaPresse)

Un’altra giornata di sterile immobilismo – fra Palazzo Chigi e Quirinale – ha riproposto presso gli osservatori interrogativi e riflessioni che nel corso della seconda repubblica si sono fatti più frequenti: qual è il ruolo del Presidente della Repubblica (intatto nel disegno costituzionale dal 1948) in un contesto politico-economico profondamente mutato?

Sergio Mattarella è da tempo sotto i riflettori per un rispetto rigido del ruolo di garanzia istituzionale, formalmente distanziato dal confronto politico. Nei fatti – verosimilmente al di là delle intenzioni del Capo dello Stato in carica – questo stile presidenziale distaccato e del tutto non interventista tende a tradursi in concreto in una sorta di scudo per il premier Conte: che neppure in assenza di maggioranza – di reale operatività di governo in una situazione d’emergenza –  viene sollecitato a una minima “accountability”, come ad esempio dimissioni formali dopo l’esito della verifica parlamentare. Eppure dal 1992 in poi la casistica del Quirinale ha parlato sempre di più un linguaggio istituzionale diverso.

Fra i presidenti succedutisi nella seconda repubblica, forse solo Carlo Azeglio Ciampi non ha dovuto affrontare crisi-Paese veramente gravi: ma l’autorevolezza come stile istituzionale l’aveva forgiata prima si salire al Quirinale nel maggio 1999, sulla scia dell’esordio del “suo” euro con l’Italia a bordo. Ciampi si ritrovò presto a gestire il declino del quinquennio dell’Ulivo: ma la chiamata semi-istituzionale di Giuliano Amato per un governo-ponte in attesa delle elezioni 2001 fu per il neo-presidente un impegno di amministrazione quasi ordinaria. L’esito stesso del voto – con una netta affermazione del centrodestra guidato da Silvio Berlusconi – non pose sfide particolari al Quirinale: né giunsero reali grattacapi politici da Parlamento e governo nella legislatura successiva, se si eccettua una “crisi fantasma” rapidamente risolta all’interno del centrodestra fra Berlusconi secondo e terzo. Ciampi fu certamente agevolato dal contesto esterno, così come dall’essere l’unico inquilino del Quirinale no-partisan, mai eletto in Parlamento e quindi realmente mai coinvolto nella bagarre partitica. Era d’altra parte un banchiere centrale di alto prestigio internazionale, dotato di larga stima civile in patria e di accreditamenti di ferro sia in Europa che negli Usa.  

Potenzialmente problematico sul piano istituzionale si rivelò per Ciampi il risultato delle elezioni politiche 2006: vinte dall’Unione di Romano Prodi con un margine risicatissimo, avvolto da strascichi polemici. Ma il primo impegno delle nuove Camere fu proprio l’elezione del nuovo presidente della Repubblica: e Ciampi si dichiarò subito indisponibile alla riconferma. Fu l’ora di Giorgio Napolitano, il cui mandato non fu facile fin dall’elezione: che avvenne a maggioranza stretta e partisan, a differenza di quanto accaduto per tutti i presidenti da Sandro Pertini in poi. E non è stata certo una coincidenza che Napolitano si sia visto obbligato a sciogliere le Camere già due anni dopo per l’instabilità della maggioranza Prodi 2. Questa andava dal centro cattolico alla sinistra antagonista e in questo non era così dissimile da quella “giallorossa” del Conte 2. 

Pesò in quel passaggio il “caso Mastella” (un’indagine giudiziaria sulla moglie del ministro della Giustizia, Sandra Lonardi, dodici anni dopo senatrice “responsabile” a puntello del Conte 2). Chi d’altronde scalpitava per “scendere in campo” era Walter Veltroni, primo leader del neonato Pd. Forse anche per questo Napolitano – ex compagno di partito di Veltroni nel Pci-Pds-Ds – non mostrò esitazioni particolari a indire elezioni anticipate. La scommessa del nuovo Pd si rivelò tuttavia perdente: nel 2008 il centrodestra riportò per la terza volta un successo elettorale indiscutibile. Ma – ragionando di presidenti della Repubblica dagli anni 90 in poi – è forse opportuna una prima pausa di riflessione.

