Fisco e competitività: un binomio possibile?

I governi possono usare la fiscalità in due modi per orientare le scelte collettive ed individuali: prelevando risorse ai cittadini e decidendo autonomamente come spenderle per il loro bene, o incoraggiandoli a perseguire obiettivi virtuosi attraverso agevolazioni fiscali

08.04.2008 - Stefano Morri

Il forum di Bruxelles sulla politica europea in materia fiscale, in corso in queste ore, ripropone la questione degli effetti dell’imposizione sullo sviluppo economico. Il fisco incide certamente sulla competitività: in chiave positiva, perché serve a finanziare opere e servizi collettivi (le infrastrutture, i servizi pubblici) che favoriscono in grande misura lo sviluppo dell’economia; in chiave negativa, perché il prelievo si traduce in maggiori oneri economici e finanziari sulle imprese, e orienta le scelte di investimento come ogni altro fattore che agisca sulla redditività. Solo per guardare all’Europa, l’Irlanda è uno spettacolare esempio di uso del fisco per favorire la competizione del paese. La sua ininterrotta crescita degli ultimi venti anni si spiega anche con la scelta coraggiosa del governo irlandese di tenere la corporate tax, l’imposta sulle società, a livelli molto più bassi di quelli dei paesi partners europei (attualmente è il 12,5%). Questa scelta ha pagato: in pochi anni il PNL è aumentato esponenzialmente, grazie anche ai massicci investimenti dall’estero, e ciò ha più che compensato la riduzione dell’aliquota, incrementando il gettito complessivo e consentendo all’Irlanda di modernizzare il suo sistema.

Seguendo questo esempio, molti paesi dell’ex blocco sovietico, recentemente annessi all’Unione Europea (la Slovacchia, la Romania, l’Ungheria, la Repubblica Ceca solo per citarne alcuni), hanno adottato politiche fiscali molto competitive, per attrarre gli investimenti internazionali e non soffocare sul nascere il processo di crescita interno. Tra i paesi più evoluti sul piano economico, è iniziata negli ultimi dieci anni una tendenza alla riduzione delle aliquote fiscali: Germania e Francia sono passate da aliquote sui profitti di impresa pari a oltre il 40% ad aliquote intorno al 30%. Tale trend è stato indotto dalla comprensione che oltre un certo limite, in una economia globalizzata, le imposte sulla produzione del reddito di impresa scoraggiano gli investimenti e provocano un effetto regressivo sul gettito. Questo effetto è scientificamente spiegato dalla curva di Laffer, che rileva come all’aumentare dell’aliquota il gettito cresce in misura sempre minore fino a diminuire, oltre una certa soglia.

L’Italia non ha potuto esimersi dal seguire la tendenza dei suoi partners commerciali: pur essendo frenata da un debito pubblico tra i più alti in Europa, essa ha seguito una linea di costante riduzione dell’imposta sulle società, passando in meno di un decennio dal 36 al 27,5%. Va detto tuttavia che il sistema italiano è fortemente falsato sia dall’esistenza di un’ulteriore imposta sulla produzione, l’Irap, la cui base imponibile ingloba i salari e gli interessi, sia da una notevole divaricazione tra reddito civilistico e base imponibile fiscale. La struttura dell’Irap è tale che, in imprese sottocapitalizzate ed indebitate e ad alta intensità di lavoro, il reddito civile può risultare negativo in seguito al prelievo fiscale, il che significa che l’imposizione supera il reddito ante imposte. La divaricazione tra reddito civile e base imponibile fiscale fa sì che, per effetto di rettifiche di origine puramente tributaria, all’aliquota nominale non corrisponda quella reale, spesso di gran lunga superiore, grazie all’indeducibilità fiscale di costi economici, quali, ad esempio, gli accantonamenti a perdite su crediti, le perdite stimate di magazzino, le spese di rappresentanza. Grazie all’Irap e alla distorsione nella formazione della base imponibile, l’Italia resta un paese ad altissima imposizione sul reddito delle imprese, con una aliquota reale spesso ben superiore al 50%, e ciò spiega una parte delle difficoltà della nostra economia a tenere il passo con lo sviluppo del resto del pianeta.

