CRISI FINANZIARIA/ Il rilancio dell’economia europea parte da una nuova collaborazione fra gli Stati membri

- Stefano Cingolani

Per un risanamento della situazione finanziaria nel Vecchio Continente sarà centrale il ruolo di Bce, ma solo se le nazioni si concepiranno come un corpo unico. VOTA IL SONDAGGIO.

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Nemmeno la valigiona piena di dollari che Hank Paulson ha preparato (in tutto 700 miliardi pari al 5% del prodotto lordo americano) è riuscita a riportare fiducia a Wall Street e in Main Street. Figuriamoci le parole dei quattro grandi (Germania, Regno Unito, Francia e Italia). Sono durate lo spazio di un mattino segnato, nelle borse europee, da un lunedì tra i più neri. Il bricolage nazionale non funziona, come ha dimostrato il fiasco tedesco nel salvataggio di Hypo Real Estate. E i governi saranno chiamati a scelte molto più drastiche.

È vero che la Ue non è uno stato federale, non ha un unico bilancio, né una sola politica fiscale. Quindi è più difficile creare un fondo alla Paulson (la proposta Sarkozy appoggiata da Berlusconi ammonta a 300 miliardi di euro pari al 3% del pil europeo). Il problema di chi e quanto paga resta un rompicapo politico prima ancora che economico, pressoché irrisolvibile nel Vecchio Continente. Tuttavia, l’approccio caso per caso è un errore. Dietro questa ostinazione tardo-nazionale non c’è soltanto l’eterna diatriba tra federalisti e confederali, ma un conflitto di interessi molto forte. Gli inglesi non vogliono che la Bce possa in qualsiasi modo mettere il naso nei santuari della Old Lady, alias Banca d’Inghilterra. E soprattutto intendono salvaguardare l’autonomia della City, nonostante i guai che ha combinato. I tedeschi difendono quell’intreccio tra banche, assicurazioni, industrie che è l’architrave del Modell Deutschland. Il Lussemburgo vuol tenersi il suo “paradiso”. E così via. Ciascun per sé, perché ciascuno coltiva il proprio orticello.

Il vertice parigino, inoltre, ha mancato di rispondere a tre questioni vitali: Maastricht, il ruolo della Bce nella vigilanza bancaria e la politica monetaria. Certo, tutti auspicano un’applicazione più flessibile, ma il patto di stabilità va rivisto da capo, perché la storia è cambiata. Allora (sono passati 15 anni) il pericolo veniva dalle valute, oggi dalla finanza e dal credito. Allora bisognava sradicare l’inflazione, oggi bisogna mettere radici robuste allo sviluppo. Ciò ci porta al dogma della banca centrale: l’unico suo compito non può più essere mantenere i prezzi sotto il 2%. Deve anche favorire il rilancio economico, controllare il credito e garantire una crescita che coincida con il potenziale dei paesi europei (si aggira al 3%, il doppio di quel che in media è stato realizzato negli anni di vacche grasse).

È in gioco l’Europa così come l’abbiamo conosciuta. Dunque, si può pensare l’impensabile, anche il collasso dell’euro. «E se i suoi critici avessero avuto ragione?» – ha scritto Pierre-Antoine Delhommas su Le Monde. Se fior di premi Nobel come Milton Friedman o il francese Maurice Allais avessero capito che una moneta unica non poteva sopravvivere senza un vero mercato unico e una struttura politica adeguata? Fino a ieri erano voci nel deserto, ma oggi che la Ue non ha il coraggio di superare i vetusti campanili, nemmeno di fronte alla più grave crisi della sua storia, il loro pessimismo rischia di trasformarsi in realismo. Un progetto coordinato di rilancio dell’economia reale, insieme a un radicale risanamento della finanza malata, può evitare che la sfiducia si trasformi in panico. Ma ci vuol altro che un week end all’Eliseo.

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