Prima di approdare al Quirinale in sequenza, Ciampi e Napolitano erano stati protagonisti delle origini tempestose della seconda repubblica: Fu nella primavera del 1993, nella climax di Mani Pulite, che consolidarono le rispettive carature di uomini di Stato, successivamente chiamati alla massima carica repubblicana. Napolitano era presidente della Camera quando Ciampi fu incaricato dal Presidente Oscar Luigi Scalfaro di guidare un governo tecnico che reggesse su molti fronti. La crisi della lira – sotto attacco da George Soros a fine 1992 – era uno di questi. La demolizione giudiziaria della prima repubblica era in piena e drammatica escalation, sul crinale fra politica e finanza. Ma certamente non era meno preoccupante la minaccia democratica portata della criminalità organizzata. Gli attentati del maggio 1993 a Milano, Firenze e Roma  furono il “benvenuto” al governo Ciampi e la conclusione (temporanea) di una stagione di fuoco non meno oscura e pericolosa a confronto degli “opposti terrorismi” degli anni 60 e 70.

L’ennesima “notte della Repubblica” era iniziata l’anno prima con lo spettacolare attentato mafioso costato la vita a Giovanni Falcone: che ebbe come ripercussione diretta e immediata l’elezione di Scalfaro al Quirinale (era presidente della Camera e gli succedette Napolitano). La prima repubblica era alla fine: Mani Pulite era già cominciata e il voto 1992 aveva certificato la dissoluzione della democrazia partitica (il governo Amato 1 non durò che un anno e la legislatura soltanto due). La presidenza Scalfaro nacque in ogni caso da un sussulto del Parlamento contro la minaccia lanciata dalle cosche al cuore dello Stato. 

Cominciò fra l’altro a dipanarsi da allora – in modo carsico – il filo avvelenato della misteriosa e mai provata “trattativa Stato-mafia”, attorcigliata fra servizi d’intelligence, magistrature d’assalto e giornalismo fiancheggiatore. Un campo di battaglia mediatico-giudiziario tuttora aperto a quasi un trentennio: basti pensare al recente scontro fra il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (siciliano M5s) e il pm siciliano Nino Di Matteo. Ed è una “guerra civile” che non ha risparmiato neppure il Quirinale: tentando di coinvolgere direttamente Napolitano e influendo in parte sulla sua decisione di interrompere dopo soli 18 mesi il secondo mandato presidenziale.

L’ex  magistrato piemontese Scalfaro – democristiano storico – resse dal canto suo un settennato presidenziale tutt’altro che improntato a debolezza e incertezza. Nel 1994 non tentennò di fronte alla necessità di sciogliere le Camere. La situazione politico-economica del paese era troppo deteriorata: soprattutto quando era già iniziato l’avvicinamento finale all’Unione monetaria. Ciampi a Palazzo Chigi e la chiamata di Mario Draghi alla direzione generale del Tesoro erano segni inequivocabili della volontà dell’Italia di entrare nell’euro alla scadenza del 1999: il Paese non poteva rimanere immobile nell’impasse politico-giudiziaria. La seconda repubblica doveva cominciare per davvero e Scalfaro non eluse la sfida. E il voto del 1994 rappresentò un chiarimento indubbiamente forte: con la clamorosa affermazione d’esordio di Silvio Berlusconi, affiancato dalla Lega di Umberto Bossi. 

