Profumo: cambiare la finanza se si vuol creare sviluppo

«Siamo in una fase difficile, tuttavia il timore che nel nostro paese si possano innescare fenomeni di stretta creditizia mi sembra eccessivo»

11.02.2008 - int. Alessandro Profumo
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«Una crisi pone sempre le fondamenta per un nuovo sviluppo in nuove direzioni e in economia questo forse è più vero che in altri ambiti». Ne abbiamo parlato con Alessandro Profumo, Ad di Unicredit, per cercare di capire lo scenario che sta evolvendo sotto i nostri occhi.

«Stiamo attraversando – dice Profumo – una fase difficile ed è necessario valutarne le conseguenze, distinguendo anche tra gli effetti immediati e quelli sul lungo periodo. Nell’immediato, il timore che nel nostro paese si possano innescare fenomeni di stretta creditizia mi sembra eccessivo. È soprattutto l’incertezza, che in questi mesi ha causato alle banche un brusco aggravio dei costi di finanziamento; una volta nota e chiara la distribuzione delle perdite connesse alle difficoltà di valutazione dei titoli costruiti sui mutui subprime americani, questi costi dovrebbero progressivamente ridursi. In queste circostanze poi, le risorse per le imprese solide dovrebbero potenzialmente aumentare. Negli ultimi due anni la situazione patrimoniale e la struttura finanziaria delle imprese italiane si è molto irrobustita: in Italia non si registra alcun incremento nelle sofferenze, che sono ai minimi dal 1997. Dunque, anche in un contesto di più corretta valutazione della rischiosità percepita dal mercato finanziario in generale, non dovrebbero esserci grosse conseguenze per le imprese italiane».

Verrebbe da puntare il dito contro l’uso virtualmente indipendente degl strumenti finanziari, facendosi fuorviare eccessivamente dalla frattura tra finanza ed economia reale. Ma se allarghiamo lo sguardo, continua Profumo, «non si può non rilevare che alcuni degli strumenti finanziari, il cui mercato ha subito a partire da agosto un brusco ridimensionamento, possono costituire importanti fattori di modernizzazione per un paese come il nostro, che stenta a generare un’efficiente allocazione delle risorse. Il private equity e anche il ricorso alla cartolarizzazione, in particolare, costituiscono strumenti utili per sostenere finanziariamente strategie di crescita di lungo termine per imprese piccole o nuove. Una valutazione più oculata e attenta nell’utilizzo di questi strumenti potrà essere fruttuosa soprattutto nel quadro di un più chiaro disegno regolamentare».

«In questo contesto i consumatori hanno visto crescere le rate dei mutui, come se la Banca Centrale avesse continuato ad aumentare i tassi. A parte la chiara disponibilità segnalata da molti istituti a ovviare a queste difficoltà, anche in questo caso le conseguenze dovrebbero esaurirsi rapidamente con il ritorno alla normalità dei tassi. L’indebitamento dei consumatori italiani, seppur cresciuto negli ultimi anni, è ancora ben al di sotto della media europea. Inoltre, è prevalentemente concentrato sulle abitazioni, ma con criteri di concessione dei mutui che in Italia sono stati ispirati a prudenza. Contrariamente a quanto accaduto per le imprese – prosegue il numero uno di Palazzo Cordusio – si è verificato un rallentamento nei prestiti alle famiglie, rallentamento che però era già in corso prima che la crisi si manifestasse, legato all’aumento dei tassi. Come per le imprese, non si sono registrati segnali di deterioramento della qualità del credito. È chiaro che il rallentamento dell’economia americana si rifletterà sull’economia europea e italiana, ma più per fattori reali che finanziari».

Al di là delle più ottimistiche interpretazioni, è vero che rimaniamo in una situazione di emergenza e che viene fatto di pensare, come sempre in questi casi, alle cose da fare per migliorare un sistema, come il nostro, che ha rivelato importanti segni di debolezza. E per prime vengono le banche. «Alcune riforme sono ormai improcrastinabili» – risponde Profumo. «Gli sviluppi degli ultimi anni nei mercati finanziari in termini di maggiore concorrenza, concentrazione e innovazione finanziaria hanno prodotto un aumento generale del rischio di liquidità. Per affrontarlo è auspicabile un aggiornamento e miglioramento dei sistemi di gestione della liquidità interni alle banche e dell’approccio della regolamentazione sul tema. Il problema principale riguarda la misurazione del rischio di liquidità; una maggiore trasparenza della valutazione dei sempre più complessi prodotti strutturati e delle esposizioni creditizie che risultano “fuori bilancio” permetterebbe al mercato di valutare in maniera corretta le posizioni degli operatori finanziari. Allo stesso tempo, affinché le banche siano adeguatamente preparate ad affrontare periodi di scarsa liquidità, è opportuno un miglioramento dei modelli interni attraverso i quali ogni banca misura la propria solidità finanziaria a fronte di situazioni particolarmente critiche (il cosiddetto stress testing), congiuntamente allo sviluppo di piani di finanziamento d’emergenza da attuarsi in caso di crisi di liquidità».

Altrettanto importante è il ruolo che spetta, nella gestione delle crisi sitemiche, alle banche centrali e al legislatore. «Una gestione più flessibile – non solo in casi d’emergenza – delle immissioni di liquidità e delle operazioni di ri-finanziamento da parte delle banche centrali consentirebbe al sistema bancario di limitare la durata e gli effetti di una crisi finanziaria. Inoltre – continua Profumo – un rafforzamento della collaborazione tra le autorità di differenti paesi permetterebbe, in particolar modo nel caso di gruppi internazionali, un intervento tempestivo atto ad evitare che la crisi si trasmetta oltre i confini nazionali. Infine, il recente caso di Northern Rock ha evidenziato la necessità di un ripensamento dell’assicurazione sui depositi: uno schema assicurativo che non sia credibile e comprensibile da parte della clientela rischia di non conseguire gli obiettivi per i quali è stato designato, cioè prevenire fenomeni di “corsa agli sportelli”».

Non ultimo il tema di un sistema complessivo di regole, necessariamente sovranazionali, adatte a svolgere un’azione di monitoraggio e controllo degli intermediari. «L’attuale frammentazione a livello nazionale dei sistemi di supervisione dei mercati finanziari – conclude Profumo – riduce l’efficienza nella prevenzione e gestione della crisi da parte delle autorità di vigilanza stesse. Per quanto riguarda l’Unione Europea, concordo con quanto recentemente ha sostenuto il ministro Padoa-Schioppa in occasione dell’ultimo Ecofin: sarebbe opportuno trasformare le istituzioni che attualmente esercitano il ruolo di coordinamento in materia di supervisione a livello comunitario (i Comitati di Livello Tre) in vere e proprie agenzie di vigilanza, con la facoltà di emettere standard e linee-guida vincolanti per gli Stati membri. Nel lungo periodo, tuttavia, ritengo che ci si dovrebbe muovere verso un’istituzione unica sovra-nazionale di supervisione, sul modello della Banca Centrale Europea, che possa garantire un sistema di regole chiaro ed efficace a livello europeo e permettere un adeguato intervento in caso di crisi finanziarie internazionali».


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