L’Europa ha un potere ancora limitato in materia fiscale: se IVA, accise e dazi doganali sono imposte regolate su base europea, perché incidono direttamente sul commercio intra- ed extra-comunitario, le imposte dirette sono fuori dal trattato istitutivo della Comunità, essendo materia di pertinenza esclusiva degli stati membri. Il tentativo più avanzato che l’UE sta svolgendo sul fronte dell’imposizione diretta, giustificato dalla finalità di favorire la libertà di stabilimento e l’interscambio, è stabilire comuni regole per la determinazione delle basi imponibili in tema di imposizione diretta sui profitti, lasciando tuttavia agli stati il compito di fissare le aliquote. Questo traguardo consentirebbe un confronto diretto e senza distorsioni tra i livelli impositivi dei paesi comunitari, dando luogo a decisioni di investimento più trasparenti e razionali. L’Europa si è distinta negli ultimi anni per la lotta alla competizione fiscale dannosa (la harmful tax competition).

Il tema si presta però ad equivoci: se è giusto infatti che uno stato difenda le proprie basi imponibili, opponendosi a che i propri residenti trasferiscano in modo surrettizio e fuori dalle regole redditi dalla propria giurisdizione a quella di stati a minore fiscalità, nulla però dovrebbe impedire che tali residenti possano, nel rispetto delle regole, collocare le proprie attività in tali paesi, se ciò conviene loro anche per motivi meramente tributari. La battaglia ideologica e “moralisticheggiante” che gli stati ad alta imposizione, i grandi stati dell’Occidente, hanno ingaggiato contro i paradisi fiscali o gli stati che hanno avuto il coraggio di abbassare draconianamente le aliquote, fidando sulla crescita di pari passo delle basi imponibili, è falsa e illiberale. La competizione fiscale tra gli stati è una delle garanzie di libertà dei cittadini degli stati che non sanno tenere a freno la loro invadenza economica. Si tratta di un benchmark essenziale per il benessere del mondo. Senza di essa il leviatano fiscale che si nasconde in ogni legislatore agirebbe con molta più disinvoltura, coartando assai più di quanto già non faccia la libertà dei cittadini.

È interessante l’uso della fiscalità come strumento con cui i governi orientano le scelte collettive ed individuali: a Bruxelles si sta parlando di tasse che incentivino l’uso di prodotti amici dell’ambiente. Questo uso della fiscalità rischia di produrre una grave dispersione di risorse economiche se viene effettuato attraverso quello che io chiamo il metodo dell’intermediazione pubblica e non invece il metodo della sussidiarietà. Si ha il primo metodo quando lo stato preleva risorse dalle tasche dei cittadini e decide lui come spenderle per il loro bene. Si ha il secondo metodo quando lo stato indica degli obiettivi virtuosi e incoraggia i consociati a perseguirli attraverso agevolazioni fiscali quali le deduzioni e le detrazioni di imposta. Il primo metodo si accompagna, di norma, a spreco, inefficienza e corruzione; il secondo metodo esalta la competizione tra i corpi intermedi per la migliore erogazione dei benefici che lo stato incoraggia. L’esempio più drammatico del primo metodo è, in Italia, il sistema scolastico: lo stato prende i soldi dai cittadini per l’istruzione e gestisce questi danari per dare lui direttamente le risposte. Il risultato: un disastro sulla pelle dei nostri figli. L’alternativa? Favorire la nascita di un sistema di istruzione misto, pubblico e privato attraverso la concessione di deduzioni piene per i costi che le famiglie sostengono per l’educazione dei figli in strutture non pubbliche. Se si guarda alla competitività come un concetto complesso, che involga anche il livello di efficienza dei sistemi sanitari, assistenziali, previdenziali e scolastici, si comprende come il fisco possa essere uno strumento potente di esaltazione o di frustrazione di tale dinamismo sociale ed economico. Lo stato che tolga imposte ai cittadini per fornire in modo monopolistico ciò di cui egli crede essi abbiano bisogno, sostituendosi all’iniziativa dei cittadini medesimi ritenuti non all’altezza dei compiti sociali, è uno stato oppressivo, un dittatore in senso moderno, soft. La sussidiarietà rompe questo movimento dal basso all’alto e dall’alto al basso, in cui si spreca così tanta energia e si produce così tanta inefficienza e corruzione. Crea movimenti orizzontali: dal cittadino ad altri cittadini in un rapporto diretto tra bisogno e sua soddisfazione. Deduzioni e detrazioni fiscali sono il modo semplice con cui questo tessuto sociale può formarsi, come dimostra l’esperimento italiano del “più dai e meno versi”. La sussidiarietà, in Italia, mi pare per altro l’unico modo per affrontare seriamente il problema del debito pubblico, senza condannarci a divenire un paese del terzo mondo per il livello dei servizi. E così, l’unico modo per consentirci di abbassare finalmente le aliquote fiscali reali e restituire al paese quella competitività economica di cui ha disperato bisogno.

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