CRISI FINANZIARIA/ Perchè è giusto che politici e banchieri diano una prospettiva antropologica al libero mercato

- Flavio Felice

La speranza è che le classi dirigenti economiche, politiche e culturali a livello globale riconsiderino la rilevanza antropologica della crisi finanziaria che stiamo vivendo

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L’attuale crisi finanziaria ha spinto numerosi analisti a sostenere la presunta fine di un’epoca. Ebbene, la fine di quest’epoca può forse segnare l’inizio di una rinnovata riflessione antropologica sul rapporto tra politica, economia e cultura? Ce lo auguriamo.

 

Iniziamo dalla considerazione che l’economia è naturaliter per la persona, perché nell’ambito di ciò che riguarda gli affari sociali non esiste che la persona. Tutto è riducibile ad essa: partito, classe, razza, corporation, nazione. Come ci ricorda Luigi Sturzo, solo la persona agisce, solo la persona pensa, soffre, spera, gioisce, in definitiva, solo la persona sceglie; e l’economia è la scienza che tenta di risolvere i problemi relativi alle scelte allocative di persone reali, in un mondo di risorse e conoscenze scarse.

Se l’economia non può che essere finalizzata alla persona, al suo bene ovvero al suo male e alla verità della sua unica ed irripetibile esistenza ovvero alla falsità e all’abbrutimento che può giungere fino alla negazione ed al totale disprezzo della sua umanità, allora significa che la persona stessa non può fare a meno dell’economia, tanto della sua dimensione pratica (artistica) quanto della sua dimensione teorica (analitica).

La contingenza che contraddistingue la costituzione fisica e morale della persona umana, il suo essere ignorante e fallibile, imperfetto, ma perfettibile, fa dalla scienza economica uno strumento privilegiato di cooperazione, mediante il quale si attiva un processo di scoperta teso alla soluzione di umanissimi problemi allocativi. Sappiamo che, passando per la possibile conoscenza dei singoli piani personali, attraverso tentativi ed errori, da sempre le donne e gli uomini del nostro pianeta tentano di scoprire come allocare nel modo più razionale le risorse materiali e immateriali necessariamente scarse. Scarse in termini di quantità disponibili e scarse in termini di conoscenza delle loro possibili allocazioni alternative.

L’uomo necessita dell’analisi economica in quanto le sue conoscenze sono scarse e disperse e l’economia è per l’uomo in quanto si fonda sulla sua contingenza; in assenza della persona la riflessione economica d’un tratto evaporerebbe. I problemi economici sono i problemi posti dalla contingenza umana e non dalla sua pretesa ed inesistente onniscienza. Qualora l’economia potesse fare a meno dell’uomo significherebbe che i suoi assunti non sarebbero tesi alla soluzione di qualche problema, a questo punto non saremmo più di fronte ad una scienza, bensì avremmo a che fare con la pratica di qualche stravagante culto la cui liturgia si manifesterebbe nella soluzione di sofisticati esercizi matematici (c’è persino chi crede di poter costruire modelli matematici per la computabilità della felicità!).

Dunque, un’economia per l’uomo presume in primo luogo una prospettiva antropologica di tipo relazionale e una prospettiva epistemologica di tipo personalistico. Se si esclude la persona o se si assume come meramente strumentale la sua presenza ai fini della costruzione di modelli matematici formalmente ineccepibili, se la si ignora fino a farla diventare marginale, intenzionalmente o no, le ragioni stesse della persona (la sua dignità, la sua unicità, la sua responsabilità e la sua creatività) saranno sostituite dalle ragioni delle organizzazioni (Stato, classe, razza, partito) e la persona in carne e ossa sarà sempre disarmata di fronte a chi vorrà sacrificarla sull’altare di “forze maggiori”: il destino della storia, la superiorità di una razza, la dittatura di una classe, il dominio di una nazione e multa exempla docent.

La speranza è che questa consapevolezza della fine di un’era accomuni e conduca le classi dirigenti economiche, politiche e culturali a livello globale a riconsiderare la rilevanza antropologica della crisi finanziaria che stiamo vivendo.

La libera concorrenza è un bene troppo importante perché affondi sotto i colpi dell’irresponsabilità, dell’ingordigia o dell’ignoranza di banchieri, manager e politici.

È necessario comprendere che il libero mercato non esiste al di fuori delle regole della libera concorrenza, la quale non è estranea da una prospettiva antropologica relazionale e personalistica; è questo, forse, il lascito più prezioso e teoricamente più significativo che ci giunge dalla rilettura delle opere dei padri dell’economia sociale di mercato: da Röpke ad Adenauer, da Sturzo a Einaudi.

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