PIANO ANTI-CRISI/ Il Governo pensi a serie riforme, non ad interventi “una tantum”

- Marco Cobianchi

Per far fronte alla difficile situazione che attraversano le famiglie italiane, l’esecutivo dovrebbe approntare riforme strutturali al sistema del welfare, e non pensare a interventi minimi che sono solo “cerotti” su una grande ferita

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L’Italia non può perdere l’occasione di questa crisi. L’occasione di essere costretti a cambiare, visto che la sola volontà di farlo non ha generato grandi risultati in questi ultimi anni. Adesso la recessione ci può essere d’aiuto. Solo che tutto fa pensare che si sia deciso di resistere anche a questa opportunità.

 

Le misure a sostegno delle famiglie e delle imprese che il Governo sta esaminando e che dovrebbero presto diventare legge ne sono un segnale inequivocabile. Chiedere che vengano devoluti “soldi a chi ne ha bisogno” (centrosinistra e sindacati) è certamente un atto nobile e “pagante” dal punto di vista del consenso, ma da politici alle prese con problemi così giganteschi ci si aspetterebbe qualche indicazione un po’ più globale, un po’ più strategica, un po’ più lungimirante.

I “soldi a chi ne ha bisogno” è certamente una mossa giusta e adeguata al momento storico che le famiglie più disagiate stanno vivendo ma, a parte la scarsità di risorse che possono essere messe in campo, non sono che un cerotto appiccicato sopra una lacerazione. E, da quando è scoppiata la crisi, l’Italia sembra che stia cercando di curarla appiccicando un cerotto sopra l’altro invece di prendere misure radicali.

Le riforme sono oggi più necessarie che mai, perché solo in un ambiente ripulito dalle scorie del passato le famiglie possono avere fiducia nel futuro dopo che i 40 euro della social card saranno finiti.

La prima riforma della quale si dovrebbe cominciare a pensare, è quella del welfare. Agitare lo spettro di una “bomba sociale” a causa di centinaia di migliaia di contratti a termine che non verranno rinnovati non serve a molto se poi, per disinnescarla, si stanziano soldi “una tantum”.

Quello che occorre ai precari è un sistema di garanzie alle quali nessuno ha mai voluto mettere mano perché avrebbe significato togliere un po’ di sicurezza a chi ne ha molta per darne un po’ a chi non ne ha per niente. Ma chi ha tanta sicurezza (ferie pagate, indennità di malattia, cassa integrazione, mobilità corta e lunga) è anche chi è rappresentato da partiti e sindacati.

I “proprietari” di sicurezza sono la costituency di questo sistema politico-sindacale ed è ovvio che né i primi né i secondi abbiano interesse a intaccare le loro garanzie. Mentre questo è proprio il momento giusto per iniziare a impostare quella flexsecurity immaginata da Marco Biagi il quale era conscio che accanto alla flessibilità occorresse anche un certo grado di sicurezza sociale per non far precipitare i giovani nel girone infernale dell’insicurezza permanente.

È triste sorprendersi a sospettare che chi non ha mosso un dito per garantire un minimo di aiuto a chi non ne ha mai avuto siano gli stessi che gliel’hanno sempre negato a favore dei propri iscritti e dei propri elettori. Ed è altrettanto triste notare che chi grida al rischio che la “bomba sociale” esploda tenti poi di passare per vincitore solo perché è riuscito ad appiccicare l’ennesimo cerotto. Non si esce da questa crisi da salvatori sventolando qualche biglietto da 10 euro. Troppo facile.



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