La recessione è sempre più vicina. Ma la finanza non è allo sbando

- Ugo Bertone

Nella sua attesa relazione, il presidente della Fed Bernanke non ha escluso il rischio “recessione”, ma le misure già attuate aiuteranno i mercati

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L’audizione del presidente della Fed era particolarmente attesa dai mercati finanziari. Per più di un motivo. Primo, perché nel corso delle ultime due settimane la Banca centrale degli Stati Uniti ha preso decisioni che, per qualità e quantità, non hanno precedenti dagli anni Trenta.
Secondo, perché, dopo le convulse fasi che hanno portato al salvataggio di Bear Stearns, in gravissima crisi di liquidità, il segretario al Tesoro Hank Paulson ha annunciato una profonda revisione delle autorità di controllo con ripercussioni ancor più profonde per la stessa Fed.
Infine, perché i parlamentari Usa, ma non solo loro, volevano avere un’indicazione più precisa sulla domanda chiave: il peggio è alle spalle? Oppure nei forzieri delle banche sono ancora nascosti segreti in grado di provocare perdite devastanti?
Ben Bernanke ha parzialmente soddisfatto le attese. Il governatore non ha citato la parola “recessione”. Ma ha parlato di economia in “lieve contrazione” nel primo semestre. Il che, in gergo tecnico, ha lo stesso significato perché due trimestri con il Pil in calo equivalgono proprio alla parola recessione, quella che nessun uomo politico vuol sentir pronunciare in un anno elettorale. Non ha negato spazio alla speranza, ritenendo «probabile» che entro la fine dell’anno si stabilizzino sia il mercato della casa che dei consumi, sull’onda dei prossimi sgravi fiscali. Ma non ha negato che la situazione attuale è ancora da allarme rosso. Anzi, ha sottolineato che negli ultimi giorni è stato necessario agire con la massima decisione per evitare che il tracollo di Bear Stearns potesse provocare un effetto domino con «gravi conseguenze» per tutti. E qui Bernanke non ha usato giri di parole:«Un improvviso fallimento di Bear Stearns – ha detto – avrebbe probabilmente portato a una caotica serie di contraccolpi sul mercato». «Considerando le attuali eccezionali pressioni sull’economia mondiale, il danno causato sarebbe stato molto severo, sconfinando nell’economia reale, attraverso il calo del valore delle attività e il crollo del credito disponibile».
Insomma, mai il mondo è stato così vicino alla recessione anni Trenta. Il fatto che il governatore della Fed lo dica in maniera così esplicita può però rasserenarci, almeno in parte. Il pericolo, data la terapia d’urto, sembra sotto controllo. In Usa, come nel resto del mondo. Ha avuto il suo peso l’intervento dei fondi sovrani (Singapore e Paesi del Golfo), ma anche la severità delle autorità centrali, come dimostra la severa pulizia di bilancio di Ubs.
Per questo, le cose sembrano mettersi per il futuro in grigio (non in rosa, per carità). Lo spauracchio dell’inflazione fa meno paura, anche perché la speculazione si sta ritirando, con cautela, dal fronte delle commodities e del greggio. Ciò sta ad indicare che la Fed è in grado di “sparare” presto altre cartucce sul fronte dei tassi se la discesa dell’economia si rivelasse più grave del previsto.
Sul fronte della collaborazione con il Tesoro, il segnale più illuminante è venuto da Hank Paulson, il ministro del Tesoro. La Casa Bianca, ha detto, è pronta ad adottare un atteggiamento «flessibile» sul fronte dei mutui, ovvero ad accettare il consiglio di Bernanke: rifinanziare le agenzie federali (invise perché patrimonio storico del partito democratico), permettendo così ai privati di rinegoziare le proprie ipoteche. In sintesi, i guasti della crisi sono ancora evidenti. E dureranno ancora per un bel po’. Le riforme strutturali, sulla scia di quanto consigliato da Mario Draghi (l’istituzione di autorità e regole che possano tenere sotto controllo anche hedge fund e strumenti derivati), faranno il loro corso. Difficile che si raggiunga un risultato definitivo prima delle elezioni Usa (i repubblicani sono contrari a redini troppo rigide verso Wall Street), ma nel frattempo la finanza non è allo sbando: la Fed, più che in altre occasioni, ha offerto la sensazione di avere il quadro sotto controllo. Ma la cautela è d’obbligo: il calo di Wall Street dopo le parole di Bernanke è un buon segno. La Fed, per quel che si è capito, non intende far da paracadute a nuove improvvise folate speculative inondando il mercato di nuova liquidità. Anzi, a fine anno si comincerà ad agire in senso contrario per non ripetere gli errori recenti: troppo denaro dà vita alle Bolle.



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