L’analisi dell’Ocse sulla produttività è impietosa, ma non si tiene conto delle Pmi…

- Giovanni Marseguerra

Non va dimenticato che, nonostante le difficoltà che affrontano e che spiegano i dati dell’Ocse, le aziende italiane hanno aumentato il loro export e guadagnato fette di mercato mondiale

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La pubblicazione del Factbook 2008 da parte dell’OCSE rivela ancora una volta come l’Italia sia un Paese dalle grandi potenzialità ma nel quale i freni alla crescita sono ancora troppi e troppo forti. È difficile render conto in poche righe di un rapporto molto articolato e dettagliato, composto da diverse centinaia di pagine e pieno di grafici e tabelle. Alcuni dati però balzano subito agli occhi: la nostra bassa crescita e bassissima produttività; la gravosità del nostro debito pubblico. Sul primo fattore (produttività e crescita del Pil pro capite) l’analisi dell’OCSE è impietosa: siamo ultimi per crescita del Pil pro capite nel periodo 2001-2006 tra i 30 paesi più industrializzati. Se poi si scompone la crescita del PIL pro capite nella parte dovuta all’aumento della produttività del lavoro e nella parte dovuta all’aumento della utilizzazione del lavoro, i risultati per il nostro Paese non migliorano (e infatti siamo ultimi per crescita della produttività del lavoro) e indicano una crisi di produttività complessa e allarmante per le sue potenziali conseguenze nel medio-lungo periodo, e che peraltro si stanno mostrando anche nel breve. Sul secondo fattore (il debito pubblico) il dato è solo leggermente migliore: abbiamo il secondo peggior debito pubblico (in percentuale del Pil) del mondo. Il dato non stupisce visto che l’Italia nel 2006, con quasi 1.600 miliardi di euro di debito pubblico, ha dovuto pagare oltre 68 miliardi di interessi.
Secondo una recente analisi della Fondazione Edison, da un confronto tra Italia e Spagna (che secondo il Factbook 2008 ci ha ora, sia pur di poco, superato per Pil pro capite) emerge come in quest’ultimo Paese gli oneri sul debito pubblico incidano solo per l’1,6% del Pil laddove in Italia l’incidenza è addirittura del 4%, e il carico di debito pubblico su ogni italiano (il debito pubblico pro capite) è di 26.816 euro (contro i soli 8.893 euro che gravano su ogni spagnolo, i 13.909 su ogni cittadino del Regno Unito e i 19.026 euro su ogni tedesco). Si tratta di differenze di non poco conto se solo si pensa che, in corrispondenza alle cifre sul debito pubblico pro capite, vi sono le cifre sugli interessi pro capite che rivelano come su ogni italiano gravi il pagamento di 1.159 euro di interessi annui (contro i soli 368 euro su ogni spagnolo, i 659 su ogni cittadino del Regno Unito e i 787 euro su ogni tedesco). Il dover pagare interessi così alti comporta ogni anno la sottrazione di una consistente fetta di risorse che potrebbero viceversa essere utilizzate per gli investimenti e per migliorare le nostre infrastrutture (e così facendo migliorando anche la nostra produttività).
Ma non bisogna pensare che il quadro dell’economia italiana sia solo negativo. Per fortuna ci sono le nostre piccole imprese, con la loro caratteristica familiare e la loro insuperabile capacità imprenditoriale. I risultati raggiunti dal nostro sistema imprenditoriale nel biennio 2006-2007 sono stati straordinari. In questi due anni le piccole imprese del nostro capitalismo familiare, nonostante le molte difficoltà competitive riconducibili alla pressione dei paesi emergenti, all’euro forte e all’energia più costosa, alle molte inefficienze del sistema Paese, hanno ugualmente dato una straordinaria prova di forza e vitalità, nitidamente esemplificata dal vero e proprio boom delle nostre esportazioni. Se si guardano i dati riportati nel primo numero del 2008 dell’International Financial Statistics del Fondo monetario internazionale, emerge come nei primi nove mesi del 2007 la quota di mercato dell’Italia sull’export mondiale sia salita al 3,8% rispetto al 3,4% registrato nei primi nove mesi del 2006. Tra i paesi del G-7, l’Italia è seconda solo alla Germania quanto ad aumento della quota di mercato. Le nostre imprese, per la grandissima parte piccole e piccolissime, sono riuscite a dunque a realizzare un riposizionamento strategico molto efficace. Ma è stata un’operazione che ha lasciato sul campo le sue vittime: penso alle tante imprese specializzate in una fascia di prodotto di livello basso o medio-basso, che esportavano lavorando per conto terzi, senza un marchio proprio, e che hanno subito un ridimensionamento tremendo o sono state addirittura costrette a chiudere per effetto della terribile concorrenza cinese, spesso sleale perché basata sulla contraffazione, e sempre asimmetrica, perché fondata su vari tipi di dumping – sociale, ambientale e valutario. Ce l’ha fatta a resistere solo chi è riuscito a posizionarsi su prodotti di fascia alta, di grande qualità. E infatti le nostre quote del commercio mondiale, pur in un progressivo ridimensionamento delle quote di mercato dei Paesi occidentali, hanno sostanzialmente tenuto quando calcolate in valore, a prezzi correnti, e si sono ridotte invece quando calcolate in quantità, a prezzi costanti. Ma resta il problema della nostra bassa produttività (come evidenzia il già citato Factbook 2008) che rende problematica la competitività di prezzo delle nostre esportazioni e ci costringe a cercare sempre nuovi mercati di sbocco dei nostri prodotti.
Oggi i problemi veri dell’economia italiana si chiamano bassa produttività, alto debito pubblico, divario Nord-Sud, deficit energetico, deficit infrastrutturale. Su questi bisognerebbe concentrare gli sforzi, abbandonando polemiche sterili sulla scarsa dimensione delle nostre imprese. E in proposito può essere utile ricordare che quello che deve preoccupare non deve essere l’elevato numero di piccole imprese del nostro sistema produttivo – che per la maggior parte funzionano bene quando non benissimo – quanto piuttosto il ridottissimo numero di grandi imprese e l’ancora troppo esiguo numero di medie imprese. Accusare sempre le piccole imprese, oltre ad essere ingeneroso, è anche economicamente scorretto.

(Foto: Imagoeconomica)


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