Caro petrolio: il destino del greggio legato alle Borse, si guarda alle energie alternative

- Ugo Bertone

L’Opec mantiene il cartello e la crisi finanziaria travolge il Pianeta: via la foresta Amazzonica per coltivare canna da zucchero per l’etanolo.

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T. Boone Pickens, fondatore e presidente di BP Capital di Dallas, è una figura così mitica nel mondo del petrolio che a Chicago, per una legge non scritta ma da tutti rispettata, le contrattazioni sul Cme si fermano in occasione delle sue conferenze. L’ultima, a metà della scorsa settimana, ha avuto l’effetto di un vero e proprio shock. «Signori, mi sono sbagliato – ha detto Pickens, i cui fondi energia dal 2001 ad oggi hanno guadagnato l’800 per cento circa – Dall’inizio dell’anno ho puntato sul ribasso del petrolio. Ma le cose non stanno così: il greggio salirà senz’altro a quota 125, forse a 150 dollari. Ma a quella cifra, beninteso, io non sarò compratore». Così parlò il guru che ci fa sapere che, da gennaio ad aprile, ha perduto il 21% dei quattrini investiti per aver dato retta ai petrolieri convinti che la fiammata del greggio fosse destinata quantomeno a rallentare. Al contrario, la miscela dollaro debole/cali in ribasso/liquidità abbondante, ha innescato una nuova spirale speculativa al rialzo che ha spazzato via ogni logica tradizionale.

Quando si parla di greggio, infatti, si deve ormai far riferimento alla “carta” finanziaria piuttosto che al barile fisico: dei tanti barili virtuali che passano di mano nelle Borse del pianeta, infatti, uno solo viene trasportato dalle petroliere alle raffinerie. Si spiega così il fatto che, nonostante l’economia globale stia rallentando il passo e cresca il numero delle superpetroliere parcheggiate presso i terminali del Golfo Persico in attesa del carico, le quotazioni schizzino all’insù: gli hedge fund in fuga dalle Borse stanno convergendo sulle materie prime, energia in testa. Ma il fenomeno ha ormai investito le “soft commmodities”, in particolare (il che vuol dire cereali, riso, soia e di riflesso carne e latticini) con effetti inattesi e gravissimi: la crisi finanziaria, uscita dalle Borse, si è ormai riversata nei terreni agricoli e nelle foreste del pianeta. L’aumento del greggio ha reso convenienti i carburanti verdi, con il risultato che il Brasile sta disboscando intere foreste per far spazio alla canna da zucchero destinata alla trasformazione in etanolo; lo stesso capita in Indonesia, dove ogni giorno si perdono l’equivalente di dodici campi di calcio per far spazio alla produzione di olio di palma.

In un certo senso, la prima crisi energetica del terzo millennio è uno splendido esempio della teoria del caos: il battito di farfalla di un subprime non onorato in Iowa, per una serie di carambole difficilmente prevedibili, si è trasformata nell’incendio che sta circondando le periferie di Buenos Aires. I gauchos, per protesta contro il divieto di esportare carne alzato dalla neo presidente Cristina Kirchner (con l’obiettivo di far da calmiere ai prezzi), stanno bruciando soia e cereali per alimentare il bestiame. Intanto, ad Haiti esplode la protesta per il caro-riso. Ed incontrano nuova fortuna i teorici del peak oil, che sostengono che la produzione di greggio abbia ormai toccato il massimo storico. D’ora in poi, al limite, si manterà sui livelli attuali, già oggi ed ancor in più in prospettiva, insufficienti per sostenere la domanda crescente. Ma le cose stanno così?

A) È certo che l’offerta non è destinata a superare, nel futuro prevedibile, il tetto degli 85 milioni di barili al giorno. Al proposito, però, l’Opec sostiene che si tratta di un quantitativo sufficiente per far fronte alla domanda. Brucia ancora l’esperienza del decennio scorso, quando l’Arabia Saudita, su pressione Usa, aumentò la produzione alla vigilia della crisi asiatica: il greggio precipitò a 10 dollari, con gravi danni per i produttori (basti pensare alla Russia di Eltsin, ma anche al terreno di coltura di parte del terrorismo arabo).

B) Una parte consistente delle riserve è oggi inaccessibile alle compagnie occidentali. Inoltre, dalla Nigeria al Venezuela, crescono i problemi per le Big Oil. Altre iniziative, vedi l’estrazione dalle sabbie del Canada, appaiono ancora oggi costose in assenza di garanzie sul prezzo futuro. Il risultato è che in questi anni, da Exxon a Bp, i giganti hano preferito fare attività finanziaria piuttosto che cercare nuovi pozzi. Anche se l’espansione della tecnologia sta dando i suoi frutti: grazie alle ricerche sottomarine, per esempio, il Brasile sta scoprendo davanti alle proprie coste giacimenti, pare, immensi (a cui partecipa anche l’Eni).

C) In sintesi: gli equilibri tra domanda ed offerta lasciano prevedere un lungo periodo di navigazione a vista, caratterizzata da prezzi alti (per sostenere la ricerca) e dall’attesa di novità sul fronte delle energie alternative che, comunque, non potranno dare risposte efficaci (nucleare escluse) prima di 15-20 anni.

D) Nel frattempo, è doveroso imparare a governare la globalizzazione con tutto ciò che comporta. Con pazienza. E fiducia. Perché l’energia è vita, non (solo) scarsità e minaccia. La rincorsa al mondo che sta al di là delle risorse fossili è l’ultima speranza, il mito buono. O, per dirla con Kafka, il messaggio al suddito da parte dell’imperatore morente che il messaggero porta con sè lungo una strada lunga ed impervia. Noi, come sudditi attivi, aspettiamo la parola dell’Imperatore perché ci porti saggezza, sotto forma di energia pulita. Forse il mito busserà alla porta e ci renderà più maturi e responsabili.

(Foto: Imagoeconomica)


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