Nucleare: una risposta al “partito del no”

Chi ha sottoscritto l’appello “Le scelte energetiche per il futuro dell’Italia” – e che pone al nucleare un veto ideologico – non comprende che solo un mix bilanciato di tecnologie energetiche diverse (nessuna esclusa), può permettere a un paese fortemente importatore come l’Italia di ridurre i costi dell’energia

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“Mai contrapporre due positivi” mi ha sempre detto un amico. È l’errore nel quale, non ingenuamente, stanno cadendo i promotori e i sottoscrittori dell’appello “Le scelte energetiche per il futuro dell’Italia”. Che in realtà ha un unico nemico dichiarato: l’opzione nucleare.
Diverse proposizioni dell’appello sono ampiamente condivisibili: favorire il risparmio energetico e l’uso più efficiente dell’energia, sviluppare l’uso di fonti diverse dai combustibili fossili e l’utilizzo industriale delle fonti di energia rinnovabile. Ma perché un no secco solo al nucleare?

Richiamare i politici a tali principi è certo utile. Due punti meritano tuttavia attenzione.

1) Sviluppare il solare? Sì! Investire sulle altre fonti rinnovabili? Non ci sono dubbi! Favorire l’efficienza energetica? Certamente. Ma – a meno di preclusioni ideologiche – questo non implica l’abbandono di altre strade, incluso il ricorso per una quota non trascurabile dei consumi elettrici alla produzione nucleare. E magari per un’altra quota di produzione ricorrere al carbone, che con le nuove tecnologie ha basse emissioni inquinanti. Insomma, seguiamo paesi come la Germania, che non possono certo essere accusati di ritardo nelle politiche energetico–ambientali e nello sviluppo delle fonti rinnovabili. O i finlandesi, che hanno i verdi nel governo e hanno deciso di costruire la loro quinta centrale nucleare. Solo un mix bilanciato di tecnologie energetiche diverse (nessuna esclusa), può permettere a un paese fortemente importatore come l’Italia di ridurre i costi dell’energia, a beneficio di famiglie ed imprese. Proteggendo anche l’ambiente e ponendosi al riparo dal rischio economico e di sicurezza dell’approvvigionamento, che invece scelte a senso unico comporterebbero, come la storia del nostro settore energetico dovrebbe averci insegnato.

2) I motivi addotti per i quali l’opzione nucleare non sarebbe opportuna sono estremamente deboli. E sorprende che tali affermazioni arrivino da “scienziati”. Primo: la necessità di enormi finanziamenti pubblici. Esempi come quello del consorzio finlandese tra utenti industriali energivori, o i numerosi impianti nucleari in paesi quali il Giappone, mostrano che il nucleare può essere attrattivo per investimenti privati. Soprattutto, hanno una vaga idea gli estensori dell’appello dell’entità complessiva dei sussidi finanziati con spesa pubblica che ogni anno un paese come l’Italia destina allo sviluppo e all’esercizio di impianti di produzione basati su fonti rinnovabili? Almeno 3,5 miliardi di euro ogni anno, soldi tratti dalle nostre bollette elettriche. Quanto il costo di un reattore nucleare da 1600 MWe. Non si intende contestare la validità di tali politiche di incentivazione, ma invitare ad una semplice valutazione comparativa. Secondo: sulla sicurezza è già stato scritto su ilsussidiario.net, averne di settori industriali così controllati e sicuri! Per i depositi per le scorie radioattive, chiedere ancora ai finlandesi, ma anche a tutte quelle nazioni che usano energia nucleare. Non li lasciano certo per strada. Sulla scarsità di combustibili in genere (nucleare, gas, petrolio, carbone), ci sono miti da sfatare: non è un problema di disponibilità in tempi brevi (50-100 anni), ma solo di costo di estrazione dei combustibili.

L’accostamento tra nucleare civile e militare appare poi alquanto forzoso (c’è forse il timore che qualche italiano voglia farsi la bomba atomica in casa? suvvia…). Quanto all’esposizione ad atti di terrorismo, i siti nucleari sono tra i più controllati e dall’accesso quasi impossibile, e non occorre essere esperti per sapere che purtroppo ci sono modalità molto più semplici per ottenere risultati devastanti, senza scomodare il nucleare.

Per finire, l’aumento delle disuguaglianze tra paesi tecnologicamente avanzati e paesi poveri, si realizza se i paesi più sviluppati continuano a consumare i combustibili più “facili”, che invece i paesi in via di sviluppo avrebbero tutto il diritto di sfruttare, come fecero i primi tempo addietro.

In verità, da “scienziati” e “studiosi” sarebbe lecito attendersi non veti ideologici, ma una particolare attenzione nel documentare la validità delle proposte e nel portare argomenti solidi in opposizione ad ipotesi alternative. Altrimenti si rischia di passare per utili idioti a supporto della campagna elettorale di turno…

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