Emergenza cibo, la speculazione affama il mondo

- Angelo Frascarelli

Sostenere la capacità dell’uomo di rispondere ai propri bisogni è sempre la strada preferibile. Ma la risposta del mondo produttivo potrebbe non sortire immediatamente gli effetti di un “ritorno alla normalità” sul fronte dei prezzi, se i fenomeni speculativi possono agire liberamente e alterare gli equilibri della domanda e dell’offerta

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Un fenomeno totalmente nuovo si è affacciato nell’ultimo anno sulla scena mondiale: la crescita improvvisa dei prezzi dei prodotti agricoli. Basti pensare che il prezzo del riso è passato in tre mesi da 400 a 1.000 dollari a tonnellata. Un fattore nuovo, imprevisto ed eclatante, con una serie di effetti drammatici per le popolazioni più povere del pianeta, che ha suscitato una grande attenzione da parte dei Governi, delle organizzazioni mondiali e dei media. L’Onu ha aperto una unità di crisi per fronteggiare l’emergenza cibo che, secondo il segretario generale Ban Ki Moon «costituisce una sfida mondiale senza precedenti che colpisce i più vulnerabili».
Il dibattito si è concentrato su alcune domande, che si intendono approfondire in questo articolo. Quali sono le cause di questo fenomeno? Quanto potrà durare questa crisi? Quali politiche mettere in atto per contrastare la crisi?
In primo luogo, occorre sottolineare che l’aumento dei prezzi agricoli è stato previsto ampiamente. Semmai, le difficoltà sono nate poiché il fenomeno è avvenuto improvvisamente. Infatti il problema non è tanto l’entità dei prezzi, se si considera che i cereali hanno oggi un prezzo dimezzato in termini reali rispetto al 1975 e gli agricoltori, fino a un anno fa, soffrivano di una forte crisi di reddito. Il problema che preoccupa i cittadini e i Governi è l’impennata improvvisa. Questa crescita repentina non ha consentito ai produttori di aumentare l’offerta nel breve periodo (è noto che in agricoltura l’offerta è rigida perché legata ai cicli biologici). Né ha consentito ai Governi di modificare le loro politiche, le quali erano impostate alle vecchie logiche di contenimento dell’offerta per tutelare i prezzi agricoli a vantaggio degli agricoltori.
Basti pensare che l’Unione europea nel 2007 ha applicato il set aside (ritiro obbligatorio), una politica che esiste dal 1993, che obbliga gli agricoltori alla “non coltivazione” di una percentuale dei seminativi. La superficie sottoposta al ritiro obbligatorio nell’Unione Europea ammontava nel 2007 a 3,8 milioni di ettari. Solo per il 2008, l’Unione europea ha azzerato il set aside, poiché fino a luglio 2007 non si erano manifestati i segnali dell’aumento dei prezzi.

Gli analisti sono abbastanza concordi nell’attribuire l’aumento vertiginoso dei prezzi agricoli a quattro fattori (vedi articolo di Emilio Colombo su questo stesso sito): gli scarsi raccolti degli ultimi anni, l’aumento della domanda di prodotti alimentari dovuta alla crescita della popolazione e allo sviluppo economico di alcuni paesi del sud est asiatico, l’aumento di domanda derivante dai biocarburanti, la speculazione.

Tutti questi fattori sono reali, ma il loro peso specifico è ben diverso tra loro.
Si attribuisce un’importanza eccessiva alla produzione di biocarburanti; si grida allo scandalo per l’utilizzo di prodotti agricoli a fini energetici, quando invece ci sono esseri umani che muoiono di fame per carenza di prodotti alimentari o per il prezzo proibitivo degli stessi. I biocarburanti sono diventati il capro espiatorio e i media hanno organizzato una feroce campagna contro di essi.
La causa dell’aumento dei prezzi non va ricercata nei biocarburanti, ma molto di più negli altri fattori: l’aumento di domanda di prodotti agricoli da parte di Cina e India (questi paesi stanno mangiando molta più carne e ci vogliono 4 Kg di cereali per produrre 1 Kg di carne di maiale e 2 Kg di cereali per produrre 1 Kg di pollo) e gli effetti negativi del clima sui raccolti degli ultimi tre anni.
Ma anche questi ultimi due fattori non avrebbero prodotto l’impennata vertiginosa dei prezzi che si è verificata nell’ultimo anno, se non fosse entrato in gioco un fattore scatenante: le speculazioni finanziarie. Un fenomeno totalmente nuovo, non tanto nella natura (gli investimenti nelle commodities agricole ci sono sempre stati), ma per la sua entità che ha sconvolto l’andamento tradizionale del mercato dei cereali.