Già un anno dopo il Cavaliere “principiante” andò in panne sotto l’attacco di un politico nuovo ma aggressivo e navigato come il Senatùr leghista. Il Quirinale negò a Berlusconi nuove elezioni anticipate, ma concordò con lui la promozione del suo ministro del Tesoro – l’ex Dg di Bankitalia, Lamberto Dini – alla guida di governo para-istituzionale. L’operazione si attirò critiche di presunto eccesso di iniziativa politica da parte del Quirinale. Quel che è certo è non portò il Paese a impantanarsi in una palude cieca ma pose le premesse per un nuovo chiarimento politico: alla luce del sole elettorale. Nel 1996 un centrosinistra riorganizzato nel nuovo contesto politico riportò una netta vittoria: anche se il Prodi 1 durò solo due anni. 

Gli succedette – forte della stessa maggioranza – Massimo D’Alema, unico premier ex comunista nella storia repubblicana. Anche il suo esperimento non ebbe portata strategica: ma nei quattro anni fra Prodi 1 e D’Alema (con Ciampi e Draghi al Tesoro) l’agenda-Paese – anzitutto le privatizzazioni richieste – si mosse con rapidità. E in prossimità del giro di boa del 1999 del Quirinale, la politica non fu mai condizionata dall’ipotesi di un secondo mandato per Scalfaro: l’intero quadro politico trasse invece stabilità dal crescente consenso preventivo su un’autorevole figura indipendente come quella di Ciampi.

I nove anni di Napolitano spiccano nell’intera storia dell’Italia repubblicana  perché segnano la prima e unica rielezione al Quirinale finora, per quanto non portata a termine.  Nel 2013 – come nel 2006 – il voto presidenziale cade nell’immediato dopo elezioni politiche: con il governo non ancora formato per l’incertezza del quadro. Il Pd ottiene un’affermazione parziale (governerà per l’intera legislatura con gli esecutivi Letta, Renzi e Gentiloni ma sempre con il puntello di senatori “responsabili” provenienti da Forza Italia). Il fallimento di un primo tentativo di coalizione Pd-M5s si trasmette poi alle Camere riunite e decreta il fallimento della candidatura di Prodi (divisiva nel suo schieramento come lo era stata quella di Giulio Andreotti nel 1992). La conferma di Napolitano – largamente bipartisan salvo l’opposizione antagonista di M5s – emerge con forza anche per la decisione con cui il presidente aveva affrontato passaggi di massima difficoltà nel primo settennato. Il più noto e rilevante è l’accompagnamento alle dimissioni di Silvio Berlusconi nell’autunno 2011: quando la crisi dello spread unita alla “guerra di Libia” avevano messo sotto pressione insostenibile il Berlusconi quarto, che pure godeva dal 2008 di una solida maggioranza parlamentare.

La formazione di un governo istituzionale guidato da Mario Monti, designato appositamente senatore a vita, l’alto patronaggio durante la stabilizzazione finanziaria via austerity e la concessione a Monti dell’operazione trasformista di Scelta Civica hanno segnalato una soluzione di continuità nello stile presidenziale. Esattamente come, nel 2014, il Quirinale ha avuto un ruolo non notarile nell’ascesa di Matteo Renzi nel doppio ruolo di leader del Pd e di premier “con pieni poteri” per mille giorni.

Napolitano, infine, è stato sulla frontiera della storia politica nazionale, quando ha deciso di farsi da parte: aprendo la strada a uno svecchiamento della Presidenza, quando fu maturo il derby fra Amato e Sergio Mattarella. La spuntò il secondo, allorché Renzi decise di tradire il “patto del Nazareno” con Berlusconi e gettando più di una base per la fase politica ancora in corso: caratterizzata da una progressiva instabilità, soprattutto dopo il voto 2018. Quello che non si potrà mai negare a Napolitano – come in precedenza aa Scalfaro e a Ciampi – è l’attitudine a tenere la Presidenza “ahead of the curve”: dentro i confini costituzionali – in tempi molto diversi da quelli in cui la Costituzione disegnò l’architettura istituzionale della Repubblica – ma come elemento di garanzia dinamica per la vita del Paese.   

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