L’azienda Alitalia in grave crisi. Due indizi: la rinuncia di Air France e il prestito ponte

- int. Stefano Paleari

Il fatto che lo Stato debba intervenire stanziando fondi la dice lunga sulla situazione della compagnia. Malpensa: con un serio piano infrastrutturale può rinascere

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Air France si è ritirata, a questo punto che cosa si può fare per Alitalia? Quale può essere lo scenario per permettere, se possibile, il salvataggio della compagnia?

 

Su Alitalia l’unica cosa che posso dire è che la rinuncia da parte di Air France rappresenta un segnale estremamente negativo, perché un pretendente che, a torto o a ragione, aveva fatto un’offerta per la compagnia si è ritirato prima che la controparte si esprimesse sull’offerta. Infatti, i francesi hanno posto delle condizioni per l’acquisto, ma non è mai stato detto loro che non si intendeva vendere a tali condizioni. Anche se era stato chiesto di esprimersi entro una certa data, e questo non è stato fatto. Quindi giudico negativamente il ritiro di Air France sotto il profilo della logica comportamentale; lo giudico negativamente perché l’Italia sembra emergere come il paese che non riesce a concludere, non riesce a decidere, a tradurre in azione quello che viene deciso.
Va detto poi che non ho mai visto una trattativa per la vendita di una compagnia protrarsi per due anni di fila. Bisogna ricordare che in due anni le condizioni del contorno cambiano; già da un mese a questa parte la congiuntura internazionale ha portato il prezzo del petrolio da 97 dollari a 118 e ha portato a una revisione delle stime di crescita. Il mondo non si ferma solo perché noi italiani crediamo di poterlo fare in virtù delle nostre lungaggini e delle nostre lentezze. Questo dovrebbe far fare una seria riflessione sul fatto che l’Italia, per come si è strutturata, non è in grado di tenere il passo con la velocità a cui si muovono i paesi che hanno delle economie sostanzialmente simili.
Su cosa possa succedere adesso ad Alitalia è difficile esprimersi, perché possiamo essere smentiti dai fatti in brevissimo tempo. Quello che però è significativo è che nonostante l’abbandono di Malpensa, nonostante tutti gli accorgimenti che si possono mettere in campo per fare in modo che Alitalia non sia più in perdita, si parla di un prestito ponte fatto dal Ministero degli Interni per “motivi di ordine pubblico”(e non più dal Ministero del Tesoro, per evitare procedure di infrazione a livello europeo). Questo la dice lunga sullo stato in cui si trova l’azienda, perché se c’è bisogno di un prestito ponte dello Stato per farla sopravvivere per un altro mese vuol dire che è spacciata.
Mi auguro che ci sia una soluzione dell’ultima ora inventata grazie alle virtù della politica con la «P» maiuscola, però il punto a cui siamo oggi e che dobbiamo commentare oggi è un punto estremamente deludente per il sistema paese.

 

Per quanto riguarda Malpensa, invece, Alitalia l’ha ormai abbandonato ed è difficile che potrà farvi ritorno in queste condizioni. Tuttavia nelle prospettive future del paese c’è anche l’Expo del 2015. Cosa si può fare per rilanciare questo aeroporto?

 

Ci sono tre elementi oggettivi da considerare. I primi due li ha richiamati lei: l’abbandono irreversibile da parte di Alitalia dello scalo; il fatto che alla città di Milano è stata assegnata l’Expo per il 2015, un evento che impatterà in maniera rilevante sulla capacità di attrazione del nostro territorio.
Il terzo elemento è il fatto che si sta per insediare un esecutivo che ha fatto della centralità di Malpensa un punto di riferimento della propria campagna elettorale.
 

Sulla base di questi elementi, che cosa si può fare?

Io vedo una riflessione a tre livelli.
Il primo riguarda la Sea, la società che gestisce gli aeroporti milanesi, che deve cercare di contenere i costi operativi. È chiaro anche si apre una fase transitoria di breve durata che va gestita: bisogna operare affinché l’abbandono da parte di Alitalia non si traduca nella perdita di 7 milioni di passeggeri, facendo in modo che altri voli sostituiscano, almeno in parte, il vuoto lasciato dalla compagnia di bandiera.
Il secondo livello riguarda l’azione di governo. Da un lato, nella rinegoziazione dei contratti bilaterali, deve fare in modo che Malpensa sia trattata non come aeroporto secondario, ma alla pari di Fiumicino. Credo che l’esecutivo su questo tema, dato che ne ha fatto un cavallo di battaglia politica, sarà molto sensibile. Dall’altro lato, alla luce dell’Expo del 2015 deve dare certezza nella pianificazione delle infrastrutture d’accesso all’aeroporto. Certezza sui tempi, sui modi e sui finanziamenti. Il tempo da qui al 2015 sembra molto, ma non lo è. Il governo per far questo dovrà agire di concerto con la Regione Lombardia, dato che le infrastrutture gravano sul suolo lombardo.
Infine, il compito che spetta alla Lombardia per valorizzare la sua territorialità in vista dell’Expo 2015. Questo evento dovrebbe portare a una riflessione sull’intero sistema dei collegamenti di tutti gli aeroporti che sono presenti in Lombardia, così da avere una pianificazione che abbia Malpensa sempre come elemento centrale, ma non riguardi solo questo scalo.

 

Malpensa può diventare un hub appetibile per una compagnia che non ne abbia già uno in Europa?

 

Questa possibilità è legata ai contratti bilaterali, ma non c’è dubbio che rispetto ad altri hub Malpensa presenti un deficit infrastrutturale di accesso.
L’Expo può essere lo strumento di pressione che consente all’aeroporto di colmare questo gap. Se viene fatta una pianificazione completa (con tempi e modalità) che migliori le condizioni di accesso, allora una compagnia aerea potrà ritenere interessante lo scalo di Malpensa. Ma questa pianificazione andrà fatta seriamente, perché una compagnia aerea che volesse fare un investimento di natura strategica su Malpensa non guarderà al breve, ma al medio-lungo termine.

 
(Foto: Ansa)


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