Nel 1998 gli investimenti finanziari nelle commodities agricole arrivavano a 10 miliardi di dollari. Nel 2007 a 142 miliardi di dollari. Nel febbraio di quest’anno sono stati lanciati oltre 140 prodotti finanziari che si basano sulle commodities agricole. Di fronte a questi dati, l’effetto dei biocarburanti passa totalmente in secondo piano.

Perché ci sono le speculazioni? Perché ci sono le aspettative e perché il mercato dei cereali è diventato tecnicamente interessante per la finanza internazionale.

Le speculazioni sulle commodities agricole sono partite dopo la crisi dei mutui americani; i grandi investitori hanno cercato altri fonti di investimento per recuperare le perdite subite. L’interesse della grande finanza internazionale per i mercati agricoli è stata favorita dal 2006 dalla possibilità di operare sul mercato delle commodities agricole con sistemi elettronici 24 ore su 24. Un’evoluzione tecnica apparentemente irrilevante, che invece è stata fondamentale per accrescere gli interessi degli speculatori per i mercati agricoli.

A questi fenomeni si aggiunge un altro dato. Il mercato delle commodities è in mano a pochissimi operatori mondiali che sono in grado di influenzare l’offerta di mercato e i prezzi. Infatti la speculazione non può spiegare l’impennata dei prezzi del grano duro, che è un cereale di nicchia nel panorama mondiale (appena il 5% della produzione cerealicola mondiale) e su di esso non sono attivi i prodotti finanziari (mercati a termine). I prezzi si formano sui mercati mondiali dove agiscono pochi operatori, in molti casi agenzie para-governative, i quali sono in grado di governare l’offerta. È un fenomeno simile a quello del petrolio.

E allora, quali politiche possono essere messe in atto?
Le “ricette” sono state le più varie e di segno completamente opposto. Anche le reazioni dei Governi sono state le più scomposte. C’è chi invoca un maggiore protezionismo, come la Francia che chiede di reintrodurre la “preferenza comunitaria”, una politica attivata negli anni ’60, agli albori della Comunità europea, che tutelava i produttori e i consumatori europei, indipendentemente dalle dinamiche dei prezzi mondiali. C’è chi invoca l’abolizione di tutti i sostegni all’agricoltura, chi invoca un maggiore liberismo con l’abolizione di tutte le barriere alla liberalizzazione del commercio mondiale, in particolare l’abolizione delle tasse all’esportazione, che molti Governi hanno attivato per tenere sotto controllo i prezzi interni.
Le politiche devono tener conto delle cause che hanno generato l’aumento dei prezzi. In primo luogo occorre trovare un argine alle immense possibilità speculative della finanza internazionale; non si può accettare il gioco della speculazione quando questa incide sulla vita di milioni di persone; in altre parole occorre limitare le operazioni dei fondi di investimento sul mercato delle commodities agricole.
Inoltre, non vanno abbandonate le politiche agricole; anzi devono essere rinvigorite per mantenere e sviluppare il potenziale agricolo mondiale, allo scopo di garantire l’approvvigionamento adeguato per tutta la popolazione mondiale. Una politica agricola forte non significa però una politica di limitazione degli scambi, che è sempre distorsiva e non permette la migliore allocazione delle risorse, né un ritorno ad una politica protezionistica come vorrebbero i francesi. Ma una politica di sostegno al ruolo insostituibile dell’agricoltura per lo sviluppo delle zone rurali, una politica per la diffusione di tecnologie che permettono la competitività dei sistemi agricoli, accompagnata da una gestione di stock strategici per affrontare le situazioni di crisi dei mercati, eliminando gli ultimi residui di gestione pubblica dei mercati, come le quote e il set aside.
In sintesi l’attuale politica dell’Unione europea, se non cede al ritorno al protezionismo dei francesi, va nella giusta direzione.

In ultimo, va sempre tenuto in considerazione, che la migliore risposta all’“emergenza cibo” può venire sempre dalla capacità degli imprenditori agricoli di reagire ai segnali di mercato, con un aumento della produzione. Nell’Unione europea, i raccolti del 2008 saranno significativamente migliori del 2007, sia per effetto dell’aumento dei prezzi, che ha portato gli agricoltori ad aumentare l’offerta, sia per effetto dell’abolizione del set aside, che porterà sul mercato circa 10 milioni di tonnellate di cereali in più.

Sostenere la capacità dell’uomo di rispondere ai propri bisogni è sempre la strada preferibile. Ma la risposta del mondo produttivo potrebbe non sortire immediatamente gli effetti di un “ritorno alla normalità” sul fronte dei prezzi, se i fenomeni speculativi possono agire liberamente e alterare gli equilibri della domanda e dell’offerta.

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