Senza nucleare l’Italia rischia il sottosviluppo

- Silvio Bosetti

La politica energetica italiana subì il colpo decisivo con il referendum del 1987. In realtà l’Europa non è rimasta ferma: gli impianti sono attivi in 15 dei 27 stati membri dell’Unione. Dobbiamo riprendere il cammino interrotto e riavviare un programma di riqualificazione energetica

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Il prezzo del petrolio supera in questi giorni i 100 dollari al barile. In questo scenario i prezzi della benzina e presto anche del gas e dell’elettricità raggiungeranno livelli tali da metter ancor più in difficoltà l’economia, gravando sulle imprese e sulle famiglie. D’altro canto la protezione dell’ambiente e il timore di un riscaldamento globale, legato alle emissioni di CO2, impongono di ridurre le emissioni prodotte dalla generazione dell’energia basata sui combustibili fossili. Le esigenze congiunte di economia ed ambiente necessitano di soluzioni ambiziose e strategiche.

L’Europa e l’Italia a maggior ragione hanno bisogno di energia elettrica: nelle quantità necessarie, a buon prezzo, prodotta e consegnata nel rispetto dell’ambiente, utilizzata in modo razionale. In questo scenario riconosciuto e condiviso, anche l’Italia deve considerare urgente la riapertura dell’opzione nucleare. La generazione dell’energia con i reattori nucleari, da affiancare alla attuale produzione dominante con combustione (soprattutto del metano, ma sarebbe auspicabile un deciso incremento del carbone “pulito”) ed alle rinnovabili (innanzitutto le fonti idroelettriche e il solare dove conveniente), rappresenta la prospettiva più opportuna per il nostro paese.
La storia della politica energetica italiana, in verità mai brillante, subì un ulteriore colpo con il referendum del 1987, quando si decise di abbandonare la tecnologia di produzione da nucleare. Ne è conseguito, tra l’altro, il predominio del gas anche nella produzione elettrica e la dipendenza dell’Italia da pochi grandi produttori esteri. Abbiamo semplicemente accresciuto la nostra dipendenza: prima solo dal petrolio, oggi anche dal gas. Quali gli effetti di una scelta univoca così inusuale per un paese importatore di energia? Rischi per l’approvvigionamento, costi relativamente elevati del combustibile, emissioni locali e globali. Ora si tratta di riprendere, con sollecitudine, un cammino interrotto per 20 lunghi anni.

Il Mondo e l’Europa infatti non sono stati fermi: il “nucleare” fornisce ad oggi ben il 34% dell’energia nei paesi più sviluppati così come nel vecchio continente, e gli impianti sono attivi in 15 dei 27 stati membri dell’Unione. In Francia le centrali nucleari hanno potenza installata pari a ben 60 Gw (paragonabile all’intero fabbisogno italiano). In Finlandia, nazione in cui sono al governo anche i “Verdi”, è in costruzione un nuovo importante impianto che, una volta completato, sarà il più grande in Europa. Nel 2007 il Governo del Regno Unito ha deciso di riaprire la concessione per la costruzione di reattori nucleari. Molto significativo ed interessante l’approccio: un’ampia consultazione sul futuro dell’energia nucleare, con quesiti precisi ed espressi con estrema chiarezza.
Non si tratta solo di agganciare il treno della ricerca e dell’innovazione. Sussiste la possibilità e l’opportunità di realizzare nuovi impianti.

Recentemente, il Parlamento dell’Unione europea ha approvato un documento in cui manifesta la necessità di intervenire, insieme al risparmio energetico ed alle fonti rinnovabili, con il carbone e con il nucleare. La diversificazione delle fonti, insieme all’utilizzo intelligente dell’energia, è l’unica strada. Non è più opportuno né essere catastrofici ed ideologici né tanto meno radicati su soluzioni monotematiche: questo approccio non farà il bene nostro e dei nostri nipoti.
I problemi legati al nucleare ci sono, ma affrontabili e risolvibili. Sono aspetti tecnologici ed organizzativi che vanno riconosciuti, esaminati, risolti: la sicurezza degli impianti, lo smaltimento delle scorie, l’impatto sulla salute e la non proliferazione ad uso militare.

La progettazione e la realizzazione degli impianti parte e si sviluppa oggi con un’analisi del rischio contraddistinta da un approccio tra i più precisi e qualificati in assoluto. Le tecniche di trasporto e stoccaggio delle scorie (il combustibile residuo) sono efficaci e hanno ormai una storia di 40 anni con nessun rilascio di radioattività. In Francia, dove il nucleare fornisce l’80% dell’energia, la produzione di rifiuti nucleari è pari ad 1 kg per cittadino in un anno, paragonata ai 3000 kg di altri rifiuti prodotti, e la frazione radioattiva realmente pericolosa da eliminare è una parte minima di tale quantità (quanto un pacchetto di sigarette, o di caramelle, per chi non fuma). Esiste poi il tema dello smantellamento degli impianti (“decommissioning”). Le Autorità preposte a questo tema e le Agenzie specificatamente avviate (in Italia la Sogin) confermano che gli impianti potranno essere smantellati e bonificati con le opportune soluzioni.
L’Italia deve esaminare la questione e avviare un programma di riqualificazione energetica nazionale. Ad esempio, con un numero contenuto di siti (6-10) è possibile ospitare una produzione fino a 10-15 Gw di potenza installata, pari a circa il 20-25% del fabbisogno energetico nazionale. Vogliamo riparlarne? ilsussidiario.net può senz’altro dare spazio al dibattito.

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